mercoledì 21 marzo 2012
L'ANIMALISMO E' ANTICAPITALISMO di Marco Piracci
Non si può spezzare nessuna specie di servitù
senza spezzare ogni specie di servitù
Karl Marx
L'ANIMALISMO E' ANTICAPITALISMO
di Marco Piracci
Quale partito costruire nel XXI° secolo?
Non c’è alcun dubbio, la fase storica che stiamo vivendo segna il crollo di tradizioni consolidate che erano o sembravano dominanti. Si tratta di un disfacimento lungamente maturato che si muove lungo un percorso poco omogeneo. Abbiamo davanti vecchi e nuovi nemici dell'uomo: il sistema democratico globale dei paesi capitalistici, l'impero burocratico cinese e la Russia, finte istituzioni internazionali come l'O.N.U. che spargono morte e distruzione reprimendo ogni tentativo di autodeterminazione di popoli e comunità, cominciando guerre che non finiscono, devastando il pianeta e le sue risorse, rendendo incerto ogni aspetto della vita delle persone, dal cibo alla salute, fino ai diritti più elementari. Tutto ciò ci pone davanti a un bivio. O iniziamo a ripensare il senso e l'idea stessa di società e di umanità o ci accontentiamo di vivere nelle barbarie.
Come ha ben spiegato Giulio Girardi in "La violenza dei cristiani":
"Le masse si possono riconciliare con un sistema disumanizzato perché non sanno cosa sia essere uomo. Allora accettano di non esserlo".
Ma l'emotività umana ha bisogno di riscattarsi, di vedere ciò che si cela dietro le illusioni del sistema. Occorre dedicare molta attenzione alle problematiche inerenti la psicologia delle dinamiche sociali (come ha bene messo in evidenza il percorso della Scuola di Francoforte). Il risultato di una società spettacolarizzata è una realtà dominante che presenta come inevitabile l'oppressione e la sofferenza che ne consegue. Ciò che appare nel mondo sembra sovrastare gli uomini. Risulta spesso incomprensibile l'origine dello sfruttamento e delle tragedie quotidiane che ci affliggono, e ciò aumenta il rischio di rassegnazione e di adattamento.
E' la stessa oppressione che dichiarava inevitabile lo schiavismo, la subordinazione delle donne, la gerarchia delle etnie, etc.
Si tratta di guardare la società che ci circonda nei termini della possibilità, della trasformazione possibile. Una diversa umanità comincia dai tentativi di costruire realtà differenti.
Lottare contro il sistema oppressivo contemporaneo deve voler dire prima di tutto preservare la nostra umanità. Preservare cioè uno spazio che si sottragga alle logiche dell'individualismo e della meritocrazia, dalle quale origina poi l’oppressione capitalistica.
Le sinistre italiane
Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno
guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali
Theodor Adorno
Storicamente, le correnti di sinistra nascono per "portare avanti" gli interessi degli oppressi. Tradizionalmente le persone e le forze di sinistra si richiamano a questi interessi. I problemi sorgono (e dopo oltre due secoli di storia del movimento operaio mi sembra impossibile negarlo) quando si qualifica in quale modo si concepiscono questi interessi. Contrariamente alle convinzioni invalse per due secoli di discussioni, polemiche e scissioni, la questione non riguarda unicamente le strategie e le tattiche che devono venir adottate, ma i criteri stessi dell'identificazione tra le diverse tendenze e i loro referenti principali. E' un concetto che potrebbe apparire complesso ma che riveste un’ importanza profonda. Se nel '17 il problema per Lenin era quello della presa del potere, oggi il contesto socio-economico ci pone di fronte anche ad altri nuovi problemi. Ad esempio, durante la Rivoluzione Russa rivestiva un ruolo centrale la produzione di grano. Oggi quel grano è prodotto in eccesso. La lotta per l'aumento di produzione ha condotto l'umanità in un sistema economico nel quale oltre l'80% del prodotto è superfluo. Ed è interessante notare che anche in zone fortemente depauperate come molte regioni dell'Africa Centrale, si abbia una sovrapproduzione di beni alimentari. A tal proposito centrale è lo studio dei teorici della Teoria della decrescita (come Serge Latouche e Mauro Bonaiuti) che proprio questo principio mettono bene in luce (1).
Le prospettive di miglioramento che sono perseguite da parte delle varie formazioni, inserite negli schemi classici del socialismo non sono precisate in senso proprio. Non affondano le proprie radici sugli aspetti psicologici umani. Anzi, questi vengono dati per scontati, oppure vengono pensati e considerati in maniera del tutto generica. In altri termini, si considera il miglioramento come un fatto oggettivo legato unicamente alla sconfitta o al ridimensionamento degli oppressori, da raggiungere utilizzandone gli stessi mezzi. Non si pone invece al centro della riflessione chi sono, chi possono e vogliono essere le donne e gli uomini cui si rivolge, e di conseguenza che mondo vogliono costruire. Cercano cioè di muovere la gente su questioni esclusivamente contingenti piuttosto che recepirne i sentimenti e le ragioni più intime e provare ad indirizzarli complessivamente sulla via della trasformazione globale, attraverso la presa di coscienza. Si rimettono al giudizio delle masse, ma queste vengono considerate come numeri per il proprio potere, ovvero come coloro che affidano o delegano ai propri rappresentanti politici le speranze di cambiamento. E' lo stesso copione della rivoluzione borghese del 1789 in Francia: gli oppressi e gli emarginati sono gli spettatori di cui hanno bisogno gli attori politici per legittimare il proprio ruolo e farne le fortune. L'importanza della moltitudine consiste nel consenso che fornisce politicamente o sindacalmente, al massimo ed eccezionalmente negli scossoni che provocano le loro ascese a patto che siano riassorbibili ed adattabili alle soluzioni già previste (in questo senso riveste un ruolo esemplificativo quanto accaduto a Kronstadt). In nessun caso primeggia il protagonismo umano che le persone esprimono nella loro lotta. Ma proprio questo protagonismo è quello che sospinge la gente di sinistra, che le fa sentire di sinistra. E’ questo protagonismo che alimenta la loro voglia di lottare, di veder cambiare il contesto in cui vivono. Ma i dirigenti delle formazioni della sinistra italiana sono preoccupati esclusivamente del loro risultato politico. Per queste formazioni vale il principio secondo il quale tutto dipende dalle masse in lotta, l'ultima e decisiva parola spetta invece alla loro attività. Dietro la presunta fiducia incondizionata nelle masse si nasconde spesso la sfiducia profonda verso le capacità creative e costruttive connaturate all'uomo e alla donna, premesse e motivi decisivi di qualsiasi ipotesi di autoemancipazione. Invece, tutto dovrebbe dipendere dalle persone che vogliono autoemanciparsi facendo leva sui loro valori etici (diametralmente opposti a quelli dominanti). In questo quadro e solo in questo quadro, le lotte e le rivoluzioni sono davvero decisive. La Comune parigina del 1871 e alcuni passaggi della rivoluzione russa come il primo Soviet del 1905 e quello libero di Kronstadt ci mostrano come i Consigli possano essere un'espressione di alta comunanza, un embrione di potere inclusivo e diretto e non semplicemente strumenti della rivoluzione.
La tematica dell’animalismo e i limiti della sinistra italiana. Il caso del Partito Comunista dei Lavoratori.
In questo quadro, analizzare il ruolo svolto dalle sinistre liberali in Italia (in particolare Sinistra e Libertà e i Verdi) è di particolare importanza. La tematica dell’animalismo è esemplificativa dei forti limiti di queste formazioni. Per queste infatti l’animalismo è una semplice appendice settoriale della propria proposta. Si difende l’animalismo in un 'ottica buonista ma guai a volerlo inserire in una proposta politica organica complessiva (dove la tematica risulta impopolare e non conveniente in termini di riscontro elettorale). Sembrerà assurdo, ma formazioni costruite sulla base di associazioni settoriali (ambientaliste, animaliste, etc.) come nel caso dei Verdi, nel momento in cui devono presentare il proprio programma organico risultano profondamente contraddittorie e in molti casi anche repressive perfino nell’ambito specifico che vorrebbero rappresentare. E questo almeno per due ragioni:
* Vi è in queste formazioni una eccessiva preoccupazione per i risultati elettorali e il consenso immediato. Per questo aspetto una proposta realmente animalista risulterebbe controproducente;
* In secondo luogo e soprattutto, queste formazioni cadono nei limiti di una visione liberale della società. L’oppressione capitalistica, le logiche individualistiche e meritocratiche, non solo non sono contrastate ma sono addirittura condivise. E’ il caso di SEL, un partito fondato sul MITO DELLA MERITOCRAZIA.
E così accade che SEL e Verdi risultino profondamente carenti nella proposta politica e che di fatto il loro ruolo nella lotta animalista sia profondamente negativo. In questo quadro non è un caso che l'impostazione più chiara e costruttiva emerga da una piccola formazione dell’estrema sinistra italiana: il Partito Comunista dei Lavoratori.
Il documento approvato nell’ultimo Congresso del PCL infatti esprime idee più chiare di quelle mediamente riscontrabili nell’ambiente delle sinistre italiane (SEL, Verdi, Rifondazione) e dello stesso attivismo animalista spesso insabbiato in prospettive contraddittorie e non realmente emancipative (neanche per gli stessi animali che si pretende di tutelare) .
Il documento del PCL invece, prova a ripercorrere alcune delle tappe concettuali imprescindibili per rendere effettiva la prospettiva della liberazione animale.
Tra queste vi è la constatazione che la storia del dominio e delle società gerarchiche si sia sviluppata a partire dalla domesticazione degli animali che, consentendo la produzione di un surplus di ricchezza e di energia, ha reso possibile la nascita delle svariate forme di discriminazione che storicamente si sono realizzate. E’ proprio il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi che ha poi prodotto il dominio dell’uomo sull’uomo. E’ una tesi centrale, ma che fino ad oggi non ha trovato cittadinanza in altre formazioni politiche. Proprio da questo aspetto non è possibile prescindere se si intende costruire una società non oppressiva. Il documento, comunque, può e dovrebbe essere migliorato, ad iniziare dall'inserimento d'importanti aspetti quali ad esempio la critica, incredibilmente assente, degli allevamenti intensivi.
Quella animalista è insomma una tematica dalla quale è impossibile prescindere. Solo cambiano le sensibilità e le prospettive culturali umane sarà possibile costruire una società libera. Ma libertà è solo liberazione. E' necessario intraprendere percorsi di autoemancipazione e di autoliberazione, aver fiducia nelle capacità umane.
Solo allora sarà possibile distruggere ogni forma di oppressione, della quale il capitalismo è solo l’ultima e più tremenda incarnazione.
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NOTE
(1) Si fa qui riferimento alla Decrescita declinata in senso anticapitalistico. In particolare si sottolineano quei punti della Decrescita spesso sottovalutati ad iniziare dal principio della Redistribuzione di Latouche che pone il limite minimo del reddito garantito per tutti a 1.000 euro e quello massimo a 3.000 euro. Per un approfondimento si rimanda al volume curato da Mauro Bonaiuti “Obiettivo Decrescita”, EMI, 2005.
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/
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Piracci Marco
giovedì 15 marzo 2012
I DEBITI ILLEGGITTIMI Intervista a François Chesnais
I DEBITI ILLEGGITTIMI
Intervista a François Chesnais *
François Chesnais, professore associato di economia all’Università di Paris 13, ha un lungo passato di studioso e militante. È stato membro del partito trotskista e ha partecipato alla nascita, nel 2009, del Nuovo Partito Anticapitalista. È redattore della rivista marxista “Carré Rouge” e consigliere scientifico di ATTAC. Nell’ambito della sinistra radicale francese, Chesnais sollecita una visione il più possibile internazionale della crisi politica e sostiene la necessità d’integrare questione sociale e questione ecologica. I suoi diversi studi sulla mondializzazione si accompagnano a una grande attenzione per i movimenti antisistemici. È in quest’ottica che è opportuno leggere il suo ultimo libro Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, uscito in Francia nel 2011 e tempestivamente tradotto da “DeriveApprodi”. Chesnais non si limita a realizzare un’ennesima analisi della crisi del debito europeo, ma offre uno strumento di prassi politica, elaborando il concetto di "debito illegittimo" e di indagine da parte di comitati cittadini sulla natura del debito pubblico. Sappiamo come, anche in Italia, questi temi siano all’ordine del giorno, grazie al lavoro di economisti come Andrea Fumagalli e alla campagna lanciata da Guido Viale sul “manifesto” a fine dicembre. La campagna internazionale contro il debito illegittimo, promossa dal Forum sociale mondiale di Nairobi nel 2007, è diventata nel frattempo una questione politica cruciale non solo per i paesi del Sud del mondo, ma anche per gli ex-opulenti paesi del Nord. Per Chesnais, quindi, questa fase della crisi presenta anche un’opportunità per ricondurre una serie di lotte locali e nazionali ad un fronte comune, capace di attraversare il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri.
