sabato 20 giugno 2015

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA IN ITALIA di Aldo Giannuli






DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA IN ITALIA
di Aldo Giannuli


1- L’antefatto

Il crollo della I repubblica avvenne fra il 1992 ed il 1993, ma la frana iniziò almeno cinque anni prima, nel 1987. Lo scioglimento anticipato delle Camere fece sì che, cinque anni dopo, si sarebbe creato l’“ingorgo istituzionale” per la coincidenza delle elezioni del Parlamento e del Presidente della Repubblica. E tutti iniziarono a manovrare in vista di quella scadenza, perché il nuovo Presidente sarebbe stato scelto dal Parlamento eletto nel 1992.

Di conseguenza, chi aveva rapporti di forza favorevoli nel parlamento precedente (in particolare Giulio Andreotti), aveva interesse a spingere il Presidente in carica alle dimissioni, per votare prima del suo scioglimento. E, infatti, Andreotti rivelò l’esistenza di Gladio soprattutto al fine di mettere Cossiga con le spalle al muro e costringerlo a dimettersi, cosa che, però, non accadde.

Nelle elezioni politiche, che ne seguirono, per la prima volta otteneva un eletto la Lega lombarda, destinata ad essere uno dei fattori trainanti nella crisi del 1992-93, mentre la Liga Veneta confermava il successo delle precedenti elezioni.

Contemporaneamente, a Palermo la Mafia decideva di riversare i suoi voti su socialisti e radicali per mandare un segnale alla Dc, dalla quale si riteneva delusa per le condanne fioccate nel “processone” partito dall’inchiesta di Giovanni Falcone.

Dunque iniziava ad incrinarsi il rapporto fra la Dc ed alcuni suoi tradizionali serbatoi elettorali (alta Lombardia, Veneto, Sicilia).

I socialisti, dal canto loro, ottennero la loro migliore affermazione, ma dovettero accettare di cedere alla Dc la Presidenza del Consiglio, in ossequio al “patto della staffetta”, ed entrarono “in apnea”, in attesa che la mano passasse a loro.

Il Pci era definitivamente nell’angolo: in declino elettorale e senza credibili progetti di alleanze. Di lì ad un anno, Alessandro Natta lascerà il posto da Achille Occhetto avviando la trasformazione del partito in senso neo liberista.

Un anno dopo, De Mita conquistava la Presidenza del Consiglio, pur mantenendo la segreteria della Dc: una concentrazione di potere, sempre invisa ai democristiani, per di più in vista della scadenza quirinalizia. Ne derivò il patto trasversale fra Craxi, Andreotti e Forlani (detto Caf) che lo avrebbe impallinato in breve.

Dunque, mentre si confermava l’effervescenza del corpo elettorale, iniziata nel 1983, gli attori del sistema politico si paralizzavano a vicenda con i giochi tutti interni al Palazzo (la staffetta, le alchimie correntizie in vista dell’elezione del Capo dello Stato, l’isolamento del Pci). Martelli chiosò icasticamente: “Ci stiamo incartando”, quel che tradiva la sua familiarità con le carte da gioco, ma insieme ben definiva i giochi di Palazzo.

Nello stesso tempo, i mutamenti sociali ed economici iniziarono a scivolare dal passo al trotto e dal trotto al galoppo. Soprattutto a livello internazionale (1) nel luglio 1987, entrò in vigore l’Atto Unico istitutivo del “grande mercato europeo”, la cui piena attuazione era prevista, appunto, per il 1992, quando, con il trattato di Maastricht, si prospetterà la nascita dell’Euro (2). E quell’atto prevedeva, fra l’altro, la possibilità per qualsiasi azienda europea di partecipare a gare d’appalto per lavori pubblici in ciascun paese dell’Unione. Ciò avrà il suo peso nell’orientare i ceti imprenditoriali che considerarono non più economicamente conveniente la prassi tangentizia, sino a quel punto regola costante. Esso prevedeva, fra l’altro, la possibilità per qualsiasi azienda europea di partecipare a gare d’appalto per lavori pubblici, in ciascun paese dell’Unione. Ben difficilmente il sistema delle ”aziende fiduciarie di partito” avrebbe potuto continuare indisturbato senza provocare l’esclusione delle aziende italiane dalle gare negli altri paesi europei.

D’altra parte, la prospettiva della moneta unica rendeva molto pesante la situazione del debito pubblico. In particolare i settori finanziari iniziarono a manifestare crescente insofferenza verso un ceto politico troppo avido mentre iniziava a profilarsi la privatizzazione delle aziende a Ppss.

A novembre il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati registrò una punta altissima di SI alla tesi ostile ai magistrati. Il risultato sarà vanificato dalla successiva legge, ma la vicenda scavò un solco profondissimo fra magistratura e classe politica (socialisti in particolare) ponendo le premesse dell’ondata di Mani Pulite.

D’altra parte, a far salire la temperatura contribuirono anche il riemergere, di vecchie partite non regolate ed iniziò a ribollire il fondo limaccioso delle inchieste per strage: nel 1987 la Corte d’Assise di Venezia condannava in primo grado i responsabili della strage di Peteano, e, con loro, diversi ufficiali dei Cc responsabili dei depistaggi, nello stesso tempo, tornava in Italia Stefano Delle Chiaie e prendeva avvio la prima commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi.

