lunedì 8 giugno 2015

CHE PROSPETTIVE HA IL PD? di Aldo Giannuli




CHE PROSPETTIVE HA IL PD?
di Aldo Giannuli


Domenica vedremo come vanno i ballottaggi nei comuni, ma, chiunque vinca, il senso politico del voto di domenica 31 maggio non cambierà, al massimo assisteremo alla conferma di una tendenza, al suo rafforzamento o ad una lieve correzione in più.

Renzi dice che questo per lui è stato un successo: ha lo stesso numero di regioni che aveva prima, ed una è a rischio di commissariamento e nuove elezioni, ha perso oltre 2 milioni di voti ed è sceso di poco meno di 10 punti percentuali. Però dice che ha vinto: cento di queste vittorie!

Quello che balza agli occhi è il carattere eccezionale del voto delle europee, dovuto ad una contingenza particolare: il collasso del centro ed il contemporaneo indebolirsi di tutti gli altri competitori (Fi, Sel, M5s) per ragioni interne a ciascuno ed indipendenti dall’iniziativa di Renzi (Fi per la perdita di credibilità di Berlusconi e per la scissione di Ncd, Sel per l’assenza di iniziativa e per la frattura con Migliore, M5s per aver deluso quanti si aspettavano un comportamento diversi con Bersani e per le troppe espulsioni di parlamentari).

Cessato questo stato di grazia e finito l’incanto dell’”uomo nuovo” e del suo dinamismo pirotecnico, il Pd rientra nei sui limiti strutturali che ne fanno un partito fra il 25 (punta minima del 2013) ed il 33% (punta massima del 2008) a concentrazione centro meridionale, all’opposizione in tutto il Nord padano. Non inganni il rosso che tinge sulle cartine la regione Piemonte: è un regalo della stagione aurea delle europee.

Questo non vuol dire che tutto sia tornato come prima e che il Pd abbia restituito i voti “in più” del 2014. L’analisi dei flussi elettorali dice che le perdite del Pd hanno premiato prima di tutto l’astensione, ed è probabile che in essa siano confluiti tanto alcuni neo elettori conquistati nel 2014 quanti parte di quelli che votavano il Pd da prima. Poi c’è un flusso che è andato al M5s ed alle liste di sinistra radicale (Lista Pastorino, Sel, varie aggregazioni di sinistra) dunque, una emorragia sul fianco sinistro (collocando il M5s oggettivamente su questo versante). Solo in parte ridotta c’è stato un flusso in uscita sul fianco destro e prevalentemente verso la Lega, mentre alle liste di centro è andato un rivolo piuttosto ridotto.

Dunque, gli elettori di centro (che avevano lautamente foraggiato il Pd nelle europee) in gran parte non sono rientrati nei loro partiti di provenienza ma, presumibilmente, sono restati in percentuale significativa nel Pd; quel che accentua i rivoli in uscita verso astensione, M5s, Sinistra radicale.

Quale che possa essere la collocazione del M5s, che alcuni contestano possa essere collocato a sinistra, appare intuitivo che gli elettori che sono usciti in questa direzione dal Pd è poco probabile che siano ex elettori di centro, mentre è più razionale pensare che siano elettori che votavano Pd già nel 2013 e, quindi, questo ha indebolito il ceppo originario, dando più peso alla componente centrista che è rimasta. Dunque c’è stata un sensibile modifica nella composizione dell’elettorato Pd che si è fatto un po’ più centrista e molto meno di sinistra rispetto al 2013.

Detto questo, cosa può fare ora il Pd? Le scelte possibili sono quattro: andare avanti come se nulla fosse, nuovo Nazareno, virare verso sinistra, andare a nuove elezioni.

Partiamo da tre considerazioni:

a- il punto di favore del Pd è che ancora oggi le opposizioni sono divise e non c’è uno sfidante credibile

b- i margini della maggioranza parlamentare, al Senato, sono ai minimi termini (9 voti)

c- non si può permettere una scissione significativa della sinistra del partito, sia perché questo farebbe probabilmente saltare i numeri al Senato, sia perché il danno di immagine, in una fase di calo, sarebbe poco sopportabile.

Vediamo in dettaglio.