Vorrei riprendere una riflessione fatta da molti commentatori nel corso di questo periodo: mi riferisco ad esempio all’editoriale di Serge Halimi su «Le Monde Diplomatique» che sintetizza il problema: mentre il capitalismo attraversa la peggior crisi dal 1930, mentre le politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni hanno chiaramente mostrato i loro fallimenti, perché i partiti delle sinistre europee «appaiono muti e imbarazzati» e l’offensiva spetta ancora una volta alle soluzioni della destra: austerità, rigore e azzeramento del Welfare?
Penso che ci sia stato un salto epocale: in un arco di trent’anni abbiamo visto la morte del vecchio movimento operaio con i suoi partiti e i suoi sindacati, con le sue illusioni e le sue menzogne, tanto sul fronte dell’Urss e dello stalinismo quanto su quello della socialdemocrazia, e a dire il vero non ci sono più partiti di sinistra. Si continua a usare questa parola per convenienza e per nostalgia.
Non so in che senso la utilizzi Halimi, ma ciò che da 18 mesi sta accadendo in Grecia, ovvero forme di resistenza per lo più impreviste, credo che abbia ancora un fondamento nelle organizzazioni politiche e sindacali ma che abbia anche inventato modelli di organizzazione e di lotta con obiettivi spesso disapprovati da questi stessi partiti. Ad esempio il movimento «Io non pago» non piace al partito comunista greco, né ai sindacati che esso controlla. Poi ci sono stati la Tunisia, l’Egitto e oggi «Occupy Wall Street» che annunciano un periodo fatto da un lato da convulsioni del sistema finanziario mondiale, con l’aggravarsi della recessione – forse non proprio una depressione come negli anni Trenta ma comunque una recessione molto lunga –, e dall’altro un progressivo contagio, che è il contagio dei movimenti che maturano e si organizzano al riparo dai proiettori e che scoppiano in un momento dato, o per ragioni del tutto accidentali come in Tunisia o per decisione da parte delle persone, come è accaduto a quelli che hanno lanciato «Occupy Wall Street». Io credo che non ci sia più niente da aspettarsi dai partiti di sinistra, perché il loro pensiero è in tutto per tutto esaurito nei vecchi stampi.
Da profani, oggi potremmo avere l’impressione di essere quantomeno alla fine del pensiero unico e di assistere all’apertura di un vero e proprio dibattito intorno alle politiche economiche. Si tratta di un’impressione senza fondamento e la diversità dei punti di vista riguarda dettagli o siamo davvero di fronte a uno scontro di paradigmi economici e politici radicalmente diversi? In altri termini, il discorso esperto sull’economia è passato finalmente all’età polifonica o continua a parlare con un’unica voce?
Stamattina Paul Jorion , alla trasmissione radiofonica di France Culture, replicava a un giovane ma alquanto reazionario giornalista, Brice Couturier. E diceva un certo numero di cose condivisibili. Molti dibattiti apparentemente di opposizione, ad esempio, sono in realtà discorsi e ricerche politiche che tentano di salvare il sistema stesso. In questa seconda fase della crisi mondiale e soprattutto in Europa, a causa dell’estrema fragilità della zona euro, si è sviluppato un dibattito che non ha avuto la stessa intensità nel 2008, e credo che questo vada inteso come l’indice del grado di estrema vulnerabilità a cui è giunto il sistema finanziario mondiale. La grande preoccupazione si accompagna all’estrema diversità delle soluzioni e delle ricette proposte. Ma il dibattito si colloca in tutto e per tutto nell’idea di prolungare la vita di questo sistema finanziario e della forma di globalizzazione che gli serve da supporto. Quello che mi ha colpito è come il problema climatico, un problema di grandissima urgenza, il problema dei problemi, di nuovo in discussione a Durban in Sudafrica, sia del tutto eclissato dal tentativo, negli Stati Uniti e in Europa, di salvare un sistema che ha accelerato e aggravato tutti i problemi ecologici del pianeta, che ha accelerato il cambiamento climatico. Credo che se fra un secolo ci sarà ancora qualcuno in grado di fare la storia di questo periodo, si chiederà «Ma a cosa stavano pensando quelli? In che tranello si erano ficcati?». Oggi facciamo un bilancio della totale irresponsabilità che ha portato alla guerra del 1914 e la si guarda con un certo stupore e l’idea del suicidio dell’Europa è diventata…
…una constatazione
Sì, è un’idea che viene per lo meno condivisa da una vasta schiera di persone negli ambienti intellettuali e questi stessi ambienti, rispetto alla situazione odierna, o non capiscono niente o hanno una tale paura dell’abisso… C’è una bella espressione inglese, uncharted waters, che risale al XVI secolo, quando i battelli partivano da Genova o Amsterdam o Londra e approdavano in regioni del mondo la cui cartografia non era mai stata fatta prima. Stiamo per entrare in un periodo storico che ha questi tratti, che ha dunque questo riflesso molto generalizzato di paura e conservatorismo nel quale ci si dice: meglio quello che c’è piuttosto che…
Sì ma ho l’impressione che anche tra le fasce sociali più sfavorite ci sia questo stesso riflesso, cioè che persino le persone che hanno pochissimo da perdere da un cambiamento più radicale preferiscano aggrapparsi alle politiche di rigore difese dalla destra, come a dire meglio tirare avanti nelle difficoltà che conosciamo piuttosto che venirne fuori con qualcosa di estraneo…
Sono d’accordo e si tratta di un riflesso molto diffuso. Siamo partiti da questa domanda di Serge Halimi nei confronti dei dirigenti politici, che sollecitano la fiducia da parte di coloro che hanno meno strumenti materiali e intellettuali, per ottenere la loro delega… Io invece mi interrogo sul grado di paralisi degli intellettuali, del personale politico della sinistra, mentre la borghesia, per farla corta, è sempre mossa dal riflesso di preservazione del proprio dominio, è ciò che la mette in moto e che fa sì che per essa la lotta di classe non abbia mai fine…
Dunque, secondo lei neanche oggi in piena crisi ci sono spazi sui media ufficiali e dentro la politica istituzionale per proporre un’alternativa alle politiche di austerità?
Il problema è che la soglia è molto alta e la situazione comporta diverse variabili impreviste. La variabile imprevista con la quale mi sono scontrato più direttamente durante le presentazioni del mio libro sul debito illegittimo è stata far capire che se non abbiamo dei piani pronti per impadronirci del sistema bancario, per renderlo di nuovo pubblico e per socializzarlo, il non pagamento dei debiti, persino di debiti piccolissimi, può provocare il crollo del sistema bancario, in ragione della sua attuale fragilità. Dobbiamo affrontare il fatto che qualunque potere politico che cerchi di rompere con la condizione attuale delle cose deve denunciare tutti i trattati, e in Europa deve denunciare tutti i trattati europei. Qualunque politica seria deve stabilire immediatamente un divieto alle delocalizzazioni delle imprese e deve invitare gli operai a impadronirsi e ad autogestire le imprese che cercano di chiudere… Dietro questo dibattito sulla deglobalizzazione (1) ci sono cose giustissime, perché ci sono momenti in cui, a partire da criteri stabiliti e noti alle parti in causa del commercio internazionale, occorre negoziare forme di scambio ed è impossibile tollerare la concorrenza selvaggia con la corsa al ribasso dei salari come unico modello.
Occorrerebbe reintrodurre un concetto tabù come quello di protezionismo?
Preferisco l’idea di condizioni negoziate dello scambio, che sono altrettanto indispensabili rispetto al problema del cambiamento climatico… Uno degli aspetti dell’altissimo consumo energetico sono le filiere produttive globalizzate con il relativo impatto dei trasporti. Tutto questo per dire che la sfida è alta e sono in pochissimi ad assumersela. A «Le Monde Diplomatique» c’è chi se l’assume, e tra questi Frédéric Lordon, o Emmanuel Todd, a modo suo e a partire da un’altra formazione… Si tratta di gente con un pensiero che non mette pezze al sistema…
In effetti, leggendo ciò che scrive, ho avuto l’impressione che lei sia tra quei pochi che riescono ad affrontare dentro la stessa cornice analitica tanto la crisi finanziaria, con gli strumenti della tradizione marxista, tanto la crisi climatica, con strumenti molto più recenti. Ho l’impressione che ancora oggi queste due crisi abbiano tendenza a essere trattate con analisi che si escludono a vicenda. Sembra difficile dare lo stesso peso, e all’interno di un unico discorso, alla lotta di classe e alla guerra che la nostra specie ha scatenato contro il resto del pianeta.
Non le nascondo un certo imbarazzo nel risponderle. Per ora siamo ancora in questa situazione di dispersione. Questo perché la perversione del capitalismo ultraconcorrenziale è penetrata persino tra le fila di persone che dovrebbero essere portate a parlarsi, ad avvicinarsi e a lavorare insieme, e invece siamo prigionieri di questa situazione. Si tratta di un fatto. Ho provato a rileggere Marx, perché non ero del tutto soddisfatto del Marx ecologista dell’americano John Bellamy Foster (2). Io credo che occorra assumere le profonde contraddizioni di Marx su questa questione. Non si possono cancellare così le lettere che scriveva quando usciva dall’esposizione universale di Londra: vanno insieme all’intuizione che il capitalismo porta con sé forze distruttrici che si rivoltano contro i lavoratori ma che possono anche rivoltarsi contro la natura… Nel capitalismo gli uomini hanno un rapporto tale con la natura che si autodistruggono. Anche Engels ha avuto intuizioni: ha trovato esempi dell’antichità nel mediterraneo per dire che uomini spinti da determinate forze potevano trasformare un ambiente che era stato accogliente in qualcosa di completamente ostile. Ma diciamo che questo lavoro di rilettura l’ho fatto con non più di quattro o cinque persone e con non più di tre o quattro libri.
Appartengo a una generazione nella quale a partire da punti di appoggio nei partiti e nei sindacati, c’era un dibattito nel quale le parole avevano uno stesso significato per molte persone; a una generazione per la quale c’era concorrenza tra le idee ma non tra le persone, perché persone e idee erano ancora attribuite a strutture politiche e collettive… Per me la sorpresa delle sorprese è stata la scomparsa del Partito comunista italiano e di tutto quello che il Partito significava come spazio intellettuale e politico, e se me lo avessero detto nel 1975 avrei detto che erano follie, ma vent’anni dopo era cosa fatta. Solo per dire che siamo in molti a pensare in circoli ristretti. Io ho un piccolo gruppo legato a una rivista che si chiama «Carrés rouges» e ne sono molto contento. La pubblicazione del mio libro sui debiti illegittimi è stata molto importante, perché mi ha spinto nuovamente a discutere e ad ascoltare critiche, che hanno poi trasformato la mia stessa visione. Ma la variabile sconosciuta, quella che ha prodotto una vera sorpresa è stata «Occupy Wall Street», un movimento che con tutti i suoi limiti è nato proprio negli Stati Uniti.
L’ha sorpresa più delle rivolte arabe?
Certamente, perché per le rivolte arabe c’erano abbastanza informazioni per sapere che prima o poi sarebbero avvenute, tanto in Tunisia quanto in Egitto, dove sono state precedute da scioperi poco mediatizzati ma molto lunghi.
Con Frédéric Lordon lei sembra condividere l’idea che la crisi economica e finanziaria necessita non solo di narrazioni capaci di suscitare passione nei non specialisti, cioè i normali cittadini che ne subiscono le conseguenze. Oltre al problema della volgarizzazione del discorso, le sembra importante l’apporto che gli artisti, i poeti, la gente di teatro o del cinema possono dare alla comprensione della crisi?
Sì è fondamentale. Al momento non ci sono abbastanza artisti, scrittori, creativi che vi sono impegnati, ma penso che arriverà; è una questione anche di tempi lunghi tipici della produzione cinematografica, ma è assolutamente centrale, arriverà. Del resto io stesso ho fatto riferimento a Cleveland against Wall Street e Inside Job, anche se non ho ancora visto Debtocracy. Trovo che i documentari dell’argentino Pino Solanas sulla crisi del suo paese di una decina di anni fa fossero molto importanti.