Tutti avvenimenti che prepararono il terreno al caso Gladio che, con le inchieste di mafia e quelle di Mani pulite costituirà il tridente che trafiggerà il sistema. Cosa troppo spesso trascurata.

Infatti, parlando della crisi della Prima Repubblica, nella maggior parte dei casi, si punta l’attenzione solo sul tema della corruzione, ma, in realtà essa avverrà su altri due piani egualmente delegittimanti:, mafia e stragi irrisolte. Si trattò di un quadro di insieme che metteva sotto accusa l’intero ceto politico e gli apparati statali.

Per di più anche alcuni equilibri internazionali, che avevano garantito l’inamovibilità della classe politica italiana per mezzo secolo, iniziarono a tremare.

In Urss il progetto di rinnovamento gorbacioviano non riusciva a trarsi fuori dalla trappola afghana e, pertanto e si avviava rapidamente verso crisi finale del 1991.

Come si vede, da quegli anni partono una serie di fili che poi si intrecceranno più tardi per stringersi al collo della classe politica.

Grande è la tentazione di cercare un “principio ordinatore” di tutti questi avvenimenti in un “grande complotto”. Ma basta scorrere la serie di avvenimenti per comprendere che quello è accaduto è la risultante di diversi progetti politici non riconducibili ad unità ed anche di errori, ritardi o pura casualità. Ad esempio, si può pensare che il caso Gladio faccia parte, insieme a Mani Pulite ed all’istruttoria palermitana di Caselli, di un unico piano ispirato dal Pci? Ma, in questo caso dovremmo pensare che Giulio Andreotti (che, aprì la strada al giudice Casson) fosse complice dello stesso progetto che lo vedeva imputato a Palermo per collusioni con la Mafia ed a Perugia quale mandante dell’assassinio Pecorelli.

Oppure dovremmo pensare che il ministro guardasigilli, il socialista Vassalli, abbia coscientemente lavorato a potenziare il ruolo di quelle Procure della Repubblica che avrebbero affossato il suo partito.

Un processo storico, come quello che portò al crollo del sistema politico fra il 1992 ed il 1993, non può essere ridotto alla dimensione di un complotto più o meno articolato. Di “complotti”, semmai ce ne fu più d’uno (3) e non convergenti ma elidentisi a vicenda, ma l’aspetto prevalente fu quello delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche di ampio respiro e il parallelo processo di chiusura autoreferenziale del sistema politico.

E nel 1992 quei processi di sfaldamento giunsero al punto critico: le elezioni segnarono una clamorosa vittoria della Lega ed una parallela sconfitta di tutti i partiti della maggioranza governativa (non era più accaduto dopo il 1953), la frattura con la Mafia si fece manifesta e cruenta, prima con l’uccisione di Salvo Lima (messaggio chiaramente indirizzato ad Andreotti) e dopo con la strategia stragista dei corleonesi. L’elezione del Presidente, trascinatasi stancamente fra cento manovre di corridoio, precipitò drammaticamente nel giro di poche ore, sotto la violenta pressione dello stragismo mafioso.

Nello stesso tempo lo smantellamento delle Ppss e l’avvio delle privatizzazioni stimolò la nascita di una serie di progetti speculativi che, per massimizzare il vantaggio, meditavano di congedare una classe politica troppo pretenziosa, per collocarne un’altra “più trattabile”.

In questo quadro da “rompete le righe” si svolsero l’inchiesta di Mani pulite e la campagna referendaria contro il sistema proporzionale, che determinarono una rottura costituzionale (4).

Il sistema non crollò perchè ci fu Mani pulite ma, al contrario, Mani pulite ci fu perchè stava crollando tutto. E questo ci porta a parlare degli sviluppi del processo corruttivo e della delegittimazione del ceto politico che esso produsse.




2- Il dilagare della corruzione

La corruzione politica, che negli anni sessanta-settanta era diventata generalizzata, con gli anni ottanta divenne sistemica. E ciò non solo per l’estesa gamma della tipologia tangentizia o per la diffusione all’intero paese, ma soprattutto per la sua coincidenza con il funzionamento stesso del sistema politico.

Sino alla metà degli anni settanta, la corruzione, pur estesissima, tuttavia si concretava in una numerosissima serie di casi indipendenti l’uno dall’altro. Ovviamente, poteva accadere che un certo potentato politico si alleasse con un altro per condurre a buon fine una determinata operazione di finanziamento illegale, ma questo accadeva episodicamente.

Con la solidarietà del ceto politico trasversale ai partiti ed agli schieramenti, si determinava una convergenza di interessi che divenne regola del sistema. Ad un certo punto, divenne inevitabile il concerto generalizzato per condurre le operazioni di finanziamento illegale.

Il punto di svincolo fu la legge 8 agosto 1977 n. 584 che riordinò la normativa degli appalti, introducendo come forma prevalente quella dell’“appalto concorso” (5). Come si sa, nell’appalto concorso, l’Amministrazione può limitare l’accesso ad un certo numero di aziende. Altri meccanismi analoghi consentirono man mano di restringere ad un piccolo gruppo di concorrenti (sempre gli stessi) le aziende che si sarebbero spartite l’intero monte lavori. In questo modo ogni azienda aveva determinati referenti politici (una o più correnti di partito).

