Diari di Cineclub

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lunedì 19 novembre 2012

IMPRESSIONI SU GAZA di Noam Chomsky



IMPRESSIONI SU GAZA
di Noam Chomsky




Anche una sola notte in cella è abbastanza per assaggiare cosa vuol dire essere sotto il totale controllo di una forza esterna. E ci vuole poco più di un giorno a Gaza per iniziare a rendersi conto di come dev’essere cercare di sopravvivere nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, in cui un milione e mezzo di persone, nell’area più densamente popolata del mondo, sono costantemente assoggettate al terrore casuale e spesso selvaggio e ad una punizione arbitraria, senza nessun’altro scopo che quello di umiliare e degradare, e con l’ulteriore obiettivo di assicurarsi che le speranze dei palestinesi per un futuro decente verranno schiacciate e che il crescente appoggio mondiale per una soluzione diplomatica che garantisca i loro diritti venga annullato.

L’intensità di questo impegno da parte della leadership politica israeliana è stato drammaticamente illustrato negli ultimi giorni, quando ci hanno avvisato che “impazziranno” se ai diritti dei palestinesi verrà dato anche solo un parziale riconoscimento alle Nazioni Unite. Non è un nuovo inizio. La minaccia di “diventare pazzi” (“nishtagea”) è profondamente radicata, fin dai  governi laburisti degli anni ’50, insieme al relativo “Complesso di Sansone”: raderemo al suolo il muro del Tempio se attraversato. Era una minaccia risibile, allora; non oggi.
Nemmeno l’umiliazione intenzionale è una novità, anche se prende sempre nuove forme. Trent’anni fa i leader politici, compresi alcuni tra i più noti “falchi”, hanno sottoposto al Primo Ministro Begin un racconto sconvolgente e dettagliato di come i coloni maltrattano regolarmente i palestinesi nel modo più depravato e nella totale impunità. L’importante studioso politico-militare Yoram Peri ha scritto con disgusto che il compito dell’esercito non è difendere lo stato, ma “demolire i diritti di un popolo innocente solo perché sono Araboushim (termine dispregiativo per indicare gli Arabi, n.d.t.; come dire “negri”, “giudei”) che vivono in territori che Dio ha promesso a noi”.
I Gazawi sono stati selezionati per una punizione particolarmente crudele. E’ quasi un miracolo che la popolazione possa sopportare un tale tipo di esistenza. Come ci riescano è stato descritto trent’anni fa in un’eloquente memoria di Raja Shehadeh (The Third Way – La Terza Via), basata sul suo lavoro di avvocato ingaggiato nelle battaglie senza speranza di cercare di proteggere i diritti fondamentali restando all’interno del sistema giuridico studiato per assicurare il fallimento, e la sua personale esperienza come Samid, “perseverante”, che vede casa sua diventare una prigione a causa dei brutali occupanti e non può fare niente ma in qualche modo “resiste”.

Da quando Shehadeh ha scritto, la situazione è peggiorata. Gli Accordi di Oslo, celebrati in pompa magna nel 1993, hanno determinato che Gaza e la Cisgiordania siano singole entità territoriali. Da allora, gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via al loro programma di separarli completamente uno dall’altro, così come di bloccare gli accordi diplomatici e punire gli arabi in entrambi i territori.
La punizione dei Gazawi si è fatta ancor più severa nel gennaio del 2006, quando hanno commesso il crimine maggiore; hanno votato “nel modo sbagliato” alle prime elezioni del mondo arabo, eleggendo Hamas. Dando dimostrazione della loro appassionata “bramosia per la democrazia”, gli Stati Uniti e Israele, seguiti dalla timida Unione Europea, imposero immediatamente un assediobrutale, insieme a pesanti attacchi militari. Gli Stati Uniti, inoltre, ripristinarono immediatamente la procedura operativa di quando qualche popolo disobbediente elegge il governo sbagliato: preparare un golpe militare per restaurare l’ordine.
I Gazawi commisero un crimine ancora maggiore un anno dopo, fermando il colpo di stato, il che portò ad una rapida intensificazione dell’assedio e degli attacchi militari. Questi hanno raggiunto il culmine nell’inverno 2008 – 2009, con l’operazione Piombo Fuso, uno dei più codardi e ferociesempi di forza militare nella storia recente, dal momento che una popolazione indifesa, rinchiusa e senza via di fuga, fu vittima di un attacco implacabile operato da uno dei più avanzati sistemi militari del mondo, basato su armi statunitensi e protetto dalla diplomazia USA. Un’indimenticabile testimonianza diretta del massacro – “infanticidio”, per usare le loro parole – viene dai due coraggiosi medici norvegesi che lavorarono nel principale ospedale di Gaza durante l’attacco spietato, Mads Gilbert e Erik Fosse, nel loro notevole libro “Eyes in Gaza – Occhi a Gaza”.