Qual è la relazione tra la crisi economica e la crisi finanziaria?
Uso come filo conduttore un’osservazione di Marx nella quale spiega che il capitalismo si scontra con barriere, con limiti immanenti, limiti che gli sono consustanziali per le contraddizioni prodotte dai rapporti sociali sui quali è costruito e – dice Marx –, confrontato a queste barriere, il capitalismo cerca di superarle, ci riesce, ma produce condizioni nelle quali ritroverà queste barriere ancora più alte… Con questo filo conduttore e, prendendo la breve ma durissima crisi del ’73-75 come punto di partenza, possiamo dire che, dopo questo periodo nutrito dai bisogni della ricostruzione, durante i Trenta gloriosi (3) il capitalismo si trova confrontato a una crisi che traduce le sue contraddizioni interne e le prime soluzioni sono il tatcherismo, il reaganismo, la liberalizzazione, la deregolamentazione e prima di tutto la globalizzazione finanziaria e dunque la creazione di condizioni che hanno consentito il ridispiegamento del Capitale su tutto il pianeta, ma che hanno in modo contraddittorio portato alla distruzione degli strumenti di politica economica messi a punto durante la guerra e i Trenta gloriosi.
La crisi del ’73-75 è una crisi di sovrapproduzione dentro economie ancora chiuse ma interdipendenti: dunque la crisi si diffonde e diventa una crisi internazionale, e la liberalizzazione e la deregolamentazione costituiranno appunto la risposta generale per forzare questa limitazione. I paesi che si investono di più nella liberalizzazione finanziaria cominciano a scavare dei divari nei livelli di reddito e di patrimonio, che fanno sì che la domanda effettiva non sia più alimentata da una domanda sufficiente di beni di consumo e viene così a crearsi una situazione nella quale è la finanza a proporre una soluzione: alle persone viene proposto di indebitarsi. Si entra così nel ciclo dell’indebitamento degli anni Novanta. Contemporaneamente si avvia la terza grande misura. In Cina c’è una struttura politica, un’élite, che ha cominciato ad abbozzare processi di liberalizzazione e che ha schiacciato un movimento studentesco e operaio per poter consolidare questo processo. Siamo di fronte a una realtà che si rivela determinante per il futuro del capitalismo… Il progetto che era emerso solo in forma embrionale nel viaggio di Nixon e Kissinger a Pechino, si concretizza sul serio a partire dagli anni Novanta. Prosegue con l’investimento estero in Cina a partire dal ’92-93 e con l’apertura di negoziati sull’adesione della Cina al Wto. D’altra parte, credo che la maggiore vittoria del capitalismo neoliberista si sia prodotta nel 2001 con l’ingresso della Cina nel Wto. La Cina è diventata la manifattura del mondo e si è così integrata un’immensa macchina per produrre, che nei fatti è una macchina deregolamentata, perché si tratta di una macchina che non funziona alle condizioni di equilibrio del secondo volume del Capitale di Marx. È una macchina nella quale il settore 1, il settore dei beni di produzione, si autoalimenta in condizioni in cui il settore 2, il settore dei beni di consumo, è del tutto a traino: c’è una sproporzione mai esistita nella storia della crescita del capitalismo. C’è una situazione senza precedenti di crescita continua dell’investimento come parte del Pil cinese, ma di ribasso dei consumi se rapportato al Pil, con un Pil che aumenta dal dieci al tredici percento. Questo ribasso dei consumi significa, come frazione di un Pil che aumenta, che c’è comunque una diffusione dei beni di consumo. Ma rispetto alle capacità di produzione presenti si tratta di una capacità derisoria: le esportazioni sono una specie di paracadute del sistema. Il saldo commerciale della Cina non è di molto superiore al 5% del Pil, è dunque molto debole. E dal punto di vista della Cina il paracadute è sempre più fragile, anche se siamo comunque di fronte al 10% delle esportazioni mondiali. Noi lo avvertiamo leggermente, ma ci sono paesi che lo avvertono in modo significativo: la distruzione del tessile egiziano è un risultato diretto del Wto, della fine dell’accordo Multifib (4), e dei prodotti cinesi.
La crisi finanziaria è la componente di una crisi molto più vasta che in fondo nasce dal prolungamento oltre i propri termini di un periodo in cui il capitalismo sembrava aver messo da parte le proprie contraddizioni, respinto i propri limiti. Ma oggi i limiti si manifestano nella forma, in un certo senso molto più grave di quella finanziaria, di una sovraccumulazione e di una sovrapproduzione su scala mondiale, i cui punti di sostegno sono dispersi, ma che fa sì che le aziende continuino a chiudere in Europa, che le tendenze recessive all’opera siano aggravate da politiche che favoriscono la finanza.
Che cosa s’intende per debiti illegittimi?
Il concetto di debiti illegittimi proviene dall’esame delle condizioni alle quali sono nati e cresciuti questi debiti ed è un’analisi che deve essere fatta paese per paese, e io posso rispondere per la Francia. La possibilità offerta dalla liberalizzazione della finanza – alla quale la Francia ha aderito all’inizio degli anni Ottanta, quando il governo dell’unione della sinistra vinceva le elezioni e cominciava il settennato di Mitterand – ha portato all’emissione dei buoni del tesoro su mercati aperti a investitori stranieri, ricorrendo così non al sistema monetario domestico né al risparmio domestico. Ne sono seguite spese che sono stati veri regali al capitale: le condizioni nelle quelle sono state realizzate le nazionalizzazioni e le privatizzazioni o le leggi di programmazione militare anch’esse estremamente improduttive per l’economia del paese, di cui hanno beneficiato gruppi come Dassault, il maggiore costruttore dell’aeronautica militare e civile francese. Si tratta di esempi della critica che si può rivolgere a grandi spese pubbliche fatte in alcuni momenti dai governi. L’altro aspetto è la diminuzione della fiscalità e l’estrema tolleranza nei confronti dell’evasione fiscale, incoraggiata dai trattati europei e dalla presenza del Lussemburgo e della Svizzera alle nostre porte, dunque della flessione di alcune categorie di fiscalità con mancanza di introiti e l’obbligo a emettere sempre più titoli di debito pubblico, avvitandosi in una situazione in cui occorre reindebitarsi per pagare gli interessi sul debito.
D’accordo, ma chi ha il diritto di stabilire che un certo debito pubblico è illegittimo?
La prima cosa è che quando si decretano politiche di austerità così rilevanti e con una tale continuità, e lo si fa in nome della necessità di pagare il debito, dovremmo avere l’obbligo, in quanto cittadini, di porre questa domanda: da dove viene questo debito? Perché è ciò che rende necessari i sacrifici e li fa ricadere sulle spalle della gente. Occorre fare questa domanda e guardare il debito più da vicino… Si tratta di un dibattito che non possiamo delegare al personale politico e agli esperti. Si tratta di questioni relativamente complicate, ma che possono comunque essere capite: è questa l’idea dell’audit sul debito attraverso meccanismi ai quali sono strettamente associati i cittadini.
Lei ha comunque ragione nel porre la domanda: chi può dichiarare illegittimo un debito? Il caso, ad esempio, del debito «odioso» ha degli appigli nel diritto pubblico internazionale. Appigli che risalgono agli anni Venti e Trenta e che sono stati riattivati negli anni Ottanta in America Latina. La questione del debito illegittimo è quella della democrazia diretta, dunque di processi reali di democrazia, che sono necessariamente determinati dalle condizioni politiche ed economiche di ogni singolo paese e che può comportare gradi di partecipazione molto diversi.
Che differenza c’è tra debito «odioso» e debito illegittimo?
Il debito odioso include un forte elemento di subordinazione di un paese e delle sue finanze a istituzioni internazionali o ad altri Stati. Quanto al debito illegittimo, l’unico vero dibattito è quello sulla delega attraverso il voto: “Voi siete stati consenzienti, perché avete eletto dei governi che hanno prodotto il debito e anche se non vi hanno fornito delle chiare spiegazioni, voi dovete accettare l’esito delle loro politiche”. Ma il principio dell’audit sul debito pubblico implica che si metta un termine a questa delega e che si faccia di tale questione il terreno per un esercizio della democrazia diretta. Questo significa darsi come forma d’organizzazione il comitato, che è la forma attraverso la quale l’autonomia può cominciare ad affermarsi.
* VERSIONE INTEGRALE A CURA DI ANDREA INGLESE DELL'INTERVISTA APPARSA IN VERSIONE RIDOTTA SUL n° 16 di "ALFABETA2"
Traduzione di Ilaria Bussoni
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NOTE
1) Lanciato in Francia da «Le monde diplomatique» e difeso da economisti come Frédéric Lordon, ma anche da intellettuali come Emmanuel Todd, e persino da uno dei candidati alle primarie socialiste, Arnaud Montebourg, che ha ricevuto il 17% delle preferenze, piazzandosi terzo [N.d.T.].
2) Sociologo statunitense, editorialista della «Monthly Review» [N.d.T.].
3) Gli anni dal secondo dopoguerra ai Settenta [N.d.T.]..
4) L’accordo «multi fibre» ha regolato il commercio internazionale di prodotti e tessili d’abbigliamento dal 1974 al 2005, attraverso l’imposizione di restrizioni alla quantità di prodotti tessili che i paesi in via di sviluppo potevano esportare verso i paesi sviluppati [N.d.T.].
dal sito http://www.nazioneindiana.com/
martedì 13 marzo 2012
LE CATENE DELLA SCHIAVITU' di Stefano Santarelli
LE CATENE DELLA SCHIAVITU'
di Stefano Santarelli
La grandeur du crime est la seule différence qu'il y ait entre un conquérant et un brigand
J.P. Marat - Les chaînes de l'esclavage (1774)
Nessun protagonista della Rivoluzione Francese è stato così ferocemente calunniato come Jean-Paul Marat ed è questo un amaro destino per un uomo che forse più di ogni altro ha contribuito a creare la République. Eppure senza di lui ed altri uomini del suo stampo la grande Rivoluzione francese non sarebbe riuscita a sconfiggere l’Ancien Régime e quindi a trasformare il mondo con le sue idee di libertà e di uguaglianza.
Come Napoleone anche Marat in fondo è solo un francese di adozione essendo nato nel 1743 in Svizzera da un prete sardo che si era convertito al calvinismo, infatti l’originale cognome paterno era Mara.
Una gioventù trascorsa in una dignitosa povertà che solo l’abnegazione paterna aveva permesso al futuro rivoluzionario di far compiere e terminare gli studi secondari al collegio di Neuchâtel.
Nel 1759, a sedici anni, lascia la casa paterna per fare il precettore per il figlio di un ricco commerciante di Bordeaux dove inizia gli studi di medicina e due anni dopo giunge a Parigi. Nel 1765 si trasferisce a Londra dove inizia ad esercitare la professione medica. E a Londra il giovane Marat si interessa di argomenti filosofici e politici. Contrariamente ai Montesquieu o ai Voltaire non vede nell’Inghilterra quel regno della libertà che essi decantano, ma al contrario vede il feroce dispotismo del privilegio nobiliare di pochi proprietari terrieri i quali gestiscono il potere a proprio esclusivo vantaggio contrapponendosi alla maggioranza della popolazione che vive in assoluta miseria.
Ed è proprio qui che nel 1774 Marat scrive “Les chaînes de l'esclavage” o meglio “The chains of slavery” visto che questo libro viene pubblicato anonimamente in inglese e solo diciannove anni più tardi questa opera verrà tradotta in francese dallo stesso autore. Siamo ormai nel 1793 l’anno più determinante per la Rivoluzione francese che sarà poi anche l’anno del suo assassinio.
Come si può quindi comprendere “Les chaînes de l'esclavage” non ha avuto nessuna influenza diretta nello sviluppo della Rivoluzione, ma è un testo importante e fondamentale per potere comprendere il pensiero di questo grande rivoluzionario.
“Le catene della schiavitù” si ispira direttamente al “Contratto sociale” di J.J. Rousseau, infatti Marat è pienamente d’accordo con il famoso incipit: “L’homme est né libre e partout il est dans le fers”. Ma dopo questa constatazione del filosofo ginevrino per Marat solo la violenza e l’insurrezione possono rompere queste catene. Questo libro non è un trattato filosofico, ma anzi può essere tranquillamente definito come il primo trattato moderno dell’insurrezione.