Per poter escludere altri concorrenti e, nello stesso tempo, massimizzare il profitto delle operazioni, si rendeva necessario evitare scontri fra le diverse cordate aziendal-politiche. Nacque in quel periodo la prassi -poi evidenziatasi nel corso delle inchieste giudiziarie – per la quale l’intero monte-lavori in sede locale (regione, province e comuni) veniva preventivamente diviso, nel corso di riunioni, cui partecipavano tanto le aziende, quanto i rappresentanti delle diverse correnti di partito ed assessori interessati. Si giunse al punto che, per evitare sorprese dell’ultimo momento, ogni azienda inviava la propria documentazione a quella che avrebbe dovuto vincere la gara, in modo che fosse questa a formulare l’offerta di tutti gli altri concorrenti ed essere quindi matematicamente certa della vittoria. Ovviamente, questo implicava la distribuzione di quote-tangente per ciascuna opera pubblica ad ogni corrente di partito coinvolta nella trattativa.

Questo sistema funzionava a patto di ottenere una certa acquiescenza del Pci, perché spesso uno dei tre livelli istituzionali (Regione, Provincia o Comune capoluogo) era retto da una amministrazione di sinistra e non sarebbe stato possibile spartire “equamente” il monte-appalti senza che esso fosse considerato nella sua interezza. Pertanto si provvide ad estendere il sistema anche al Pci, che, però, vi partecipò in modo diverso dagli altri: ovviamente nel Pci non vi erano correnti e il partito trattava in quanto tale, ma, in linea di massima, non per chiedere alcuna tangente, quanto per garantire una quota dei lavori per le società della Lega delle Cooperative. Poi la Lega trovava modo di sovvenzionare il partito in altro modo (pubblicità sui giornali di partito, partecipazione ai festival dell’Unità, assorbimento di funzionari in eccesso, facilitazioni varie).

E’ per questo che la corruzione negli anni ottanta divenne sistemica, cioè basata su un funzionamento combinato che metteva in relazione necessaria i diversi soggetti della pratica corruttiva a livello generalizzato. E non ammetteva eccezioni.

Alcune forme di finanziamento surrettizio non erano neppure nascoste: quando nei primissimi anni ottanta emersero contributi di alcuni enti a Ppss a favore di alcune correnti della Dc e del Psi, l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita, sostenne che quello del finanziamento alla politica era uno dei “fini sub-istituzionali” delle Ppss.

Tutto questo, insieme al proliferare delle pratiche clientelari, determinò un irrigidimento del sistema politico che, ben presto, perse ogni capacità di auto riforma. A concorrere a tanto fu anche la sostanziale inerzia del sistema giudiziario nei confronti della dilagante corruzione.

Nei primi anni ottanta esplose un vistoso scandalo a Savona, che ebbe come protagonista un assessore socialista aderente alla P2, Alberto Teardo. Nel caso erano presenti in nuce tutti gli elementi di quella che, 10 anni più tardi, verrà chiamata “Tangentopoli”, ma l’inchiesta ebbe vita difficile ed il magistrato Michele Del Gaudio andò incontro a molte traversie disciplinari. E’ da notare anche l’isolamento politico del magistrato, determinato anche dall’atteggiamento del locale Pci.

Nella seconda metà degli anni ottanta il sistema iniziò ad andare in crisi. L’eccessiva frammentazione correntizia dei partiti, la sempre minore produttività del sistema politico, l’incomprensibilità dei suoi riti (in particolare in occasione delle crisi di governo), iniziarono a produrre un forte rigetto.

Sin dal 1979, l’astensionismo elettorale aveva iniziato a crescere, mentre i tassi reali di adesione ai partiti (iscrizioni, vendita della stampa, sottoscrizioni, partecipazione a manifestazioni di partito ecc.) crollarono parallelamente, spingendo ancor più verso la ricerca di risorse attraverso la corruzione.

Nello stesso periodo iniziò a profilarsi una tendenza al “leaderismo carismatico”: Pannella prima e Craxi subito dopo, tentarono di proporsi come leader che parlavano direttamente al corpo elettorale, senza la mediazione del proprio partito, ridotto ad appendice personale.

Il piccolo partito radicale fu, sin dagli inizi degli anni settanta, il supporto personale del suo leader e lo statuto adottato in quel periodo fu modellato esattamente in questa funzione.

Diversa la vicenda del Psi, dove Craxi doveva comunque fare i conti con i “boiardi” del partito, i cui seguiti clientelari rappresentavano una quota maggioritaria dell’elettorato socialista. A partire dal congresso di Palermo (1981) si stabilì una sorta di compromesso: al segretario la linea politica, in un clima di crescente unanimismo (la “maggioranza bulgara” di cui si dirà imbarazzato lo stesso Craxi -congresso di Verona, 1984), ai boiardi mano libera negli “affari”.

Una sorta di “leaderismo imperfetto” che, tuttavia rivitalizzò il Psi che dal 1963 in poi aveva conosciuto un costante declino elettorale.

In questo quadro (che si traduceva sul piano interno nel declino inarrestabile del Pci) la mediazione del ceto politico di governo non appariva più necessaria come nel passato e le sue pretese sempre meno accettabili.

Il meccanismo che aveva garantito ampia messe di consensi alla classe politica subiva un’improvvisa battuta d’arresto: “Mani pulite” fu l’ “infarto” del sistema, le cui premesse erano in quelle dinamiche.

