venerdì 25 aprile 2014

LA FESTA DELL'IPOCRISIA di Antonio Moscato




LA FESTA DELL'IPOCRISIA
di Antonio Moscato



Domani in alcune piazze d’Italia si celebrerà la solita festa dell’ipocrisia. I demolitori di quella costituzione che, almeno nell’enunciazione di buoni propositi, era un frutto della resistenza, e rappresentava in qualche modo un premio di consolazione per la rinuncia alla rivoluzione, si troveranno insieme agli eredi più diretti del regime fascista per festeggiare la madre di tutte le larghe intese. Intanto si sono premuniti da ogni possibile rischio escogitando la peggiore delle leggi elettorali che l’Italia repubblicana abbia conosciuto.

Gli sdoganatori del fascismo (che non cominciano con Silvio Berlusconi) pronunceranno parole vuote sulla necessità di restare uniti, e di fare squadra, e condanneranno i perturbatori della quiete pubblica. Non a caso il governo (che ha affidato l’ordine pubblico a un Alfano) sta pensando oggi a misure “preventive” per evitare incidenti, cioè in pratica la soppressione del diritto a manifestare pacificamente a Roma. Preventive, si badi, a senso unico, perché intanto l’impunità è assicurata ai poliziotti provocatori (in divisa o in abbigliamento da manifestanti, ma sempre senza un numero identificativo) che stimolano le prove ginniche degli appassionati della guerriglia urbana (e quando non ci sono li importano o li inventano…). Col risultato di impedire qualsiasi manifestazione pacifica.

L’impunità è assicurata da sempre alle “forze dell’ordine” violente: lo era stata anche quando il PCI era al governo e Togliatti era il ministro della Giustizia che garantiva ai giudici ex fascisti di evitare ogni misura di epurazione, e delegava loro l’applicazione dell'amnistia, che risparmiava così anche molti mostruosi torturatori delle milizie repubblichine, purché le sevizie non fossero state "particolarmente efferate". Si veda su questo L'altra faccia del 25 aprile . Presto molti fascisti erano stati recuperati nei reparti della Celere, mentre i pochi partigiani entrati in polizia nel 1945 venivano nel migliore dei casi spostati alla stradale.

L’impunità è stata assicurata anche nei due decenni del “miracolo italiano”: miracoloso per i profitti dei capitalisti, non per i lavoratori spremuti, sottopagati, privati di protezione e spesso cacciati dalle fabbriche che avevano salvato dai nazisti e riconsegnato ai padroni. In quegli anni la polizia interveniva di norma negli scioperi, picchiando e a volte distruggendo con le camionette le biciclette, unico mezzo di trasporto degli operai e soprattutto dei braccianti.

Intanto i generali e i servizi trescavano e preparavano organizzazioni sovversive come la “Gladio”. Sicuri sempre di restare impuniti. Difficile quindi prendere sul serio l’annuncio propagandistico della rinuncia di Renzi al segreto di Stato sulle stragi e i misteri d’Italia. Vedremo cosa avranno lasciato e cosa faranno vedere. Si capirà presto che non c’era nessun bisogno di mettere i sigilli a quei documenti che si apprestano a pubblicare, dopo averli lasciati per decenni nelle mani di chi era interessato a coprire gli esecutori dei crimini…

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In molte parti d’Italia l’antifascismo è rimasto chiuso in una cerchia ristretta e ideologizzata, proprio perché a livello di massa era stato rappresentato subito dal governo del “Regno del Sud”, cioè dalla cricca del Re e del criminale di guerra Pietro Badoglio, che dopo il 25 luglio non aveva esitato a far sparare sulle folle che chiedevano pane o la liberazione dei detenuti politici, e che aveva lasciato un ricordo indelebile, non cancellato dall’inserimento dei comunisti al governo dopo la svolta di Salerno. Su questo rinvio a uno scritto già inserito nel sito,  Il PCI al governo – 1944-1947   ma che è utile rileggere per non stupirsi di niente di quel che accade oggi. Una versione più breve, ma più aggiornata anche sulle prove del carattere non autonomo della scelta di Togliatti, e sull’interpretazione dell’eccidio di Portella della Ginestra, è qui  .

Per questo è meglio disertare le scadenze ufficiali, dove vengono riproposte per congenita predisposizione all’ipocrisia le cerimonie rituali, che esaltano l’interclassismo che fu sovrapposto alla spinta originale della resistenza, e ne determinò la sostanziale sconfitta. Cerimonie in cui gli esponenti della residua sinistra si trovano spesso accanto a autorità militari e religiose non al di sopra di ogni sospetto. Che magari esalteranno come “continuazione della resistenza”, ridotta ovviamente alla solo componente militare badogliana, i due marò e le missioni imperialiste in diversi continenti.