Il neo Presidente Obama non fu in grado di dire una parola, a parte il reiterare la sua sincera vicinanza ai bambini sotto attacco – nella città israeliana di Sderot. L’assalto attentamente preparato giunse a un termine prima della sua nomina, in modo che poi ha potuto dire che “adesso è il momento di guardare avanti, non indietro”, il rifugio abituale per i criminali.
Ovviamente c’erano dei pretesti – ce ne sono sempre. Quello solito, rispolverato quando serve, è la “sicurezza”: in questo caso, razzi “fatti in casa” da Gaza.
Come sempre succede, il pretesto mancava di qualsiasi credibilità. Nel 2008 era stata stabilita una tregua tra Israele e Hamas. Il governo israeliano formalmente aveva riconosciuto che Hamas l’aveva completamente osservata. Non un solo razzo di Hamas era stato sparato prima che Israele rompesse la tregua sotto la copertura delle elezioni USA del 4 novembre 2008, invadendo Gaza con motivazioni ridicole e ammazzando mezza dozzina di membri di Hamas. Il governo israeliano era stato avvertito dagli alti funzionari dei suoi servizi segreti che la tregua avrebbe potuto essere rinnovata ammorbidendo il blocco criminale e mettendo fine agli attacchi militari. Ma il governo di Ehud Olmert, conosciuto come una colomba, scelse di rifiutare queste opzioni, preferendo ricorrere al proprio enorme vantaggio in violenza: l’Operazione Piombo Fuso.
I fatti salienti sono riportati nuovamente dall’esperto in politica estera Jerome Slater nella recente pubblicazione sull’Harvard MIT Journal “International Security – Sicurezza Internazionale”.
La metodologia di bombardamento utilizzata in Piombo Fuso è stata attentamente analizzata da Raji Sourani, avvocato per i diritti umani profondamente informato e internazionalmente stimato.
Sourani osserva che il bombardamento si concentrava a nord, colpendo civili indifesi nelle aree maggiormente popolate, con nessun possibile pretesto militare. L’obiettivo, suggerisce, potrebbe essere stato quello di spingere la popolazione spaventata verso sud, vicino alla frontiera con l’Egitto. Ma i Samidin sono rimasti, nonostante la valanga di terrore israelo-statunitense.
Un ulteriore obiettivo è stato quello di spingerli indietro. Tornando ai primi giorni della colonizzazione sionista, si argomentava da ogni parte che gli Arabi non avessero motivi per stare in Palestina; avrebbero potuto essere ugualmente felici da qualche altra parte, e avrebbero dovuto andarsene – “essere trasferiti”, come educatamente suggerirono le colombe. Questa non è una preoccupazione di poco conto per l’Egitto, e forse è una ragione per cui l’Egitto non apre liberamente la frontiera ai civili o anche ai materiali di cui c’è disperato bisogno.
Sourani e altre fonti ben informate sottolineano che la disciplina dei Samidin nasconde una polveriera che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, inaspettatamente, come fece la prima Intifada a Gaza nel 1989 dopo anni di miserabile repressione che non aveva suscitato alcuna avvisaglia o motivo di preoccupazione.
Per citare solo uno degli innumerevoli casi, poco prima che scoppiasse la prima Intifada, una ragazza palestinese, Intissar al-Atar, fu colpita a morte in un cortile scolastico da un residente della vicina colonia israeliana. Era uno delle varie migliaia di coloni israeliani portati a Gaza in violazione del diritto internazionale e protetti da una forte presenza dell’esercito, che stanno rubando la maggior parte della terra e delle scarse risorse idriche della Striscia e che vivono “agiatamente in 22 colonie in mezzo a un milione e 400mila palestinesi indigenti” come viene descritto il crimine dalla studiosa israeliana Avi Raz. L’assassino della studentessa, Shimon Yifrah, è stato arrestato, ma rapidamente rilasciato su cauzione quando la Corte ha determinato che “il reato non è abbastanza grave” da giustificare la detenzione. Il giudice ha commentato che Yifrah voleva solo spaventare la ragazza sparandole contro nel giardino della scuola, ma non voleva ucciderla, quindi “non è il caso di un criminale che debba essere punito, scoraggiato, e ha imparato la lezione attraverso l’arresto”. Yifrah venne condannato a 7 mesi con pena sospesa, mentre i coloni in aula esplodevano in canti e danze. E poi regnò il solito silenzio. Dopotutto, è routine.