A determinare il crollo fu la convergenza fra le inchieste giudiziarie e il referendum sulle leggi elettorali ed il passaggio dal proporzionale al maggioritario.

Il sistema dei partiti si disintegrò nel giro di pochi mesi e con esso, entrò in crisi anche quello della corruzione che vi si era sovrapposto ed identificato. Molti pensarono ad una sorta di catarsi nazionale che avrebbe messo fine alla piaga eterna della corruzione. Ma non fu questo, si trattò solo di una sua metamorfosi, per quanto profonda.

Ci fu un reale battuta d’arresto nella corruzione per qualche anno, ma essa fu frutto da un lato del blocco delle opere pubbliche per oltre un lustro, dall’altro dal contraddittorio e lento processo di riorganizzazione del sistema politico. E, più di tutto, incise la particolare prassi giudiziaria che investì la classe politica.

Peraltro, lo stesso intervento dell’Autorità giudiziaria non andò indenne da squilibri: i politici vennero trattati con molta più severità delle aziende (quasi si trattasse di casi di concussione e non di corruzione), alcuni partiti vennero passati al pettine fine, mentre per altri si usò un pettine a denti assai più larghi, il comportamento mutò da Procura a Procura, in particolare nel trattamento dei “collaboranti” ed i processi ebbero velocità differenziate. Soprattutto si produsse una giurisprudenza assai discutibile. In particolare, sulla scia della giurisprudenza contro il terrorismo, che dilatava il reato associativo oltre ogni limite sino a ribaltare l’onere della prova (“se sei delle Br sei ipso facto ritenuto responsabile di ogni delitto loro ascritto, salvo dimostrazione di prova contraria”), che, nel caso di “Mani Pulite” assunse la forma apodittica del “non poteva non sapere”.

In realtà di processi giunti a sentenza definitiva con regolare dibattimento ce ne furono molto pochi. Un quarto si arenò in istruttoria con proscioglimento. Poco meno di un decimo, più piccola, non superò l’udienza preliminare o con l’assoluzione definitiva degli imputati. Ma più della metà dei casi si risolse con il rito abbreviato o il patteggiamento e pene irrisorie. Dal punto di vista dell’esito finale, Mani Pulite non fu caratterizzata da nessun particolare rigore (salvo per singoli personaggi come Bettino Craxi) né portò all’affermazione di verità processuali particolarmente chiare e sconvolgenti. Ma segnò la fine di una classe politica attraverso il solo avviso di garanzia. Ciò accadde per il circuito mediatico-giudiziario che si determinò (6).

Lo stesso accadde con il primo governo Berlusconi a seguito dell’avviso di garanzia non casualmente consegnato nel quadro del G7.

Ma un metodo del genere può essere efficace nel breve periodo, mentre oltre una certa soglia provoca assuefazione e diventa un’arma spuntata.

Sul piano politico ci fu un tentativo di varare una legislazione di contrasto alla corruzione: abrogazione dell’immunità parlamentare –salvo che per l’arresto- nuova disciplina degli appalti, il passaggio al sistema uninominale che “eliminava” il voto di preferenza (individuato come una delle cause principali del malaffare), introduzione del reato di “voto di scambio” ecc. ma i risultati furono irrisori.

Infatti, una parte di queste misure era semplicemente incongrua o utilizzava il tema della corruzione come pretesto surrettizio in funzione di altri obiettivi politici. Ad esempio, l’abolizione del voto di preferenza fu solo un’illusione ottica: anche il candidato del collegio uninominale ha il problema di raccogliere voti ed il fatto che il voto personale non sia disgiungibile da quello del partito ripropone le logiche precedenti, anzi le esaspera.

L’abrogazione dell’immunità parlamentare ebbe effettivamente qualche effetto pratico, consentendo ai Pm di indagare su un parlamentare senza dover chiedere l’autorizzazione alla Camera di pertinenza, ma aprì problemi di altro genere.

Tuttavia l’effetto maggiore fu essenzialmente di ordine simbolico ed ebbe una valenza “punitiva” nei confronti della classe politica come anche l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti (peraltro, subito compensata da più lauti rimborsi elettorali e da una più robusta legislazione di finanziamento indiretto).

Molto timide furono le innovazioni in materia di riforma degli appalti che tuttavia ebbero qualche effetto provvisorio, così come lo ebbero l’introduzione del reato di “voto di scambio” e qualche norma in materia di concorsi pubblici. Ma, nel complesso la manovra non ebbe efficacia perché mancò del minimo di organicità necessaria e perché non toccò il nodo degli assetti di potere sociali e politici che erano alla base del fenomeno.
Mancò probabilmente la volontà di una seria azione di risanamento, sicuramente le misure furono dettate da una analisi assai superficiale del fenomeno di cui non si coglievano i tratti sistemici nella società e nel sistema politico. Nel complesso, passò l’idea che bastasse decapitare la classe politica del pentapartito per risanare il paese (7).

3- I mutamenti della magistratura

Peraltro anche alcune scelte del Parlamento contribuirono a porre le premesse di quel che sarebbe accaduto da lì a poco. Nel 1989 venne approvata la riforma del codice di procedura penale, sostituendo il rito accusatorio al precedente rito inquisitorio. Quel che avrebbe comportato un deciso protagonismo della Procura nella fase istruttoria, soprattutto grazie all’eliminazione della figura del giudice istruttore. Il passaggio al rito accusatorio si rivelerà uno degli elementi determinanti per dar vita a quel “circuito mediatico-giudiziario” di cui sarebbe vissuta “Mani Pulite”(8).