Marat è infatti convinto che la pratica rivoluzionaria è necessaria per sostenere le teorie rivoluzionarie. E non è quindi un caso se Babeuf nel settembre del 1794 prende proprio alcune citazioni delle “Catene della schiavitù” per un suo messaggio al popolo francese.
Ma forse il miglior riconoscimento indiretto verso questa opera la possiamo trovare nella biblioteca di Marx dove questo libro ha tutta una serie di annotazioni di sua mano a dimostrazione dell’importanza che il fondatore del comunismo riconosceva per il pensiero di questo grande giacobino.
E anche Engels ricordando la rivoluzione tedesca del 1848 deve rendergli omaggio:
“Quando più tardi ho letto il libro di Bougeart su Marat ho scoperto che per più di un aspetto noi non abbiamo fatto altro che imitare inconsciamente il grande modello autentico dell’Amico del Popolo (…) e che anche lui come noi, rifiutava di considerare la Rivoluzione come terminata, ma voleva che essa fosse permanente.”
“Les chaînes de l'esclavage” è un opera fondamentale per potere comprendere il pensiero politico di Marat prima della rivoluzione. Avendo vissuto molto tempo in Inghilterra, molto di più di Montesquieu, conosceva meglio di lui i difetti della costituzione inglese. Una costituzione che dava al Re un potere enorme sul parlamento con la sua facoltà di nominare i Lords e ne critica la limitazione del diritto di voto e la condizione di possidente richiesta ai membri del parlamento.
Ma nonostante questi profondi limiti riconosceva che “al confronto delle altre, la costituzione inglese era un monumento di saggezza politica”.
Ma già in questo testo si possono intravedere le posizioni politiche che Marat esprimerà nel corso della Rivoluzione. Tra l’altro la condanna senza attenuanti della religione ed in particolare del cristianesimo come pilastro fondamentale dell’assolutismo monarchico.
Va sottolineato che Marat chiede l’abolizione della pena di morte, fatta eccezione per alcuni delitti particolarmente efferati. In questo anticipando il primo intervento che Robespierre farà alla Costituente proprio contro la pena capitale.
Questo libro costituisce anche un mezzo per far riflettere lo stesso Marat sul concetto di sovranità del popolo e già qui si intravede la sua grande simpatia per gli oppressi. Infatti emerge con forza la sua profonda indignazione per l’ingiustizia di certe leggi che colpivano con più severità i ceti più poveri della popolazione, denuncia con forza la pessima organizzazione degli ospizi e degli ospedali ed in queste pagine riusciamo già ad intravedere il futuro leader rivoluzionario colui che sarà il tribuno più amato dai sanculotti.
E quindici anni prima della rivoluzione Marat poteva scrivere:
“Il male è nelle cose stesse ed il rimedio è violento. Dobbiamo portare la scure alla radice. Dobbiamo far conoscere al popolo i suoi diritti e quindi impegnarsi per rivendicarli; bisogna mettergli le armi in mano, assalire in tutto il regno i meschini tiranni che lo tengono oppresso, rovesciare l’edificio mostruoso del nostro governo e costruirne uno nuovo su una base equa. Le persone che credono che il resto del genere umano ha lo scopo di servirli per il loro benessere indiscutibilmente non approveranno questa soluzione, ma non sono loro che devono essere consultati; si tratta di risarcire un intero popolo dall’ingiustizia dei loro oppressori.”
E non si può assolutamente sottovalutare il suo ruolo anche teorico come si può vedere nel suo Plan de législation criminelle del 1780 dove anticipa il Proudhon che definiva “La proprietà è un furto”:
“Il diritto di possedere deriva da quello di vivere; quindi tutto quanto è indispensabile alla nostra esistenza ci appartiene; e nulla di superfluo potrebbe appartenerci legittimamente, mentre altri mancano del necessario. Ecco il fondamento legittimo di qualunque proprietà, sia nello stato di società, sia nello stato di natura.”
Ma con questo non vogliamo però dare l’impressione di un Marat socialista, egli è ovviamente un uomo del suo tempo e certamente si possono vedere nelle chaînes de l'esclavage anche i limiti del suo pensiero politico.
Certo minaccia la nobiltà terriera, l’alto clero, vuole dare la terra ai contadini, ma in fondo non ha nessuna intenzione di abolire la proprietà privata che come insegna anche Rousseau “per natura” spetta a tutti gli uomini. Infatti il diritto di proprietà è per tutti i pensatori politici del seicento e settecento un diritto fondamentale che neanche Marat mette in discussione anzi per questo si oppone duramente alle proposte e alla linea politica degli Enragés.
Certamente nella sua visione sociale egli anticipa tutta una serie di forme di assistenza, di cooperazione o di intervento dello Stato a favore dei meno abbienti, in difesa dei poveri e contro l’arroganza dei nobili e della ricca borghesia, ma il tutto senza mettere in discussione il diritto di proprietà. E dobbiamo altresì ricordare che ci troviamo nel XVIII secolo in una Francia, che al contrario dell’Inghilterra, è un paese con una economia ancora rurale e dove non si trovano masse operaie, ma solo contadine.
Marat quindi non è un proto socialista, ma è invece un profondo intellettuale e come abbiamo potuto vedere con una prospettiva tutt’altro che provinciale, ma proprio perché è un uomo del suo tempo farà di tutto per entrare nell’Accademia delle Scienze o per avere un titolo nobiliare senza peraltro ottenere tali riconoscimenti. E’ un medico abbastanza stimato tanto che nel 1777 ha la responsabilità sanitaria della Compagnie des Suisses del Conte d’Artois, uno dei fratelli del Re, il futuro Carlo X. Ed è tra i primi a sostenere la possibilità dell’uso terapeutico dell’elettricità.
Ma è anche l’unico rivoluzionario preparato per gli avvenimenti che nel 1789 porteranno la Francia alla pagina più gloriosa e nel contempo più tragica della sua storia. Quando verranno convocati gli Stati Generali da Luigi XVI egli è già un uomo non più giovane avendo 45 anni, mentre Robespierre e Danton sono dei trentenni.
La sua esperienza inglese come fa notare lo storico Albert Mathiez lo porta ad essere estremamente pessimista anche sulla democrazia rappresentativa: “Mentre i francesi del 1789 si facevano le più ingenue illusioni sul valore del sistema rappresentativo, Marat (…) conosceva già molto bene i mezzi usati per dirigere la stampa, fare le elezioni, comprare i deputati ecc. Di qui la sua diffidenza, di qui il suo pessimismo, di qui i suoi giudizi acuti sugli uomini e sulle cose.”
Infatti si può osservare già nelle chaînes de l'esclavage un pessimismo di fondo che rimarrà una caratteristica di questo grande rivoluzionario. Ma in fondo è proprio questo pessimismo che contribuisce a renderlo il politico più acuto e lungimirante della rivoluzione e nel 1790 può ammonire in modo realistico che non si può più indietreggiare:
“Lo ripeto: è il colmo della follia pretendere che uomini che da dieci secoli hanno la possibilità di dominarci, di derubarci e di opprimerci impunemente, si risolvano di buon grado ad essere soltanto nostri uguali: essi trameranno in eterno contro di noi, fino a che non saranno sterminati; e se noi non prendiamo questo partito, il solo che detta la voce imperiosa della necessità, ci sarà impossibile sfuggire alla guerra ed evitare che noi stessi finiamo per essere massacrati.”
Il suo giornale L'Ami du peuple sarà quindi uno dei principali punti di riferimento dei sanculotti e degli elementi più radicali dei Clubs repubblicani e probabilmente se non fosse stato ucciso dalla mano della Corday forse sarebbe stato l’unico che avrebbe potuto opporsi o attenuare il Grande terrore di Robespierre perché come già ammoniva nelle chaînes de l'esclavage :
“per restare liberi occorre stare sempre in guardia nei confronti di chi governa”.
3 marzo 2012
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Bibliografia:
J.P.Marat – Les chaînes de l'esclavage – Union générale d’éditons- 1972
J.P.Marat- L’amico del popolo – Editori riuniti- 1977
L.R.Gottschalk- Marat - Dell’Oglio editore - 1964
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mercoledì 7 marzo 2012
IL GIOCO DELLE TRE CARTE di Antonio Moscato
IL GIOCO DELLE TRE CARTE
di Antonio Moscato
Ancora ieri era stato annunciato un modestissimo emendamento al decreto sulle semplificazioni che avrebbe permesso di assumere 10.000 tra docenti e personale tecnico-amministrativo. Era stato proposto dal PD e accettato inizialmente dal governo, e anche se era poco più di un cerotto sul corpo martoriato della scuola pubblica, bastava per far cantare vittoria a chi lo aveva proposto. Poi, subito dopo, nella notte, l’annuncio del governo che non se ne faceva più niente. Sarebbe stato necessario alzare le imposte su alcolici, superalcolici, birre, suscitando le proteste dei produttori e col rischio che una contrazione dei consumi riducesse le entrate previste. Insomma la conclusione è che non ci sono i fondi: evidentemente si trovano solo per scassare la val di Susa e per mantenervi sopra un vero corpo di occupazione militare permanente. Successivamente le assunzioni sono state spostate in un ipotetico futuro in cui si troveranno i soldi. Anzi, si è detto tra tre anni, tenendo conto delle variazioni demografiche, e delle disponibilità di fondi del ministero competente... Mai, cioè, se non si abbatte questo governo, che intende favorire la scuola confessionale non meno di quelli precedenti.
Stavo per prendermela di nuovo con l’ipocrisia gesuitica di questo governo e dei partiti che lo sostengono, come avevo fatto in Monti ha studiato bene, ma questa volta mi sono trattenuto: più che alla Compagnia di Gesù in generale (riscattata, ammetto, negli ultimi decenni in America Latina da tanti generosi teologi della liberazione) bisognerebbe far riferimento a quei “nipotini di padre Bresciani” sferzati da Gramsci, e che sono stati probabilmente gli ispiratori dei maestri di Mario Monti nel liceo Leone XIII. Ma sarebbe stato un riferimento poco comprensibile ai più. Meglio pensare più semplicemente all’antico gioco delle tre carte, in cui gli sprovveduti vengono spolpati grazie al ruolo di un complice. In questo caso il PD, ovviamente.
Insomma, ho pensato che fosse meglio non scherzare ancora con i santi, e i loro rappresentanti in terra, e non nominarli nemmeno, visto che per un articolino su Don Bosco e la Fornero ho ricevuto una mail di semischerzosa protesta da un’assidua visitatrice del sito, che mi ha scritto pregandomi di non confondere la Fornero con don Bosco, un "sindacalista" che, “per tutelare i giovani dai soprusi, si fece promotore del primo contratto di apprendista, che era firmato dal datore di lavoro, dal giovane, dal genitore, ed in sua assenza da don Bosco".
In realtà il bersaglio di quel breve articolo di Walter Peruzzi era l’incredibile dichiarazione di Elsa Fornero più che don Bosco. Devo dire che con la sua figura mi ero anche imbattuto occupandomi (nella mia prima ricerca storica) del movimento religioso di Davide Lazzaretti, il “messia dell’Amiata”, che negli stessi anni delle tasse (e fucilate) sui poveri aveva imboccato una strada decisamente diversa da don Bosco, ma lo stimava molto.
Tuttavia vorrei fare una piccola precisazione per spiegare meglio agli altri possibili ammiratori di don Bosco perché piace tanto alla Fornero. La sua impostazione paternalistica, in senso proprio (don Bosco firmava “in assenza del genitore”…), non aveva molto a che fare con un sindacato, ma casomai con un patronato. Peraltro la Fornero faceva riferimento anche alle dame di san Vincenzo De Paoli, un santo che ebbe il merito - si legge sul sito della Società che da lui prende nome - di “aver capovolto l'atteggiamento allora prevalente nei confronti dei poveri, che era di allontanamento ed emarginazione, per andarne in cerca e soccorrerli attraverso l'aiuto e la collaborazione di quanti più fosse possibile, ispirandosi alla carità evangelica, che vede nel povero la persona di Cristo”. Meravigliosa innovazione! Dopo quindici secoli di cristianesimo, di cui dodici in cui è stato associato al potere, e lo ha benedetto e assolto, agli inizi del 1600 diventa una conquista non bastonare o “allontanare ed emarginare” i poveri, come si faceva abitualmente, ma “soccorrerli”… Capisco che alla Fornero piaccia molto questo santo, vero anticipatore degli “ammortizzatori sociali".