E quindi così. Quando Yifrah venne rilasciato, la stampa israeliana riportò che una pattuglia dell’esercito aveva aperto il fuoco nel cortile di una scuola di ragazzini di età compresa tra i 6 e i 12 anni in un campo profughi della Cisgiordania, ferendo cinque bambini, presumibilmente con l’intenzione di “spaventarli” solamente. Non ci furono processi, e l’accaduto, di nuovo, non attirò nessuna attenzione. Era semplicemente un altro episodio nel programma di “analfabetismo e punizione”, disse la stampa israeliana, che comprendeva la chiusura delle scuole, l’uso di lacrimogeni, il picchiare gli studenti con i calci dei fucili, l’impedire il soccorso sanitario alle vittime; e oltre alle scuole, un regno di brutalità ancor più dura, che diventava ancora più selvaggio durante l’Intifada, sotto il comando del Ministro della Difesa Yitzhak Rabin, altra stimata colomba.
La mia prima impressione, dopo una visita di qualche giorno, è stata di stupore, non solo per la capacità di andare avanti con la vita, ma anche per la vibrante vitalità tra i giovani, specialmente all’università, dove ho passato la maggior parte del mio tempo in una conferenza internazionale. Ma anche lì si possono scovare segnali che la pressione potrebbe diventare troppo dura da sopportare.
Studi dicono che tra i giovani uomini c’è una frustrazione che ribolle, un riconoscere che sotto l’occupazione israelo-statunitense il futuro non riserva niente per loro. E’ solo che ce n’è così tanta che gli animali in gabbia possono sopportare, e può esserci un’eruzione, magari in forme orribili – il che offre un’opportunità per gli apologeti israeliani e occidentali di condannare in modo ipocrita le persone che sono culturalmente arretrate, come ha spiegato acutamente Mitt Romney.

Gaza ha l’aspetto di una tipica società del terzo mondo, con sacche di ricchezza circondate da mostruosa povertà. Non è, comunque, “sottosviluppata”. Piuttosto è “de-sviluppata”, e in modo sistematico, per usare le parole di Sara Roy, la principale esperta accademica di Gaza. La Striscia di Gaza avrebbe potuto diventare una prospera regione mediterranea, con una ricca agricoltura e una fiorente industria ittica, spiagge meravigliose e, come scoperto una decina di anni fa, buone prospettive di risorse estensive di gas naturale all’interno delle sue acque territoriali. Per coincidenza o meno, fu proprio quando Israele ha intensificato il blocco navale, spingendo i pescherecci verso le coste, da quel momento entro le 3 miglia marittime.
Le prospettive favorevoli sono state abortite nel 1948, quando la Striscia ha dovuto assorbire un flusso di profughi palestinesi che scapparono in preda al terrore o furono espulse con la forza da quello che poi diventò Israele, in alcuni casi espulsi mesi dopo il formale “cessate il fuoco”.
Di fatto, sono stati espulsi anche quattro anni dopo, come riportato su Ha’aretz (25.12.2008),
in  uno studio ragionato di Beni Tziper sulla storia dell’israeliana Ashkelon dall’epoca dei Cananei. Nel 1953, dice, c’era un “freddo calcolo secondo cui era necessario ripulire la regione dagli Arabi”. Anche il nome originario, Majdal, è stato “giudaizzato” all’odierno Ashkelon, normale amministrazione.
Questo è successo nel 1953, quando non c’era nemmeno l’ombra di necessità militari. Tziper stesso è nato nel 1953, e mentre passeggia tra le rovine dell’antico settore arabo, pensa che “è molto difficile per me, molto difficile, realizzare che mentre i miei genitori stavano festeggiando la mia nascita, altre persone stavano venendo caricate su camion e venivano espulse dalle loro case”.
Le conquiste israeliane del 1967 e le loro conseguenze diedero ulteriori scossoni. Quindi arrivarono i terribili crimini già menzionati, fino al giorno d’oggi. I segnali sono facili da vedere, anche con una visita veloce. Seduto in un hotel vicino alla costa, si può sentire il rumore degli spari delle navi da guerra israeliane che spingono i pescatori dalle acque territoriali di Gaza verso la costa, così sono costretti a pescare in acque fortemente inquinate a causa del rifiuto statunitense-israeliano di
permettere la ricostruzione dei sistemi fognari e della rete elettrica che loro stessi hanno distrutto.