Successivamente si affermò (in particolare presso l’opinione pubblica di destra) una “vulgata” che possiamo definire delle “toghe rosse” e riassumere in questi termini: negli anni settanta si affermò fra i magistrati una corrente di contestatori (Magistratura Democratica) che, in breve, divenne la longa manus del Pci nel potere giudiziario. Lentamente questa corrente ed i suoi amici nelle correnti confinanti, conquistarono le Procure della Repubblica e –complice il nuovo codice di procedura penale- sferrarono l’attacco che portò alla distruzione di Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli. Quella stessa corrente sarebbe poi passata all’attacco di Berlusconi per punirlo del fatto di aver impedito la vittoria del Pds nel 1994.

In realtà, il fenomeno fu assai più complesso e non solo italiano. Infatti, l’ondata di inchieste per corruzione riguardò, pur se con diversa intensità, anche Francia, Spagna, Germania e, con particolarità diverse, Belgio. Paesi nei quali esisteva un debole partito comunista e nulla di paragonabile a Md (salvo, in parte, la Francia). In tutti questi casi si è assistito al protagonismo dei Pm che sfidavano apertamente il potere politico, un fenomeno inedito, per lo meno nel periodo della guerra fredda, durante il quale la magistratura ha agito in costante sintonia con il potere politico.

In parte questo era il prodotto della crescita senza precedenti della corruzione politica che aveva effetti di delegittimazione del sistema. E tale effetto era ulteriormente accentuato dalla conclusione della guerra fredda, che toglieva molte giustificazioni agli abusi della classe politica.

Ma esso fu soprattutto la conseguenza della metamorfosi del potere giudiziario indotto dalla globalizzazione. Come autorevoli giuristi (Taubner, Cassese, Galgano) hanno segnalato, la globalizzazione ha prodotto la moltiplicazione delle fonti del diritto extra legem (dove per legge intendiamo un testo derivato da una autorità pubblica, parlamentare o governativa): trattati e contratti internazionali, giurisprudenza di corti internazionali, decisioni arbitrali, indicazioni di organismi internazionali di diritto privato ecc. Al punto che alcuni (come appunto Taubner e Galgano) si sono spinti a parlare di una nuova lex mercatoria convenzionale, pattizia, privatistica ed espressa direttamente dal mercato, senza mediazione dell’autorità politica. In questo contesto, la giurisprudenza, sia nazionale che internazionale, assume un peso maggiore della legge e, di conseguenza, assegna al giudice una funzione primaria nella produzione del diritto, che sopravanza quella dei Parlamenti e Governi. Ed è già qui la ragione del nuovo protagonismo dei magistrati, accentuato, nel caso europeo, dalla loro selezione esclusivamente per concorso e non per elezione, come accade negli Usa. Il corpo dei magistrati viene quindi a porsi come produttore di diritto in quanto depositario di un sapere specialistico, dunque come articolazione tecnocratica del sapere, sottratta alla formazione democratica che, invece, caratterizza il Parlamento.

In secondo luogo, il progetto di globalizzazione neo liberista implica una alleanza diretta fra il potere finanziario e gli apparati tecnici dello stato (esercito, polizia, magistratura, servizi segreti) e confina il potere politico ad una funzione meramente servente, come espressione di questo nuovo “blocco storico” che indichiamo come l’ “alleanza fra la spada e la moneta” (dove la spada non è solo quella delle forze armate ma anche quella delle forze di polizia e della magistratura che se ne serve).

Determinante in questa funzione ormai politica della magistratura è l’esser chiamata a combattere alcuni fenomeni criminali come mafia o terrorismo: “la magistratura contro il terrorismo” o “contro la Mafia”. Dimenticando che alla magistratura spetta il compito di giudicare singoli imputati di questo o quel reato –magari di appartenenza ad una organizzazione terroristica o della grande criminalità-, ma non combattere fenomeni criminali in quanto tali, compito che spetta, semmai, al potere politico attraverso la legislazione e l’azione di polizia. Vice versa, come si è detto, la lotta al terrorismo produsse mutamenti giurisprudenziali come la dilatazione del reato associativo.

Ed essa è passato, pari pari, dalla lotta al terrorismo ed alla criminalità organizzata, alla lotta alla corruzione ed il giudice è stato chiamato a partecipare alla rifondazione del sistema politico o, in contesti diversi, alla eliminazione, di determinati soggetti, come accaduto a Bernard Tapie, o agli ex presidenti Collor de Mello o Fujimori (che, per la verità, lo meritavano ad abbundantiam). Determinante in questa funzione fu l’uso selettivo dell’azione penale anche in quei paesi (come il nostro) che prevedono l’obbligo dell’azione penale che, tuttavia, resta una pura istanza del dover essere, piuttosto che una realtà concreta (come dimostra il fatto che oltre la metà dei reati è archiviata, per decorrenza dei termini, senza che ci sia stato alcun atto istruttorio).

In questo quadro la magistratura assume anche un ruolo arbitrale fra i diversi potentati finanziari o una funzione di indirizzo politico, suggerendo le norme che sarebbe opportuno adottare e, magari in sinergia con i medesimi potentati (e i casi Enron, Madoff o Lehman Brothers negli Usa, oppure Antonveneta-Banca d’Italia, Parmalat, ecc. in Italia, forniscono abbondante materiale di studio in questo senso).