Non è solo una battuta: tutto l’arco dei “nostri santi sociali”, e la stessa dottrina sociale della chiesa in quanto tale, sono paragonabili agli ammortizzatori sociali, che hanno la funzione di un robusto anestetico: non curano il male, ma impediscono di sentirlo, o lo rendono sopportabile. Come il famoso "oppio dei popoli" di cui si parlava un tempo...
A parte la necessità di fronteggiare il nascente movimento socialista, la dottrina sociale cattolica aveva come funzione essenziale appunto quella di attenuare i conflitti. Ai suoi margini, in alcuni momenti cruciali si sono prodotte a volte radicalizzazioni che sono confluite con il movimento comunista (il sindacalismo contadino di Miglioli, nel primo dopoguerra), o nel nuovo sindacalismo di classe (la FIM nel 1968-1969), e per un certo periodo, all’inizio degli anni Settanta, le stesse ACLI di Livio Labor, che diedero vita a un effimero Movimento Politico dei Lavoratori. Ma il grosso del sindacalismo cattolico ha avuto costantemente una funzione filo padronale, ed è ben rappresentato dalla CISL, dalla scissione del 1948 all’appoggio a Berlusconi e dalla guerra contro la FIOM insieme a Marchionne.
Va detto che attualmente la differenza tra CGIL e CISL non è più facilmente percepibile, e non perché la CISL si sia spostata su posizioni classiste. In realtà anche la CGIL chiede sostanzialmente solo “ammortizzatori sociali”. Naturalmente chi rischia di essere buttato fuori dalla fabbrica senza più un centesimo dopo la cassa integrazione ordinaria, può anche tirare un sospiro di sollievo se avrà ancora la CI straordinaria o altre forme di indennità, ma con questa linea sarà impossibile una qualsiasi controffensiva. La Camusso ha chiesto (e sembra a prima vista una proposta radicale) una qualche forma di imposta patrimoniale, come quella che era stata ventilata dalla stessa Marcegaglia, allo stesso fine: “finanziare la Cassa Integrazione e più in generale gli ammortizzatori sociali”.
Giustamente sul Manifesto Galapagos obietta che si tratta di “una proposta conservativa che mira unicamente a dare un reddito – peraltro infimo – a chi rischia di perdere il lavoro. Il problema è un altro: serve creare altro lavoro”. Ma quando si tratta di precisare come crearlo anche Galapagos resta nel vago: continua a lamentare che “i privati in questa fase – come dopo la crisi esplosa nel 1929 – il lavoro non sono in grado di crearlo: non hanno capitali (sicuro?), hanno poche idee e ancora meno innovazione”. Quindi “deve essere la mano pubblica a sostituirsi a loro”.
Bene, ma come? Si spiega cosa dovrebbe fare questa “mano pubblica” (“con l’innovazione, ma anche con un modello di sviluppo diverso fatto di meno merci e più servizi”), ma non come ricostruirla, e con quali capitali. Tanto meno si accenna alla ripubblicizzazione delle floride imprese privatizzate a prezzi di svendita nei decenni scorsi. Insomma, ci si riduce come al solito di dar consigli ai capitalisti (come puntare sull’edilizia di recupero invece di sottrarre territori per costruire nuove case che nessuno può comprare…). Al massimo il capo economista del Manifesto aggiunge una trovata già sentita: “sarebbe utile mobilitare parte dell’inutile reliquia, cioè le riserve di oro”…
Tutto meno che la proposta di una lotta generale con pochi obiettivi concretissimi, come ridistribuire il lavoro tra tutti attraverso una fortissima riduzione d’orario, e confiscare tutte le aziende che sono state privatizzate (ad esempio l’Alfa Romeo e Alfa Sud, regalate alla FIAT), che dovrebbero essere recuperate dallo Stato ma affidate ai lavoratori.
Una lotta difficilissima, che può sembrare impossibile, e lo sarà se non si comincia a metterla all’ordine del giorno. La terribile lezione della Grecia è che i lavoratori sono riusciti meglio di noi a organizzare molti momenti di lotta durissima, ma senza definire un programma con obiettivi concreti, che trasformi le proteste in un vero sciopero generale a oltranza che paralizzi il paese, e ponga all’ordine del giorno la cacciata dei responsabili del debito e del saccheggio del paese.
Se non ci si riuscirà, resterà solo la mensa della San Vincenzo…
PS. Galapagos polemizzando con la Camusso scrive: “Il problema è un altro: serve creare nuovo lavoro. Ieri Landini nella conferenza stampa di presentazione della manifestazione nazionale di venerdì a Roma lo ha detto chiaramente. Ma la sua voce rimane inascoltata”.
Forse è inascoltata perché la battaglia della FIOM nella CGIL si è attenuata negli ultimi mesi, indebolendo la polemica verso i continui adattamenti della maggioranza alle pressioni del PD. Subito dopo la giornata del 9, che può essere anche occasione di nuove alleanze in molte realtà, per l’adesione di una parte notevole del sindacalismo di base, deve ripartire una lotta decisa nella Confederazione per costruire un’alternativa alla linea fallimentare della Camusso, sempre più stritolata dall’abbraccio tra il PD (che è “l’azionista di maggioranza” dell’apparato CGIL) e il governo Monti-Passera-Fornero, che non nasconde minimamente di avere in programma la cancellazione di ogni residuo di sindacalismo di classe.
7 marzo 2012
dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php
martedì 6 marzo 2012
LA LOTTA CONTRO LA TAV TORINO LIONE E' LA LOTTA DI CLASSE DI TUTTI I LAVORATORI di Riccardo Achilli
LA LOTTA CONTRO LA TAV TORINO LIONE E' LA LOTTA DI CLASSE DI TUTTI I LAVORATORI
di Riccardo Achilli
Iniziando a sgombrare il campo da qualsiasi possibile equivoco, occorre dire chiaramente che il progetto sulla TAV è, da analisi economiche e trasportistiche accurate fatte da esperti del settore, un’opera totalmente inutile sia dal punto di vista dell’interesse economico nazionale complessivo (anche se soddisfa interessi imprenditoriali particolari, propri di una specifica parte del capitale industriale e finanziario italiano, come meglio si dirà) che dal punto di vista ambientale (è anzi dannosa in questo senso).
Dal punto di vista economico, la realizzazione della TAV Torino-Lione costa all’incirca 15 miliardi di euro, considerando la somma della parte di investimento nella tratta italiana, della quota di 30% di incertezza sull’investimento dichiarata dallo stesso progetto preliminare del 2011, nonché del costo prevedibile per la provvista di capitale. Tale costo, peraltro, come avvenuto regolarmente su tutte le tratte ad alta velocità sin qui costruite, è presumibilmente destinato, per ”fisiologiche” lievitazioni, ad essere moltiplicato almeno per quattro, nei 20 anni di durata del cantiere (stime tratte dalle osservazioni al progetto preliminare pubblicato da Italferr il 28.03.2011 da parte della Comunità Montana della Val di Susa e dall’articolo di Boitani, Manghi e Mercalli “sulla Torino-Lione una pausa di riflessione produttiva”, pubblicato su lavoce.info).
Tale immane investimento serve soltanto a soddisfare gli appetiti imprenditoriali di un segmento della borghesia italiana, ed in particolare, come è ovvio, dell’industria delle costruzioni (uno dei comparti più politicizzati e legati alla casta politica di tutta l’economia) oltre che di alcune aziende specializzate nella produzione di sistemi e segnali ferroviari, e sistemi di telecomunicazione ad uso ferroviario, che produrranno i sistemi di segnalazione e telecomunicazione con cui equipaggiare la linea. Ovviamente, è un ottimo business per il sistema bancario, che fornirà in prestito alle imprese appaltatrici le risorse finanziarie per l’investimento iniziale. Ed è una prospettiva di un certo interesse potenziale per il gruppo Fiat, che può sperare in un effetto-indotto sulle vendite di veicoli per cave e miniere e veicoli speciali per costruzioni, prodotti da IVECO Astra e da New Holland. Naturalmente, la lunghissima e tormentata fase di progettazione dell’opera ha dato lavoro ad una congerie di studi professionali e professionisti.
Fra i promotori del progetto TAV figurano la Fondazione Agnelli, Alenia, Telecom, tre banche di livello nazionale, fra cui il gruppo San Paolo e CRT. Quel che resta da vedere è se l’opera porterà ad un vantaggio complessivo per l’economia italiana nel suo insieme. E qui iniziano i punti dolenti. L’impatto occupazionale previsto, peraltro tutto precario e legato ai tempi delle varie fasi del cantiere, è di 6.000 addetti complessivi a regime, cioè quando i lavori raggiungeranno il punto massimo. A regime, cioè fra qualche anno, i 6.000 addetti possono generare un effetto-reddito, temporaneo e legato all’occupazione di cantiere, di circa 0,008 punti di PIL (stimando una propensione marginale al consumo analoga a quella attuale), più 0,22 punti di PIL all’anno connessi all’effetto-investimento (stima basata sui coefficienti tecnici di produzione desunti dalla matrice input/output dell’economia italiana al 2008, pubblicata dall’Istat). Nell’insieme, quindi, l’investimento, a regime, cioè fra diversi anni, porterà ad un incremento della crescita economica (ovviamente del tutto temporaneo, e che svanirà con il completamento dell’investimento) valutabile attorno a 0,228 punti di PIL aggiuntivo all’anno, per non più di 5-10 anni. Da ciò però occorre scorporare gli effetti negativi derivanti dal danno economico alle attività turistiche ed agricole della Val di Susa, legati all’impatto paesaggistico e al consumo di terreno per le attività di scavo e deposito dei materiali, e quelli sull’economia piemontese, derivanti dalla congestione delle arterie stradali di collegamento fra Torino e la Francia, dovute ad un traffico di camion, legati al cantiere, stimato attorno ai 500 camion al giorno.
Stiamo quindi parlando di un effetto del tutto temporaneo, per pochi anni (non più di 5-10 anni) di pochissimi decimali di PIL, a fronte del quale vi è da calcolare il costo-opportunità, ovvero il PIL che si sarebbe potuto ottenere investendo in modo alternativo quei 15-20 miliardi di risorse pubbliche. Soltanto utilizzandoli nel modo più ingenuo possibile, ovvero distribuendoli a tutti i cittadini come assegno monetario, quei soldi genererebbero un incremento annuo di 0,05 punti di PIL per 15 anni, tramite l’aumento dei consumi, misurato a propensione marginale al consumo vigente.
Riguardo al capitolo relativo ai cosiddetti impatti ambientali favorevoli, cavalcati dai sostenitori del progetto, va detto che l’impatto potenziale più importante, ovvero la riduzione del traffico merci su gomma che passerebbe alla TAV, è del tutto marginale, con effetti assolutamente insignificanti sulle emissioni di gas serra o sul tasso di incidentalità stradale. Ciò deriva da considerazioni tanto semplici da essere accessibili persino ad un bambino. Intanto perché il grosso del traffico merci su gomma è concentrato su tratte nazionali: le tonnellate di merci trasportate su gomma in conto terzi su tratte interne al Paese sono infatti pari al 97,8% del totale delle merci trasportate su gomma in conto terzi (Istat, 2003). Quindi di fatto un tunnel ferroviario pensato per le merci è mirato soltanto ad una piccolissima quota del traffico su gomma, quello cioè di tipo internazionale. Ciò perché esiste una soglia di costo molto ben determinata, e nota agli esperti di economia dei trasporti: in Italia, stante l’assetto orografico, infrastrutturale e la distribuzione degli insediamenti produttivi ed insediativi sul territorio e nei Paesi limitrofi, la convenienza a trasportare merci su ferro è inesistente per tragitti inferiori ai 1.000 chilometri (Russo, 2009). Per tragitti superiori ai 1.000 chilometri, uno studio condotto da STEP, centro studi indipendente, conduce a ritenere che soltanto il 25% delle merci che transitano fra Italia e Francia potrà essere portato dalla gomma al ferro in una modalità economicamente conveniente. Ciò significa che, stante l’attuale volume di merci che transita per l’esistente valico del Fréjus, sarebbe conveniente spostare su ferro soltanto 6 milioni di tonnellate di merci, che è esattamente la quantità attualmente trasportata dall’esistente linea ferroviaria del Fréjus, senza bisogno di nessuna ulteriore opera! Anche volendo considerare una previsione di 30 milioni di tonnellate trasportate al 2030, fatta dagli estensori del progetto della TAV, solo 7,5 milioni di tonnellate, nel 2030, potrebbero essere trasportate su ferro in modo economicamente conveniente. Siamo ancora una volta ampiamente all’interno della capacità dell’attuale linea ferroviaria, che nel 1999 ha superato i 12 milioni di tonnellate trasportate.