Andare avanti così: tenendo conto degli aspetti caratteriali del personaggio, dei mutamenti in atto nel “giglio magico” che vedono rafforzata la componente estremista, del fatto che la riforma del Senato non è ancora pronta, appare questa la scelta più probabile. I problemi sono i margini ristretti al Senato e il pericolo che, dando tempo, gli altri competitori possano rafforzarsi: il centro destra potrebbe trovare un accordo dalle liste di centro a Fi ed alla Lega, la sinistra radicale potrebbe unificarsi e rafforzarsi, il M5s potrebbe riprendere slancio sia per effetto del risultato non negativo delle amministrative, sia per effetto degli scandali incombenti. Il primo problema potrebbe (forse) trovare soluzione con l’arrivo di Verdini e dei suoi, ma c’è l’incognita Ncd che sembra orientato ad uscire dalla maggioranza. Verdini può compensare i voti della sinistra Pd o quelli di Ncd, ma non tutti due insieme. Il rischio di veder rafforzare gli altri e, di riflesso, indebolirsi è tanto più concreto ove la prosecuzione della vita del governo Renzi dovesse diventare una stentata sopravvivenza e, dopo queste amministrative, quello di Renzi non è più il “governo del miracolo” ma un qualsiasi governo della storia repubblicana, con forte vocazione a diventare un “governicchio”.

Un nuovo Nazareno: valgono molte delle considerazioni precedenti. In questo caso il recupero dei residui di Forza Italia servirebbe a scoraggiare l’uscita di Ncd e rendere irrilevante la sinistra Pd. Però, oltre al rischio di sopravvivenza come governicchio, questo accentuerebbe il rischio di emorragie elettorali sul fianco sinistro. Peraltro, Fi è in via di frantumazione e mettere insieme Alfano, Verdini, Berlusconi è una impresa e non è detto che il gioco valga la candela. Soprattutto se dovesse intensificarsi la gragnuola di scandali, farsi sorprendere in compagni di Berlusconi potrebbe essere esiziale.

Virare verso sinistra: possibile ma difficile. Avrebbe l’effetto di scongiurare la scissione, ostacolare la nascita di un polo di sinistra radicale, cercare un recupero degli elettori perduti in quella direzione… tutti obiettivi più o meno probabili (improbabilissimo l’ultimo), ma nessuno sicuro, mentre questo rafforzerebbe i rischi di saldare la destra, di spingere all’uscita Alfano (e di perdere la maggioranza al Senato), fermare Verdini e rischiare di perdere quei voti centristi per ora trattenuti.

Sin qui le opzioni continuiste, ma esiste un’altra soluzione: far saltare il tavolo ed andare al voto.

In astratto si tratterebbe della soluzione più logica: approfittare della situazione in cui non c’è ancora un competitore credibile e prendersi il premio dell’Italicum facendo fuori definitivamente la sinistra del partito. In concreto ci sono una serie di ostacoli non da poco:

1. non è detto che alla crisi di governo seguano automaticamente elezioni: potrebbe venir fuori un altro governo non guidato da Renzi. Bisogna vedere cosa ne pensa Mattarella, come si mette la crisi internazionale e che disponibilità può esserci a destra, dove si fanno pressanti le spinte ad emendare la legge elettorale appena approvata e dove a molti non dispiacerebbe affossare la riforma del Senato.

2. L’Italicum entrerà in vigore il 1° luglio 2016, quindi, di qui alla primavera, se si vota, si vota con il sistema elettorale derivato dalla sentenza della Corte Costituzionale che è quasi proporzionale. Quindi occorrerebbe andare all’autunno 2016 e, prima, affrontare l’insidiosissimo appuntamento del “Derby della Madonnina” (le comunali di Milano, ma poi forse anche a Roma), una grana non da poco. E comunque occorrerebbe passare un anno sulla graticola.

3. Il Pd è in piena ristrutturazione, dopo la fine del progetto di Partito della Nazione, ed affronterebbe le elezioni con in poche difficoltà, ad esempio il risultato delle amministrative ha molto ridotto il margine di sicurezza e psicologicamente il partito è “sotto botta”.

La soluzione più probabile sta in qualche ibridazione dei tre modelli continuisti, ad esempio fare l’accordo con Verdini per andare avanti con la politica di prima, ma concedendo qualcosina di immagine alla sinistra. La cosa può funzionicchiare –forse- con i parlamentari della sinistra del partito (tanto credo si accontentino di poco), ma temo funzioni assai poco con la base del partito e con gli elettori.

Vedremo, quel che è sicuro è che “morire renziani” non è più un destino ineluttabile.



5 giugno 2015



dal sito http://www.aldogiannuli.it/



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