A favorire questa metamorfosi del giudice fu anche l’ibridazione del classico modello basato sulla codificazione, sino agli anni ottanta nettamente prevalente nell’Europa continentale, con quello di Common law che, come si sa, ha natura spiccatamente privatistica e giurisprudenziale.

Questa particolare miscela con l’introduzione del rito accusatorio nel nostro paese, ha prodotto dinamiche impreviste e non coincidenti con quelle dell’esperienza americana. Fra le dinamiche impreviste c’è quella del corto circuito mediatico-giudiziario: un giornalismo, reso sempre più compulsivo e sensazionalistico dall’irrompere della televisione commerciale, placava la sua fame di scoop divorando avidamente i comunicati e le conferenze stampa delle Procure della Repubblica. Un avviso di reato valeva un titolo di prima pagina che, oggettivamente, suonava come una sentenza di condanna.

Tutto questo ha prodotto –in particolare in Italia, ma non solo in Italia- una diffusa aspettativa di “giustizia sociale” nei confronti del potere giudiziario e dell’ufficio di Pm in particolare. Di fronte alla sordità del ceto politico ed, in particolare, all’inefficacia dei meccanismi di controllo parlamentare, larghe fasce di opinione pubblica rivolsero alla magistratura la propria domanda di giustizia. E sorsero due populismi simmetrici e speculari: un populismo giudiziario, che cerca nella giustizia penale l’eliminazione dell’avversario politico “scorretto”, ed il “populismo antigiudiziario” di chi pensa che l’investitura popolare valga una immunità totale e definitiva.




4. Lo scontro con la Mafia e la “trattativa”

Come è noto, per molti anni le forze politiche di governo negarono l’esistenza della Mafia come precisa organizzazione criminale, ritenendola solo una sorta di sopravvivenza culturale del passato: la Commissione Antimafia venne istituita solo nel 1962 e, per iniziare ad avere misure specifiche di contrasto alla Mafia occorrerà arrivare agli anni ottanta. Un ritardo che fu prezioso per Cosa Nostra che ebbe così tutto il tempo per completare il suo processo di modernizzazione. E quel ritardo non fu solo il riflesso di una inadeguatezza culturale, ma anche delle protezioni assicurate coscientemente dalla Dc siciliana i cui referenti nazionali, nel tempo, furono Fanfani e poi Andreotti. A fine anni settanta la Mafia era già diventata una cospicua potenza finanziaria.

Quando Falcone, sulla scorta delle rivelazioni di Buscetta, istruì l’inchiesta che portò al “Processone” ed alle successive 500 condanne (fatto mai accaduto prima), la Mafia sembrò sul punto di soccombere.

La costituzione dell’apparato anti mafia proposto da Giovanni Falcone (specifiche procure antimafia presso le corti d’Assisi, Procura Nazionale Antimafia, reparti operativi speciali presso l’arma dei carabinieri, la polizia e la Guardia di Finanza) sembrò fosse arrivato il momento di debellare questa particolare forma di criminalità. E lo pensò anche la Mafia che agì di conseguenza, con l’attentato di Capaci e quello contro Paolo Borsellino (rispettivamente maggio e luglio 1992).

L’apparato proposto da Falcone fu ugualmente costituito e non si può dire che l’azione di contrasto alla criminalità sia mancata (nella prima metà degli anni novanta furono arrestati importanti boss) ma il colpo di Capaci non restò privo di conseguenze: al di là del fatto che essa privò lo Stato dell’insostituibile ideatore di quella strategia antimafia, esso ebbe rilevanti effetti psicologici e politici.

L’attentato, per l’importanza dell’obiettivo e per le modalità di attuazione (mai era stato fatto un attentato con mezza tonnellata di esplosivo) assumeva il carattere di una vera e propria azione di guerra, che prospettava una evoluzione di tipo colombiano (9). Ma, forse, ci fu anche una fonte ispiratrice più vicina: i cinque anni della strategia della tensione il 1969 ed il 1974, conclusosi con una generale assoluzione degli stragisti. Anche in quel caso le stragi cessarono e il disegno politico degli stragisti fallì, ma si ebbe anche una sostanziale resa dello Stato sul piano della giustizia penale.

Con questa strategia militarista, ispirata da Riina, la Mafia lanciava una precisa intimidazione allo Stato, ma non tutti condivisero la scelta dello scontro militare sino alle sue conseguenze più estreme, non ritenendo l’organizzazione in grado di reggere l’urto con le Forze Armate. In questo varco si inserì l’azione del Ros dei carabinieri che aprì un canale di comunicazione con i settori anti-Riina (segnatamente, Bernardo Provenzano) per il tramite del vecchio Vito Ciancimino che si fece latore di un pacchetto di richieste (il famoso “Papello”) fra le quali spiccava la richiesta dell’abolizione del regime carcerario del 41 bis e la revisione del “processone”, per ottenere la fine della campagna stragista (10). Le richieste vennero respinte mentre veniva offerta una generica disponibilità a tenere la mano leggera sui parenti dei boss e sul piano della confisca dei beni. L’allora Colonnello Mori del Ros (che conduceva la “trattativa” per conto del governo) si ritrasse ma sfruttò gli spazi che si erano aperti ed arrestò Riina (15 gennaio 1993).