La conclusione del ragionamento è la seguente: attualmente, dalla Val di Susa, il mix di merci che transita su gomma e su ferro è perfettamente compatibile con le convenienze economiche relative delle due modalità di trasporto. Prendendo per buone le previsioni al 2030 degli estensori dello studio di fattibilità favorevole alla TAV, al 2030 il mix di modalità trasportistiche sarebbe ancora una volta del tutto coerente con le convenienze economiche relative, oltre che con la capacità dell’attuale linea ferroviaria, e quindi non vi sarebbe la necessità di una nuova opera ferroviaria, sia perché la capacità di quella attuale è del tutto sufficiente, sia perché la distribuzione del volume di merci fra gomma e ferro dipende da un calcolo di convenienza economica che non è modificato in nessun modo da una nuova opera ferroviaria, perché è legato piuttosto al costo di esercizio di ogni specifico vettore, alla tipologia di merci trasportate, ai tempi medi di percorrenza. Quindi non c’è nessun effetto di spostamento di merci dai camion alla ferrovia legato specificamente alla realizzazione della linea TAV Torino-Lione. D’altro canto, però, l’afflusso di circa 500 camion al giorno per le attività di cantiere nei prossimi 15 anni, nonché l’esigenza di depositare nella valle milioni di tonnellate di materiali di scavo, avranno un effetto ambientale netto sicuramente molto negativo.
Quindi, in sostanza, a che serve realizzare una nuova linea ferroviaria, se l’impatto macroeconomico è risibile (cioè l’impatto sull’intera economia italiana, non quello, limitato che andrà a beneficio di qualche impresa di costruzioni, di qualche banca e di qualche fornitore di macchine per l’edilizia) e l’impatto ambientale è negativo? I sostenitori adducono una ulteriore argomentazione: la riduzione del tempo di percorrenza. Questo dato è in parte errato, perché sul versante francese le merci trasportate tramite il nuovo valico TAV non incontrerebbero più linee ad alta velocità, in quanto la Francia ha fatto la scelta strategica di non investire in alta velocità per il trasporto cargo, e quindi il risparmio di tempo sarebbe molto relativo, riguardando soltanto la tratta italiana. Inoltre, il trasporto-merci su ferro, come sa bene chi si occupa di tale tematica, richiede soprattutto sicurezza, stabilità ed un incremento della frequenza dei passaggi, più che l’alta velocità (poiché già ad una velocità di 140 km/h la merce trasportata su ferro viaggia più velocemente di quella trasportata su gomma, non richiedendosi quindi punte fino a 250 km/h per essere più competitivi sotto l’aspetto della velocità). Ora, ciò che garantisce sicurezza, stabilità e maggior frequenza di transito è l’alta capacità, non l’alta velocità. Per cui, per migliorare l’efficienza del traffico ferroviario fra Italia e Francia sarebbe del tutto sufficiente attrezzare la linea attualmente esistente per renderla una linea ad alta capacità, con costi di investimento incomparabilmente inferiori rispetto a quelli previsti dalla TAV Torino-Lione, e con benefici reali sul trasporto ferroviario delle merci, che l’alta velocità non garantisce affatto.
La verità vera è che il progetto serve soltanto a far fare soldi a una ristrettissima cerchia di imprese e di professionisti, a cui la politica regionale e nazionale, come al solito, si prostra deferentemente. E poi il progetto serve all’economia francese e, in misura minore ma comunque significativa, ai sistemi produttivi dell’area del Benelux e del bacino industriale tedesco della Ruhr e della Germania centro occidentale. Infatti, la realizzazione del valico TAV fra Torino e Lione è un pezzo fondamentale dell’attuazione del corridoio trans europeo numero 6, che mira a collegare la Francia centro meridionale con i mercati della Slovenia (e da lì verso tutti i mercati balcanici, tramite il corridoio 10, che si interconnette con il corridoio 18), dell’Ungheria, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e dell’Ucraina. Tale collegamento è garantito anche alla Germania ed al Benelux, tramite i corridoi 24 e 4, che si interconnettono con il corridoio 6. in pratica, tramite la realizzazione della Torino-Lione, migliaia di PMI italiane del Nord, ed in particolare del Nord Est, perderanno un vantaggio competitivo sui costi di trasporto verso i mercati dell’Europa centro orientale e dei Balcani rispetto ai loro concorrenti francesi e tedeschi, che attualmente è garantito dalla loro vicinanza geografica a tali mercati. Con la realizzazione di una linea ad alta velocità che dal confine francese porterà fino a quello con la Slovenia, attraversando tutta l’Italia del nord, le PMI italiane perderanno gran parte di tale vantaggio competitivo.
Ancora una volta, il Governo Monti agisce in nome di interessi extra-nazionali, adempiendo ai suoi compiti di Governo-fantoccio del capitale nord europeo, ed in specie franco-tedesco, che governa l’Unione Europea, ed a vantaggio di una ristrettissima cricca di interessi imprenditoriali italiani, che però non coincidono con quelli più generali dell’economia italiana, facendo pagare il conto alle popolazioni, ai lavoratori. Da questo punto di vista, lo squilibrio democratico esistente fra un Governo diretto da poteri economici forti, non tutti interni al Paese, e la popolazione della Val di Susa, costretta alla lotta diretta per assenza di ascolto istituzionale (i cambiamenti di tracciato concessi in questi anni non spostano infatti di un millimetro il problema dell’inutilità e dannosità di tale opera) rende ridicolo pensare di risolvere la questione con un referendum rivolto alla popolazione della Val di Susa, come fa, sia pur con tutte le buone intenzioni, Adriano Sofri, dalle colonne di Repubblica. Chi non è disposto ad ascoltare non è certamente disposto a concedere strumenti di democrazia diretta, ed infatti già Chiamparino, sindaco di Torino, si è esplicitamente opposto a tale ipotesi.
Se il movimento di protesta NO TAV dovesse venire soffocato nelle prossime settimane, e personalmente non lo credo, vista la risonanza che ha ottenuto, e ovviamente non me lo auspico, sarà colpa dell’inaudita repressione poliziesca, che si esercita anche nei confronti di un movimento sostenuto dalle istituzioni democratiche locali (Comuni e Comunità Montana) e della disinformazione dei media di regime, che si combina con una semi-indifferenza di larga parte dell'opinione pubblica italiana, angosciata dalle crescenti difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena.
Ma un eventuale fallimento del movimento No TAV chiamerebbe però anche in causa una falla teorica. La falla è quella di isolare i fatti della Val Susa come elemento di protesta a sé stante, senza comprendere il nesso che lega l'investimento sbagliato, nella TAV Torino-Lione e il più generale disegno della borghesia italiana e del capitale finanziario europeo, cui l'attuale Governo è totalmente asservito.
Esattamente come con le politiche economiche di austerità imposte dal Governo-Monti, che sono funzionali soltanto agli interessi dei mercati finanziari globali, ben rappresentati da Sarkozy e Merkel e dalle burocrazie dell’Unione Europea, ed esattamente come nel caso del progetto di riforma del mercato del lavoro, ancora una volta imposto dagli interessi del capitale globale (oltre che della borghesia nazionale) Monti porta a compimento un'opera pubblica che non favorisce nell’insieme la nostra economia, ed anzi ne penalizza fortemente alcuni comparti ed aree, crea danni ambientali considerevoli, danneggia popolazioni, soltanto per favorire un pugno di grandi capitalisti italiani, e gli interessi della borghesia europea (in primis francese e tedesca), legati ad una conquista dei mercati balcanici ed est europei, resa più facile dal completamento del corridoio 6, di cui la linea Torino-Lione è parte essenziale.
In un simile quadro, la sinistra dovrebbe, per essere più efficace nel contrasto alla TAV Torino-Lione, far capire meglio il nesso fra tale lotta e quella più generale contro le gerarchie europee e franco-tedesche, contro l'euro e contro i rappresentanti italiani di interessi in realtà a noi ostili. D’altro canto, il movimento NO TAV dovrebbe, per essere realmente efficace, inquadrare la protesta contro la TAV nel contesto più generale di una necessaria ripresa della lotta di classe, altrimenti anche eventuali, piccole concessioni che dovessero essere strappate in queste settimane di lotta (come ad esempio una moratoria temporanea sui lavori, o un nuovo tavolo di negoziazione) sarebbero del tutto provvisorie, e verrebbero cancellate non appena le condizioni lo consentissero. Quindi la sinistra dovrebbe ricomporre il quadro delle lotte anticapitaliste, evitando di frazionarle in micro-lotte settoriali, per singolo evento, e riportare quindi anche il contrasto alla TAV nel quadro di una più generale lotta di classe contro l'intero quadro politico italiano. Altrimenti porterà la responsabilità di aver contribuito anche al fallimento della lotta NO TAV. D’altro canto il movimento NO TAV deve ampliare i suoi obiettivi di lotta, andando oltre la singola questione dell’investimento pubblico da bloccare sullo specifico territorio in questione, per inquadrarli all’interno della lotta di classe contro l’insieme delle politiche neo-liberiste che l’attuale Governo Monti, su commissione del capitale, sta attuando.
4 marzo 2012
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
domenica 4 marzo 2012
LA MONTINOMICS di Riccardo Achilli
LA MONTINOMICS
di Riccardo Achilli
Monti getta la maschera in modo definitivo. Dopo aver farneticato per mesi sulla "fase 2", ovvero sui provvedimenti per rilanciare la crescita, senza la quale - sono parole sue - non vi può essere risanamento strutturale delle finanze pubbliche, rinuncia all'unico strumento che, secondo l'ideologia liberista cui appartiene, va utilizzato per promuovere la crescita, ovvero l'abbattimento delle tasse. In un consiglio dei ministri di ieri sera che le cronache ci dicono essere convulso, e che mostra quindi le prime crepe nella coesione interna fra i “tecnici”, evidentemente indotta dal timore che l'appoggio popolare a questo Governo sia molto minore di quanto i sondaggi ci fanno credere, il premier rinuncia all'idea di creare un fondo, nel quale far confluire le risorse del contrasto all'evasione fiscale, destinato alla riduzione della pressione fiscale.
Come è noto, per i liberisti esiste un equilibrio di piena occupazione strutturale, verso cui il sistema tende spontaneamente a convergere, sia pur con fluttuazioni cicliche di ripresa e recessione, per cui le politiche pubbliche di tipo interventista non fanno altro che ostacolare tale tendenza “naturale” all'equilibrio, distorcendo le aspettative degli operatori (che di per sé si dovrebbero formare con meccanismi di razionalità, ma che possono essere rese “irrazionali” dall'intervento di politica pubblica. Tale assunto potrebbe essere semplicemente smentito guardando all'elevatissima irrazionalità ed emotività con cui si formano le aspettative degli operatori nel mercato più deregolamentato del mondo, ovvero quello finanziario) creando inflazione che si riflette su una errata ed eccessiva domanda di moneta e in tassi di interesse crescenti, ed ostacolando l'allocazione “ottimale” dei fattori produttivi che si realizza nel modello teorico di concorrenza perfetta, in cui, sempre in teoria, porta ad una massimizzazione dell'offerta ed a una minimizzazione del prezzo di mercato dei prodotti.
In questo scenario, per il liberista “doc”, per un seguace fedele di Friedman quale si considera il nostro premier, la politica pubblica deve fare solo tre cose:
1 - liberalizzare completamente i mercati, riducendo al massimo, se non eliminando, ogni forma di regolamentazione degli stessi;
2 - creare le condizioni per aumentare al massimo la concorrenza fra privati sui mercati liberalizzati, smantellando ogni forma di cartello oligopolistico, o gruppo di interessi collettivi sul versante dell'offerta o della domanda (questo significa, peraltro, sul mercato del lavoro, smantellare il ruolo della contrattazione dei sindacati. Le tre aquile a capo degli attuali sindacati confederali che si illudono di “negoziare” con Monti la riforma del mercato del lavoro non si accorgono che si stanno consegnando ad un sistema di contrattazione aziendale e localistico, all'americana, in cui il loro ruolo sarà ridotto pressoché allo zero, o quantomeno dovrà essere conquistato con dure lotte azienda per azienda);
3 - abbassare al massimo la pressione fiscale, soprattutto sui redditi medio-alti e sulla fiscalità dei redditi delle imprese, al fine di stimolare l'iniziativa imprenditoriale privata, e creare convenienze fiscali per gli investimenti, secondo i dettami della cosiddetta curva di Laffer (una teoria, rivelatasi del tutto fallace, secondo cui un incremento delle imposte sui redditi medio-alti e sulle tasse delle imprese, oltre un certo livello critico, producono un abbassamento dell'attività economica, e quindi effetti negativi anche sul bilancio dello Stato). Naturalmente, l'abbassamento della pressione fiscale richiede una parallela riduzione della spesa pubblica, onde evitare effetti di breve periodo esplosivi sul bilancio dello Stato. Meno spesa pubblica significa meno scuole, meno ospedali, meno pensioni, licenziamenti di dipendenti pubblici, meno welfare.
