lunedì 4 giugno 2018

IL GOVERNO DI DESTRA E' NATO: DURERA'? di Aldo Giannuli





IL GOVERNO DI DESTRA E' NATO: DURERA'?
di Aldo Giannuli



Dopo un travagliatissimo parto è nato il “governo del cambiamento” e ci chiediamo se e quanto durerà. Va da sé che c’è già una data entro la quale questa maggioranza “farà il tagliando”: maggio prossimo alle europee. E si richiedono due condizioni per passare l’esame: che la somma del due partiti registri una sostanziale tenuta e che nessuno dei due subisca una flessione superiore al 4-5%. Diversamente, si riaprirebbe la partita degli equilibri interni e questo potrebbe portare anche ad elezioni anticipate.

Ma, se c’è un termine massimo per la verifica, non è detto che questo sia anche il termine minimo: la maggioranza potrebbe anche durare molto meno e squagliarsi in pochissimo. Infatti, questo è un governo che nasce molto debole e non solo per la risicatissima maggioranza al Senato, ma anche per l’opposizione compatta delle èlites finanziarie, amministrative, istituzionali, mediatiche che non sarà affatto semplice vincere.

Poi questo governo ha basi sociali disomogenee e tendenzialmente confliggenti e nasce già logorato da una gestazione troppo lunga, che ha stufato abbondantemente gli italiani. Inoltre è compromesso dalla sua curiosa struttura che prevede tre Presidenti del Consiglio: uno di rappresentanza (Conte) e due veri (Salvini e Di Maio). Come dire che non ne ha nessuno e che non avrà altra unità di indirizzo politico che i compromessi che di volta in volta raggiungeranno i due galli nel pollaio.

La presenza dei sei “tecnici” rende ancora più ibrido questo governo che si presenta come uno strano oggetto a corrente alternata. Che sia un tecnico il ministro della Pubblica istruzione può anche andare, ma che un tecnico sieda su una delle poltrone più squisitamente politiche che ci siano (gli Esteri) è un paradosso che dice sia della fragilità del governo, sia della scarsa cultura politica dei due partiti che ritengono la politica estera un elemento aggiuntivo e marginale.

Questo segnala la radice della debolezza politica di questa coalizione: l’assenza di un pensiero strategico di ciascuno dei due partiti. Quel che ritroviamo in tutto il resto della vicenda. Lega e 5stelle pongono molti problemi giusti e si fanno portatori di una sacrosanta protesta popolare contro la rovinosa politica di austerità seguita in questi sei anni, che ci sta soffocando. Però sul piano della proposta sono una frana.

Non avendo un minimo di analisi di fase, non hanno identificato il problema preliminare a ogni e qualsiasi politica alternativa all’austerità: il macigno del debito pubblico che, giova ricordarlo, è il terzo del mondo dopo Usa e Giappone (ma noi non abbiamo le risorse e la potenza ne dell’uno né dell’altro). Si ha un bel dire che vogliamo indietro la nostra sovranità monetaria, ma quando hai sul groppone un debito che si avvicina pericolosamente al 140% del Pil, quando gli interessi si mangiano una bella fetta del bilancio statale, hai poco da cantare. Una politica espansiva può essere fatta solo in deficit (aumentando il debito e dunque anche gli interessi) con un sollievo momentaneo ma con problemi crescenti in prospettiva, oppure comprimendo la spesa a cominciare da quella per gli interessi.

E dunque il primo passo (e ci stiamo girando intorno da almeno 10 anni senza avere il coraggio di farci i conti) è quello di rinegoziare il debito. Questa è una prassi che si chiama haircut ed è una versione parziale e morbida del default, per cui cerchi di dilazionare le scadenze, concordare interessi più bassi, ottenere un taglio parziale del debito ecc. Nel nostro caso dovremmo ottenere dalla Bce il congelamento di una sensibile fetta del debito (almeno 400 miliardi) a scadenza ventennale ed a interessi minimi, diciamo lo 0,5%, utilizzando il risparmio sugli interessi per abbattere una parte del debito residuo e per rilanciare gli investimenti produttivi, così da rilanciare la crescita economica.