L’arresto di Riina portò alla liquidazione della strategia militarista, ma nello stesso tempo, segnò anche una caduta secca dell’azione di contrasto alla Mafia. Se ci fu una esplicita trattativa fra le massime autorità istituzionali e la Mafia e quali effetti abbia avuto, lo stabilirà il processo in corso, ma, secondo Beppe Pisanu, il Presidente della Commissione parlamentare che ha indagato sulla supposta trattativa:

“Sembra logico parlare, più che di una trattativa sul 41bis, di una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto” (11).

Che si sia trattato di esplicita trattativa sull’abrogazione del 41 bis, o, come dice Pisanu, di una “tacita intesa” fra lo Stato e la Mafia fa differenza sul piano penale, ma sul piano politico ed effettuale i risultati non furono diversi: lo stragismo cessò, ma si affievolì molto anche l’azione di contrasto alla Mafia che seppe approfittarne, anche se a trarne maggior beneficio, più che la Mafia Siciliana fu l’a N’drangheta calabrese (12).

Da quel momento iniziò un nuovo corso della storia di Mafia: niente azioni eclatanti, rarissimi episodi di sangue, azione silenziosa, spostamento su traffici redditizi ma meno osservati (scorie radioattive, discariche dei rifiuti urbani, immigrazione clandestina, ecc.) o sui classici affari più legati alla corruzione -come gli appalti di opere pubbliche- dove si poteva giocare su più estese complicità nel mondo politico (13). Ma, soprattutto, iniziò un percorso di penetrazione organica dei mercati finanziari. Già nel 1992 la Corte dei Conti valutava che circa il 15% dei titoli di debito pubblico italiano fossero in mano ad organizzazioni di stampo mafioso, il che, considerando l’ammontare del tempo, significava approssimativamente 240.000 miliardi di lire (circa 120 miliardi di euro attuali). Ma le conseguenze si avvertirono soprattutto sul piano politico: la Mafia, tornata padrona dello scenario siciliano, non esitò a reinserirsi nel processo di costituzione del nuovo sistema politico, puntando inizialmente le sue carte sul blocco di destra che, nelle elezioni del 2001, conquistò tutti i collegi uninominali siciliani (il “61 a 0” di cui si parlò). E questo ci porta all’esito di quella stagione che fu il berlusconismo.




5- Il berlusconismo

Per anni, gli storici, soprattutto di sinistra, hanno cercato di storicizzare il fenomeno del berlusconismo, sia nella sua stretta dimensione di partito, sia in quella di coalizione di destra, sia, più in generale, sul piano del costume nazionale.

Un primo tentativo venne fatto da un convegno pisano del 2002 i cui atti furono poi raccolti a Cura di Santomassimo (14) e, sucessivamente da Antonio Gibelli (15).

Nel primo (che raccoglieva interventi di De Luna, Tranfaglia, Gozzini, Ginsboorg, Allum, Collotti, Woolfed ed altri) si rifletteva in gran parte l’ansia della sinistra di star assistendo ad un rinascente fascismo e, pur rilevando le differenze contestuali e soggettive fra il ventennio mussoliniano ed il governo berlusconiano, si esprimeva una preoccupata diagnosi sullo stato della democrazia italiana e sui rischi di un regime populista-plebiscitario raccolto intorno al culto di un nuovo capo.

Più sfumatamente, Gibelli ha parlato di un esperimento di democrazia autoritaria, con aspetti patrimonialistici. Pur se con diverse accentuazioni, i due saggi esauriscono la loro indagine ruotando intorno al tema della deriva autoritaria, che indubbiamente c’è stata (e prosegue anche con maggior vigore dopo il tramonto di Berlusconi), ma non riescono a darne adeguatamente conto, perché fissano la loro attenzione solo sugli aspetti nazionali della vicenda e non spingendo l’analisi oltre la sfera strettamente politica.

Un tentativo più articolato è stato compiuto da Giovanni Orsina (16) che ha scelto un’altra strada e parla di una “emulsione liberal populista” che riesce a comporre un blocco elettorale composito ed articolato, le cui radici sono nella storia di questo paese.

Il cuore del libro sta nella tesi che in Italia c’è sempre stata una componente assai diffidente nei confronti della politica e dello Stato, che ha costantemente resistito all’opera “pedagogica ed ortopedica” della sinistra. In questo atteggiamento costante di una ampia fascia di italiani sin dai tempi dell’Unificazione nazionale, Orsina distingue l’atteggiamento “ipo-politico” (di chi, pur rassegnato ad una competizione fra diverse élite politiche, chiede una sorta di “stato minimo” che intralci meno possibile le attività della società civile) da uno apertamente “antipolitico” (di chi, rifiutando come falsa ogni distinzione ideologica, nella politica vede solo lo scontro –più o meno velato- fra gruppi di potere unicamente interessati a depredare la ricchezza pubblica, e chiede uno stato meramente amministrativo) che è forse la parte più numerosa del seguito berlusconiano.