Questa ricetta liberista della crescita, peraltro, non comporta alcun effetto di crescita nel medio periodo, ma solo un effimero, e del tutto momentaneo, stimolo all'economia, che si lascia dietro, dopo la fase di euforia, danni strutturali all'economia, che ne abbassano il tasso di crescita potenziale in modo permanente. L'esempio empirico è fornito da tutti i Paesi che hanno adottato tale ricetta, ad iniziare dagli Usa del periodo della reaganomics degli anni Ottanta. Le politiche di liberalizzazione, privatizzazione, riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale sui redditi medio-alti e sulle imprese condotta da Reagan ha , in effetti, stimolato la crescita del Pil e la riduzione del tasso di disoccupazione (anche se, secondo Krugman, ciò è stato indotto più dalle politiche monetarie accomodanti sui tassi di interesse seguite dalle FED di Volcker in quegli anni). In effetti, il PIL crebbe ad un tasso medio annuo del 3,5%, con una riduzione del tasso di disoccupazione dal 7,1% del 1980 al 5,4% nel 1988, mentre il tasso di inflazione passò dal 10% al 4% nello stesso periodo.
Tuttavia, tale politica generò effetti strutturali dannosissimi, mascherati temporaneamente dal boom produttivo legato allo sforzo bellico degli Usa nella prima guerra del Golfo e sullo scacchiere balcanico, e che si fecero sentire già a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, abbassando notevolmente il potenziale di crescita economica, e rendendo l'economia statunitense più fragile ed esposta a fasi di recessione del ciclo economico generale. Infatti:
a) la reaganomics fece esplodere il debito pubblico federale, passato dal 26,1% del PIL nel 1980 al 41% nel 1988. questo per un ovvio motivo, noto agli studenti del primo anno di economia: l'elasticità delle entrate e delle spese rispetto al saldo di bilancio non è la stessa, ed in particolare le prime sono molto più elastiche delle seconde. Quindi la riduzione della pressione fiscale ha generato effetti negativi sul saldo di bilancio che hanno più che compensato i modesti effetti della riduzione della spesa pubblica, che è caratterizzata da notevole rigidità verso il basso. Di conseguenza, l'enorme debito federale ha reso molto più difficile l'utilizzo della spesa pubblica a fini anticiclici nelle fasi di rallentamento dell'economia, ha provocato una ripresa delle tensioni inflazionistiche, con un'inflazione nuovamente schizzata a più del 5,3% nel 1991, ha contribuito ad indebolire strutturalmente il tasso di cambio del dollaro, compromettendo cioè il ruolo dominante degli Usa nel sistema mondiale dei pagamenti,
b) la reaganomics ha bruciato i risparmi privati, ridottisi molto rapidamente nel corso degli anni Ottanta. Il rapporto fra risparmio e reddito disponibile dei privati, che negli anni pre-Reagan oscillava attorno al 10%, negli anni Ottanta scese fra il 7 e l'8%, per poi attestarsi al di sotto del 5% a fine anni novanta, ed attorno all'1-2% negli anni Duemila. Ciò si è verificato perché la reaganomics ha portato ad una crescita strutturale della propensione marginale al consumo nella fase di euforia, ed a un incremento rapidissimo dell'indebitamento dei privati con le banche, specie per il credito immobiliare, grazie ai bassi tassi di interesse (tenuti bassi per stimolare gli investimenti). Ciò ha gettato le basi strutturali per l'esplosione della grande crisi, che si sarebbe verificata vent'anni dopo, causata proprio dall'espandersi incontrollabile della bolla dei mutui immobiliari ai privati, in una condizione in cui il risparmio privato è molto basso;
c) la reaganomics ha ampliato a dismisura l'area della povertà, perché l'abbassamento del tasso di disoccupazione è stato generato da una crescita degli impieghi dequalificati e sottopagati (i cosiddetti “dog workers”, cioè lavoratori il cui reddito non è sufficiente per uscire dalla povertà). I cittadini americani al di sotto della linea ufficiale di povertà sono cresciuti dell'8% nel corso degli anni Ottanta, arrivando a 31,7 milioni di poveri nel 1988, ovvero circa 32 milioni di americani spinti al di fuori del circuito della domanda e dei consumi, con effetti strutturali di lungo periodo depressivi sui livelli produttivi. Da un mio calcolo sulle propensioni marginali al consumo delle fasce di reddito medio-basse, si può stimare che, per il solo effetto di aumento della povertà, il tasso di crescita potenziale del PIL è diminuito permanentemente di 0,85 punti ogni anno;
d) la reaganomics ha prodotto una gigantesca crescita del disavanzo della bilancia delle partite correnti (cresciuto del 161% rispetto agli otto anni precedenti a Reagan, che pure furono anni di recessione per l'economia Usa). Ciò fu indotto da una notevole perdita di competitività dell'economia a stelle e strisce, non compensata nemmeno dalla svalutazione del dollaro rispetto ad alcune valute fondamentali, come il marco tedesco, lo yen o il franco svizzero verificatasi come effetto della reaganomics. Naturalmente, le liberalizzazioni e deregolamentazioni attuate durante il periodo di Reagan non hanno fatto altro che aumentare gli effetti di un apparato produttivo scarsamente competitivo sulla qualità e l'innovazione, aumentandone l'esposizione alla concorrenza internazionale. E nemmeno la competitività di costo indotta dall'indebolimento del dollaro ha potuto compensare questi effetti,
e) la reaganomics ha fallito nel creare condizioni maggiormente concorrenziali sui mercati liberalizzati. Questo perché la politica è in generale al servizio degli interessi dei grandi poteri economici, per cui non si liberalizza mai nei settori altamente concentrati e trustificati (ad esempio, l'industria automotive degli Usa continua ad avere un livello di concentrazione, misurato con l'indice di Herfindahl, altissimo, pari a 2.505,8, quando il Dipartimento della Giustizia statunitense fissa in 1.800 il livello di soglia oltre il quale un determinato settore è in condizioni di concentrazione oligopolistica) e quando si liberalizza, di fatto si apre la strada per una successiva conquista dei mercati liberalizzati da parte dei concorrenti più grandi e più capitalizzati, cioè si apre la strada per la successiva concentrazione oligopolistica. Di fatto, le 50 più grandi società statunitensi concentrano il 24% del valore aggiunto manifatturiero nel 1997, e tale percentuale è rimasta la stessa anche nel 1992 e perfino nel 1954.
Se questi sono gli effetti nefasti di lungo periodo della politica economica liberista, figuriamoci cosa succederà dal fallimento di tale politica. Perché Monti sta fallendo nell'implementarla. I continui riaggiustamenti parlamentari del decreto sulle liberalizzazioni, che reintroducono forme di protezione per i settori professionali più forti, in termini di rappresentanza parlamentare, stanno creando un sistema a doppio binario, in cui alcune professioni ed alcuni settori, troppo deboli per difendersi, saranno liberalizzati, ed altri no. Con la conseguenza che la liberalizzazione in alcuni settori indurrà la crescita di posizioni oligopolistiche, esattamente come successo con le politiche di Reagan mentre altri settori rimarranno protetti dalla concorrenza, in condizioni di inefficienza economica diversi da quelli tipici del mercato oligopolistico, ma comunque non meno gravi. Di fatto un processo di liberalizzazioni a velocità variabile a seconda del settore crea anche più problemi di un processo di liberalizzazioni completo e globale.
La rinuncia di ieri di utilizzare le risorse recuperate dall'evasione fiscale per abbassare le tasse, giustificata in modo sciocco ma significativo dallo stesso Monti (evitare di creare “tesoretti” dai quali i partiti potrebbero attingere per favorire le loro categorie elettorali di riferimento, evitare di rovinare l'immagine di formichina diligente con i suoi referenti sui mercati finanziari) impedisce di poter utilizzare la leva fiscale per stimolare nel breve periodo l'economia, quindi impedisce di ottenere quanto meno i benefici di brevissimo periodo tipici delle politiche liberiste. In pratica, Monti, abiurando alla sua stessa dottrina di politica economica, dichiara apertamente di non aver alcun interesse a mettere in pratica politiche di crescita. Da un certo punto di vista, è anche meglio per noi, visti i danni strutturali che le politiche liberiste provocano, dopo lo stimolo iniziale, al tasso di crescita potenziale dell'economia. Però perlomeno che Monti la smettesse di prenderci in giro su una “fase 2”che non esiste. Può forse servire per prendere in giro gli italiani (ma non a tempo indefinito, perché prima o poi i nodi verranno al pettine) ma lo espone a brutte figure in ambito politico ed accademico, come successo ieri quando, parlando con il premier irlandese, ha propalato per l'ennesima volta la bufala dell'austerità di bilancio che, da sola, genera crescita nel medio periodo. Il premier irlandese, che forse del tutto fesso non è, gli ha risposto mettendosi a parlare dei campionati europei di calcio, evidentemente pensando che tale livello di argomenti fosse più accessibile per il suo interlocutore.
Se poi Monti spera che a togliergli le castagne della recessione dal fuoco sia l'asse franco-tedesco che governa l'Unione europea, come lascia presagire la lettera che ha firmato con altri undici capi di Stato e di Governo, rivolta proprio a Merkel ad a Sarkozy, per implorare misure di crescita adottate a livello europeo (ovviamente basate sul solito paradigma liberista secondo cui le liberalizzazioni dei mercati e la mobilità dei fattori su base concorrenziale siano il toccasana per ogni male) allora si illude. Quella lettera ha tutto il sapore di una implorazione (abbiamo fatto bene il compitino dell'austerità di bilancio, ora per pietà dateci un po' di crescita) ed è assolutamente improbabile che Sarkozy e la Merkel siano così fessi da aprire i loro mercati interni alla concorrenza europea per far realizzare a Monti qualche decimo di punto di crescita. L'Europa non è il luogo della solidarietà, perché il suo assetto risponde agli interessi del grande capitale, specie di quello finanziario, e non a quello dei popoli. Prima impareremo a fare da soli meglio sarà.
26 febbraio 2012
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
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venerdì 2 marzo 2012
RUSSIA: LA CRISI DEL REGIME DI PUTIN di Antonino Marceca
RUSSIA: LA CRISI DEL REGIME DI PUTIN
Un’ondata di indignazione di massa sconvolge la scenografia elettorale
di Antonino Marceca
Quando al congresso di Russia Unita, il 24 settembre 2011, veniva confermato tra gli applausi dei delegati il “tandem” tra Dmitrij Medvedev e Vladimir Putin, con il primo a guidare il partito alle legislative del 4 dicembre e il secondo candidato alle elezioni presidenziali di marzo 2012, il regime era certo di poter ottenere, grazie agli oliati strumenti della democrazia autoritaria, un risultato elettorale largamente maggioritario per Russia Unita. La presenza in Parlamento di un’opposizione costruttiva, parte della struttura di potere, sarebbe stata garanzia di legittimità per le decisioni future.
Il combinarsi delle contraddizioni della società russa con i venti di contestazione che attraversano i diversi continenti mandava un segnale inequivocabile al sistema di potere bonapartista costruito per oltre un decennio da Putin: Russia Unita perdeva il 15% dei voti rispetto al 2007, anche se, grazie ai brogli elettorali, otteneva il 49,5% dei voti e manteneva la maggioranza assoluta dei seggi alla Duma, nel contempo le piazze delle principali città russe (Mosca, San Pietroburgo, Perm, Ekaterinburg, Novosibisk, Vladivostock, Khabarovsk, Barnaul) si riempivano di manifestanti indignati che sfidavano, sulla base di parole d’ordine democratiche, la dura repressione poliziesca.