Ma, perché gli altri dovrebbero farci questo regalo? Perché l’alternativa neanche troppo lontana è il default, che gli costerebbe molto di più e che avrebbe un effetto domino devastante, molto più del fallimento della Lehmann Brothers di 9 anni fa. Bere o affogare. Occorrerebbe poi avere un piano di forte ripresa produttiva e di riequilibrio della bilancia commerciale, che potrebbe persuadere gli altri a concederci respiro, puntando sulla nostra ripresa. Di tutto questo non si trova traccia nei programmi dei 5 stelle e della Lega (ma, per la verità, di tutto il centro destra ed anche il Pd non sta messo meglio) e tantomeno nel pomposo “contratto” fra i due. Salvini e Di Maio hanno fatto come se il problema non esistesse: facile sparargli addosso da parte della speculazione finanziaria.

A questo madornale errore di fondo poi hanno aggiunto questo delirante “contratto” di governo: volendo a tutti i costi fare un accordo ed avendo due programmi faraonici, per i quali non c’era copertura di sorta, hanno risolto il problema sommando i due programmi: Flat tax e reddito di cittadinanza, legge Fornero e rimpatrio dei migranti (altra cosa decisamente costosa) e senza dilazionare le scadenzare, fissare priorità, graduare l’applicazione ecc. Insomma: meno entrate e più spesa in un paese già pesantemente indebitato: una ricetta sicurissima per fare fallimento. Ma così siamo tutti bravi a fare accordi politici! E c’era bisogno del cervelloni del prof Della Cananea e di ben due settimane di lavoro delle opposte delegazioni per fare questo capolavoro? E’ molto più semplice farlo dopo essersi fumata una canna di haschish da due etti! Se qualcuno avesse commissionato un programma per scatenare la reazione dei mercati internazionali non si sarebbe potuto far di meglio.

Altro errore micidiale (anche questo figlio dell’assenza di pensiero strategico) è quello di accennare alla questione dei trattati europei senza dire nulla di preciso. Della Lega sappiamo che è tendenzialmente ostile ad Euro e Ue, anche se non dice esplicitamente che vuole l’uscita dell’Italia dall'uno e dall'altra. Quanto al M5s è come le targhe alterne di 45 anni fa: i giorni pari sono europeisti, quelli dispari sono anti europeisti. E nessuno dei due intende dire di preciso quando e come vogliono cambiare la collocazione internazionale del paese: solo un generico mugugno contro l’Europa matrigna. Personalmente ho sempre ritenuto fallimentare l’esperimento dell’Euro e che la Ue sia un morto che cammina, ma questo non significa che se ne possa uscire con uno strappo unilaterale, come se si stesse andando via da una festa di compleanno. Bisogna avere chiaro dove si sta andando e concordare il tutto con gli attuali partner.

Posso anche capire che certi interventi francesi o tedeschi irritino, però è anche vero che uno strattone unilaterale italiano manderebbe a gambe levate tutta la costruzione della Ue e della moneta e questo avrebbe ricadute anche interne sugli altri paesi; non mi pare poi così strano che gli altri ci guardino preoccupati. Peraltro sarebbe preferibile la più brutale dichiarazione unilaterale a questa nebbiosa linea così indeterminata che autorizza tutti i peggiori sospetti. Altro combustibile a favore della speculazione finanziaria.

Ce la faranno i nostri eroi a superare la prova? Non lo so, ma so che le grane inizieranno ben presto sia perché Mattarella sarà prevedibilmente molto scrupoloso nel vigilare sulla copertura di spesa, sia perché lo sarà altrettanto la Bce, sia perché è facile prevedere la tendenza di tutti (Salvini e Di Maio per primi) a cercare visibilità con annunci a raffica. Ma di “annuncite” è già morto il loro predecessore, Renzi.


3 giugno 2018



dal sito http://www.aldogiannuli.it/






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