Grosso modo, la prima anima coinciderebbe con una frazione “centrale” dell’elettorato, quella del lavoro autonomo, che costituisce la punta di diamante dello schieramento berlusconiano. La seconda con una fascia “periferica” (pensionati, casalinghe, sottoproletari ecc, in particolare delle aree non urbane). Entrambe, confluiscono nel giudizio dello Stato come problema e non come soluzione e respingono l’iper politicismo di eredità giacobina della sinistra e la sua pedagogia antifascista. Berlusconi –per Orsina- ha saputo unire queste due anime, sommandovi anche quella (anch’essa appartenente alla fascia “centrale” dell’elettorato) dei reduci della prima Repubblica, gran parte del ceto politico-amministrativo democristiano, socialista, socialdemocratico e liberale che, al contrario, appartiene a culture che esaltano il ruolo della mediazione politica e la sua autonomia dalla società civile.

In questo successo, che ha cementato in un blocco fasce diverse e per certi versi contrapposte dell’elettorato hanno giocato le indubbie capacità comunicative del leader, la grande disponibilità di denaro e di mass media che hanno consentito di articolare il messaggio modulandolo opportunamente per raggiungere i diversi destinatari del messaggio, ma ha influito anche un certo “opportunismo” dello stesso Cavaliere, sempre pronto ad abbracciare la tesi elettoralmente più redditizia.

Questo quadro sembra più convincente dei precedenti due, soprattutto per l’individuazione delle radici “di lunga durata” dell’antipoliticismo che affondano nella storia non recente del nostro paese, ma anche esso spiega solo parzialmente il fenomeno che, a nostro avviso non si può comprendere prescindendo dai processi internazionali apertisi con l’ondata neo liberista e con il mutamento dei rapporti di forza in Europa (17). La delegittimazione della politica è già contenuta in essa e nella conseguente subordinazione della politica ai mercati finanziari (e non è perfettamente un caso che Berlusconi sia anche esso un finanziere). E le pulsioni autoritarie sono già presenti nella liquidazione della democrazia sociale di indirizzo keinesiano voluta dai cd neo classici. L’attacco al welfare state comporta di per sé il passaggio ad un regime politico neo elitario che riduca gli spazi di democrazia.

La deriva autoritaria delle istituzioni italiane non è iniziata con Berlusconi, ma già con Occhetto e Mani Pulite. Non c’è dubbio che occorresse porre un limite alla corruzione del ceto politico e procedere ad un suo ricambio, ma questo è stato solo la giustificazione politica di un progetto anticostituzionale che ha avuto il suo braccio operativo nella liquidazione del sistema proporzionale. Il referendum del 1993 e la torsione politica delle inchieste giudiziarie furono la tenaglia che forzò l’uscio della democrazia italiana, spianando la strada a quanto è poi venuto con l’urto della globalizzazione neoliberista sul fondo populista presente storicamente nel nostro paese. Ci fu un autore che scrisse che il fascismo italiano, rispetto al nazismo fu “La scimmia che aprì la gabbia alla tigre”. Una similitudine che, al netto dal prezzo di sangue del nazifascismo, può essere adattata al rapporto Occhetto-Berlusconi. Il secondo non ha fatto che approfittare degli spazi aperti dalla crisi del sistema politico italiano, per costruirne uno più corrispondente alle pressioni internazionali. Di suo ci ha messo il colore.

Questo articolo è comparso di recente sulla rivista accademica spagnola “Tiempo devorado”. Qui la versione in spagnolo. Un ringraziamento ai curatori per la gentile ospitalità e l’interesse per i miei studi.

Aldo Giannuli


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NOTE

1) Per un quadro di insieme Antonio VARSORI “L’Italia e la fine della guerra fredda” Il Mulino, Bologna 2013

2) Gianni DE MICHELIS “La lezione della Storia” Marsilio, Venezia 2013.

3) Fabio ANDRIOLA Massimo ARCIDIACONO “L’anno dei complotti” Baldini e Castoldi, Milano 1995

4) Mario DI DOMENICO “Il colpo allo Stato” ed Si, Roma 2010

5) Ivan CICCONI “la storia del futuro di Tangentopoli” Dei, Roma 1998

6) Mauro MELLINI “Il golpe dei giudici” Spirali, Milano 1994

7) Stanton H. BURNETT Luca MANTOVANI “The Italian Guillottine” Rowman & Littelfield pib., Laubam 1998

8) Paolo DE LALLA MILLUL “Topografia politica della seconda repubblica. LA destra” ESI Napoli 1994

9) Tale è ancora oggi il parere del giudice per le indagini preliminari sull’ultima tranche processuale sull’attentato di Capaci “CdS 23 maggio 2013 p. 22.

10) Maurizio TORREALTA “La trattativa” Ed. Riuniti, Roma 2002

11) “S24” 9 gennaio 2013.

12) Enzo CICONTE “N’drangheta International” in “Limes” n° 10 2013 pp.35-42.

13) Roberto SCARPINATO “Crimini dei colletti bianchi e attacco alla democrazia” in (a cura di) Alessandra DINO “Criminalità dei potenti e metodo mafioso” Mimesis, Milano-Udine 2009, pp. 81-94

14) SANTOMASSIMO “La notte della democrazia italiana” Il Saggiatore, Milano 2003

15) Antonio GIBELLI “Berlusconi opassato alal Storia” Donzelli, Roma 2010

16) Giovanni ORSINA “Il berlusconismo” Marsilio, Venezia 2013

17) Giorgio GATTEI Massimo ROCCATI “Era il 1992” Ed “ogni uomo è tutti gli uomini, Bologna 2012.



dal sito http://www.aldogiannuli.it/



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