Il PD, che ha tra i suoi massimi esponenti un Violante che ha imboccato per primo la strada del recupero dei valori dei “bravi ragazzi” di Salò, ovviamente in queste celebrazioni retoriche interclassiste ci sguazza. Ma la sinistra anticapitalista farebbe meglio a riprendere l’abitudine di discutere a fondo le ragioni che hanno portato a ridurre a ben poco il risultato di quella grande lotta popolare, iniziata con gli straordinari scioperi del marzo 1943, e che aveva avuto momenti altissimi anche in quel meridione (dall’insurrezione di Matera a quella di Napoli) che successivamente per delusione e rassegnazione sarebbe ricaduto sotto l’influenza dei vecchi notabili. Se ci si ferma all’esaltazione dei momenti più alti della lotta partigiana, che coinvolse e spostò a sinistra anche quei settori dell’esercito che da Porta San Paolo ai Balcani rifiutarono la viltà badogliana, si rischia di non capire che la rivincita delle classi che avevano portato il fascismo al potere non fu dovuta a fatalità o all’intelligenza del nemico di classe, ma fu possibile solo per la scelta del gruppo dirigente del PCI di accettare quella spartizione del mondo in sfere di influenza, che i partigiani jugoslavi avevano saputo rifiutare.

E al tempo stesso bisogna ricominciare a spiegare alle nuove generazioni non solo gli orrori del fascismo (in genere minimizzati o banalizzati nella vulgata corrente), ma che Mussolini fu portato al governo ben prima di avere una maggioranza dalla complicità di cattolici e liberali, e che il suo regime fu la logica conseguenza dell’attacco alla democrazia parlamentare delle forze minoritarie che avevano voluto trascinare l’Italia nella Grande Guerra contro il parere della maggioranza della popolazione, e ci erano riuscite forzando lo stesso parlamento. Ed è bene ricordare anche che la fine di Mussolini fu decisa, ben prima del colpo di Stato di una parte dei suoi gerarchi complici del re fellone, dagli scioperi della primavera del 1943 e dalle sconfitte di un esercito che era sempre stato forte con gli inermi, e incapace in guerra.

È urgente spiegarlo, perché la crisi aggravata dalle misure delle classi dominanti europee può creare il terreno favorevole in molti paesi per una nuova ascesa di forze fasciste e parafasciste, incoraggiando altri a imboccare questa strada. Il fascismo non è stata una febbre passeggera e inspiegabile, un tumore improvviso comparso in un corpo sano, ma è una tentazione costante delle classi dirigenti quando non riescono più ad arginare il malcontento con i mezzi ordinari e con la normale democrazia parlamentare. Non è insomma un fenomeno circoscritto del passato, ma un pericolo permanente, specie se di fronte alle nuove contraddizioni c’è chi pensa a giocare con la guerra.

Ma c’è un’altra ragione, che giustifica la proposta di ricominciare una specie di “alfabetizzazione di massa”, politica e classista. La maggior parte delle conquiste dell’Italia repubblicana (a parte la scala mobile, che però aveva soprattutto la funzione di arrestare un’ondata incessante di lotte spontanee, e per questo fu allora benevolmente accolta dalla maggior parte del padronato) furono realizzate solo venti anni dopo la stesura della Costituzione: dalle regioni al divorzio, dallo Statuto dei diritti dei Lavoratori al diritto delle donne a disporre del proprio utero. Erano figlie al tempo stesso delle enunciazioni un po’ astratte, di principio, della Costituzione, e della nuova ondata di lotte operaie e studentesche del 1967-1969, che a loro volte erano state preparate nel corso di tutti gli anni Sessanta da una straordinaria fioritura di dibattito e di iniziative formative. Penso alle lezioni sul fascismo e sulla resistenza che si tennero in gran parte delle città italiane, con la partecipazione dei più lucidi dei protagonisti del passato, e di moltissimi giovani che costituirono poi i “quadri” delle nuove organizzazioni rivoluzionarie. Cercheremo di farlo di nuovo, insieme a chi coglie come noi il pericolo che si delinea all’orizzonte.


24 Aprile 2014


dal sito Sinistra Anticapitalista


La vignetta è del Maestro Enzo Apicella




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