Le manifestazioni, con sempre maggiore partecipazione, si ripeteranno il 24 dicembre per la terza volta.
DA ELTSIN A PUTIN
Dopo dieci anni di potere, il gruppo dirigente che aveva guidato la restaurazione capitalistica, indebolito dagli insuccessi elettorali, veniva travolto dalla crisi economica e finanziaria dell’agosto 1998. Il crescente scontento dei lavoratori e delle masse popolari per la riduzione dei salari, la crescente disoccupazione, la caduta del tenore di vita, la crescente influenza della criminalità mafiosa, la diffusa corruzione della pubblica amministrazione, l’impopolarità della guerra in Cecenia rendevano impossibile continuare la politica precedente.
Il presidente Eltsin, i sui collaboratori e gli oligarchi della prima ondata, scelsero di scaricare gli ormai esigui partiti liberali e di stringere una stretta collaborazione con i militari e i servizi di sicurezza.
Il 16 agosto 1999 Vladimir Putin diventa primo ministro. Alto dirigente prima del KGB, poi della FSB, proveniva dalla polizia politica ed era inserito nelle nuove strutture economicofinanziarie nate dal processo di redistribuzione e privatizzazione della proprietà statale ad opera della burocrazia stalinista e restauratrice.
L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, i due principali prodotti che la Russia esporta nel mercato mondiale, aveva permesso al governo di ridurre il debito estero e pagare gli stipendi ai lavoratori pubblici, la seconda guerra di Cecenia e la propaganda nazionalista aveva risvegliato l’orgoglio grande russo. Tutti fattori che favorirono l’ascesa di Putin.
Eltsin dopo aver scelto Putin come suo successore alla presidenza, il 31 dicembre 1999, ormai fortemente debilitato politicamente e fisicamente, ha rassegnato le dimissioni.
Alle elezioni presidenziali del marzo 2000 Putin riceve un consenso plebiscitario.
LA COSTRUZIONE DEL REGIME AUTORITARIO
Putin rappresenta il punto di equilibrio di interessi, il compromesso fra i gruppi più influenti raggiunto ai vertici, l’arbitro tra i poteri dello stato, dell’economia e della finanza. Nel primo quinquennio dopo l’89 i 2/3 dell’alta borghesia russa erano costituiti da persone che in epoca stalinista avevano diretto grosse imprese o avevano occupato alte cariche nei ministeri e negli enti statali, con l’avvento di Putin gli “uomini in divisa”, provenienti dai vertici e dagli strati intermedi dell’esercito e dei servizi speciali, saranno chiamati ad occupare posizioni di rilievo nelle società finanziarie e industriali, sopratutto quelli legati all’esportazione dei prodotti energetici, e nell’apparato delle strutture amministrative centrali e periferiche, compresi gli enti educativi e culturali. Secondo alcune pubblicazioni la sostituzione ha coinvolto il 90% dei quadri alti dell’amministrazione e il 40% dei dirigenti di livello intermedio.
Quando nel marzo 2008 c’è stato il primo tempo del “tandem”, con l’elezione di Dimitri Medvedev a presidente e l’elezione nel maggio successivo di Putin a primo ministro, era evidente la reale gerarchia di comando.
LE ELEZIONI LEGISLATIVE E PRESIDENZIALI
La rapidità con cui Putin ha consolidato il proprio potere e la sua popolarità era legata a tre fattori principali: la guerra cecena e il terrorismo internazionale avevano agevolato la censura nei mass media e il rafforzamento delle norme e degli apparati repressivi; il boom petrolifero ha permesso di superare la crisi economica del 1998, l’avvio di un tasso di crescita industriale, in media del 6-7%, nel decennio successivo, permettendo di ridurre la disoccupazione; il quadro dei nuovi rapporti internazionali. Il consolidamento economico è stato accompagnato da una certa stabilizzazione sociale con il crollo degli scioperi anche nei settori dove erano stati costituiti, seppur ancora deboli, sindacati combattivi (minatori, insegnanti, impiegati).
La crisi capitalistica mondiale iniziata nel 2007-2008 negli Usa e lo sviluppo di forti movimenti in tutti i continenti, hanno avuto un certo impatto anche nella società russa.
I numeri delle elezioni del 4 dicembre se da un lato indicano una lieve flessione della partecipazione al voto (il 60,2%) rispetto a quattro anni prima, dall’altra vedono un incremento di tutti i partiti di opposizione presenti alla Duma: Partito comunista (PCFR) al 19,2%; Russia Giusta (centrosinistra) al 13,5%; Partito liberal-democratico (destra) al 11,7%. Altri non hanno superato lo sbarramento elettorale del 7%: Yabloco (liberali) 3,3%; Patrioti di Russia (fascisti) 1%; Giusta Causa 0,6%.
Questi risultati hanno cominciato a far scricchiolare il sistema di potere in periferia: Vlaceslav Pozgaliov, governatore della regione di Vologda e alto dirigente di Russia Unita ha presentato richiesta di dimissioni al presidente Dmitri Medvedev, in quanto è divenuto “impossibile dirigere la regione con un livello di fiducia cosi basso da parte della popolazione”.
Nelle piazze la gente indignata innalza cartelli con su scritto “elezioni pulite”, “via il partito dei ladri e degli imbroglioni”, “una Russia senza Putin”. Si tratta di rivendicazioni democratiche, mentre la classe operaia non è ancora entrata in campo in modo indipendente. Allo stato degli attuali rapporti di forza il regime certamente non accetterà di annullare le elezioni legislative tanto più che Russia Unita ha la maggioranza alla Duma.
Nel caso prevarrà una maggiore apertura democratica, come fanno pensare le proposte di riforma avanzate da Medvedev, la copertura dei media televisivi delle manifestazioni e la riduzione delle misure repressive, certamente verrà favorito nel medio periodo un certo consolidamento dell’opposizione al regime e in prospettiva la crisi del regime bonapartista.
Quello che è certo, a marzo l’elezione di Putin difficilmente sarà plebiscitaria, mentre una nuova generazione entra in campo. Questa giovane generazione non troverà nel sedicente partito comunista (PCFR), un partito di origine stalinista, lo strumento rivoluzionario che necessita.
Questa frazione della classe dominante rappresenta la base sociale di Russia Unita, il partito del presidente. Il consolidamento del regime bonapartista presupponeva una forte verticalizzazione del potere attraverso il controllo dei media, principalmente dei canali televisivi; il controllo del Parlamento e del potere giudiziario; la subordinazione delle autorità regionali a quelle federali; stabilire un nuovo rapporto di collaborazione con il clero a partire dall’introduzione nella scuola di una nuova disciplina denominata “fondamenti della cultura cristiana-ortodossa”; stabilire su nuove basi il rapporto con i grandi gruppi economici e finanziari, premere attraverso il potere giudiziario sugli oligarchi perché rinuncino a sostenere la stampa e i partiti di opposizione.
La politica sviluppata da Putin e dal suo apparato ha raggiunto i suoi principali obiettivi nel primo mandato. La costruzione del partito del presidente, Russia Unita, dall’alto e attraverso l’uso massiccio di denaro pubblico, è servito a garantire il controllo dell’apparato statale. E’ attraverso questo partito che Putin ha potuto dominare gli organi del potere esecutivo a tutti i livelli, fino a ridurre drasticamente l’autonomia politica delle strutture territoriali che compongono la Federazione Russa (province e repubbliche autonome). L’elezione diretta dei governatori regionali è stata abrogata e sostituita dalla nomina di essi da parte del centro federale, la loro autonomia di decisione è stata ridotta o abolita se in contrasto con la volontà del Cremlino. In politica estera la pretesa di Putin di esercitare un ruolo di potenza mondiale è stata duramente contrastato da parte statunitense, come ha evidenziato la guerra di Giorgia. Gli Usa di Obama sembra abbiano trovato un nuovo equilibrio: da un lato il riconoscimento della tradizionale sfera di influenza russa, dall’altro il sostegno russo alla politica americana in Nord Africa e nel Medio Oriente.
D’altra parte si è sempre più rafforzato il partenariato strategico tra Russia e Germania a partire dagli accordi bilaterali in materia di gasdotti ed oleodotti, allargatosi poi in altri settori dell’economia.
da: il giornale COMUNISTA dei lavoratori
dal sito http://www.pclavoratori.it/files/index.php
giovedì 1 marzo 2012
SCIOPERO GENERALE CONTRO LA TAV IN VALSUSA di Bruno Giorgini
SCIOPERO GENERALE CONTRO LA TAV IN VALSUSA
di Bruno Giorgini
E’ tempo di assumere la lotta del popolo NoTav come una battaglia generale, e non come un semplice episodio di resistenza territoriale a cui portare solidarietà e mostrare simpatia, nonché comprensione. Se in Valsusa fosse confinata, lo Stato non dispiegherebbe una così imponente forza armata, non dichiarerebbe e tratterebbe la zona alla stregua di una servitù militare, non ci sarebbe un moltiplicarsi delle provocazioni verbali e fisiche, non entrerebbe in campo in modo così pesante la magistratura accusatoria tramite un pezzo da novanta come il Procuratore Caselli, non assisteremmo a un così compatto schieramento dei mezzi d’informazione radio, televisioni, giornali, più o meno tutti se si esclude il manifesto e qualche altro, volto a oscurare la verità, spargendo non solo menzogne ma diffamazioni, e quant’altro, l’elenco è veramente lungo, e inquietante, né può mancare l’oligarchia europea a spingere, se sei No Tav, sei contro L’Europa, lo sviluppo, il progresso, la civiltà e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo contro quattro montanari ottusi? Tutto questo contro una minoranza estremista? Tutto questo per scavare un buco in una montagna?
La posta è ben più rilevante, si tratta di decidere chi decide sulla propria esistenza, e sul modello di sviluppo nonché di convivenza civile: decidono gli oligarchi, dai banchieri fino ai tecnocrati, oppure i popoli che si auto-organizzano in modo democratico. Da una parte un modello capitalistico finanziario che distrugge territorio, relazioni sociali, comunità, forme di cooperazione in nome del profitto privato, senza produrre nemmeno il progresso nell’ambito dei trasporti, gli studi sono innumerevoli e conclusivi sul piano scientifico: la TAV cambierà di poco o niente le dinamiche di mobilità e trasporti, in compenso costerà, è già costata, moltissimo in termini di denaro pubblico, ancor più in termini di convivenza civile. Dall’altra una società che si costituisce nella resistenza, fondata sull’eguaglianza, con suoi strumenti di democrazia e di conoscenza del problema, con valori precisi sull’ambiente e la natura, nonchè in grado di dialogare direttamente con lo stato e i suoi esperti, perché i tecnici vicini ai NoTav sono bravi e competenti con una analisi quantitativa molto solida, mentre nessuno è riuscito fino a oggi a dimostrare che l’opera sia in un qualche senso fruttuosa, se non dal punto di vista dei profitti di costruttori vari, e francamente fanno un po’ ridere i filo Tav che altro non sanno contrapporre se non che lo ha deciso l’Europa, una specie di Moloch intoccabile e insindacabile. Insomma si tratta di una lotta democratica e auto-organizzata, con forti contenuti ethici, ethos, abitare, rendere abitabile, e cognitivi, vorrei dire scientifici, che dispiega una complessità di azione politica straordinaria.
Epperò siamo a una svolta, ci sono stridori e fango nonché tentativi di strangolamento, che richiede la scesa in campo diretta prima di tutto del Movimento Operaio, e poi di quei cittadini/e che hanno votato per l’acqua pubblica, un po’ più di 26 (ventisei) milioni se ricordo bene, per contrastare anche il tentativo di ridurla a scontro con le forze di polizia. Bisogna diventare militanti e attivisti del movimento NoTav in ogni città, paese e campagna, non per generica solidarietà, ma in concreta azione politica: una scesa in campo fino allo sciopero generale, perché questione generale del modello di sviluppo e di produzione è posto in essere dalla resistenza NoTav.
Cominciando dallo sciopero generale dei meccanici proclamato dalla FIOM per il 9 marzo, che soltanto in quanto pensato organizzato e fatto come inizio di un processo di unificazione di soggetti diversi, può essere credibile, partecipato e base di una nuova fase di iniziativa politica e sociale per costruire una alternativa alla brutalità liberista che l’intero modello sociale dei diritti del lavoro come del cittadino vuole distruggere, di pari passo con la distruzione della natura e dell’ambiente.
1 marzo 2012
da Emergecy Mensile
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