Gli Accordi di Oslo stabilirono i piani per due impianti di desalinizzazione, una cosa
necessaria  in questa regione. Uno, un’infrastruttura avanzata, fu costruito: in Israele. Il secondo a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. L’ingegnere incaricato di tentare di ottenere acqua potabile per la popolazione spiegò che questo impianto era stato progettato in modo da non poter utilizzare acqua di mare, ma doveva basarsi su falde sotterranee, un procedimento più economico, che impoverisce ulteriormente la già misera falda, garantendo problemi seri in futuro. Anche in presenza di tale impianto, l’acqua è veramente scarsa. L’UNRWA, che si prende cura dei rifugiati (ma non di altri Gazawi), ha recentemente pubblicato un report lanciando l’allarme sul fatto che il danno alle falde acquifere potrebbe presto diventare “irreversibile”, e che, senza una rapida misura correttiva, dal 2020 Gaza potrebbe non essere più un “posto vivibile”.
Israele permette l’ingresso del cemento per i progetti dell’UNRWA, ma non per i gazawi coinvolti dall’urgente necessità di ricostruzione. La limitata attrezzatura pesante è ridotta al minimo, visto che Israele non ammette l’ingresso di materiali per la ricostruzione. Tutto ciò fa parte del programma generale descritto dal funzionario israeliano Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Ehud Olmert, dopo che i Palestinesi non obbedirono agli ordini nelle elezioni del 2006: “L’idea” ha detto “è di mettere a dieta i Palestinesi, ma non fino a farli morire di fame”. Non è una bella cosa.
E il piano si sta seguendo scrupolosamente. Sara Roy ne ha data ampia dimostrazione nei suoi studi accademici. Recentemente, dopo diversi anni di sforzi, l’organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha è riuscita ad ottenere un provvedimento giudiziario perché il governo consegni la documentazione contenente i dettagli dei piani di dieta, e le modalità di esecuzione. Jonathan Cook, giornalista israeliano, li ha riassunti: “Funzionari del Ministero della Salute hanno fornito calcoli del numero minimo di calorie di cui ha bisogno il milione e mezzo di abitanti di Gaza per evitare la malnutrizione. Questi valori sono stati trasformati in camion di cibo a cui Israele dovrebbe permettere l’ingresso ogni giorno… una media di soli 67 camion – molto meno della metà del fabbisogno minimo – sono entrati quotidianamente a Gaza. Questo paragonato agli oltre 400 camion che entravano prima dell’inizio del blocco”. E anche questa stima è oltremodo generosa, riportano i funzionari delle Nazioni Unite.
Il risultato dell’imposizione della dieta, osserva l’esperto di Medio Oriente Juan Cole, è che “circa il 10% dei bambini palestinesi di Gaza sotto i 5 anni soffrono di un blocco della crescita a causa della malnutrizione… in più, è diffusa l’anemia, che colpisce più dei 2/3 dei neonati, il 58,6% dei bambini in età scolare e più di 1/3 delle donne incinte”. Gli Stati Uniti e Israele vogliono assicurare che non sia possibile nulla più che la sopravvivenza.

Ciò che dev’essere tenuto a mente” osserva Raji Sourani, “è che l’occupazione e la chiusura totale costituiscono un prolungato attacco alla dignità umana della popolazione di Gaza in particolare e di tutti i palestinesi in generale. Si tratta di degradazione sistematica, umiliazione, isolamento e frammentazione del popolo palestinese”. La conclusione viene confermata da molte altre fonti. In una delle principali riviste di medicina del mondo, The Lancet, un medico ospite di Stanford, inorridito da ciò che aveva visto, descrive Gaza come “qualcosa di simile ad un laboratorio per osservare l’assenza di dignità”, una condizione che ha effetti “devastanti” sul benessere fisico, psicologico e sociale. Il costante controllo dal cielo, le punizioni collettive attraverso il blocco e l’isolamento, l’irruzione nelle case e nelle comunicazioni e le restrizioni poste a chi cerca di viaggiare, o di sposarsi, o di lavorare, rendono difficile vivere una vita dignitosa a Gaza.
All’Araboushim dev’essere insegnato a non alzare la testa.
C’era la speranza che il nuovo governo Morsi in Egitto, meno schiavo di Israele rispetto alla dittatura di Mubarak sostenuta dall’occidente, potesse aprire il valico di Rafah, unico accesso verso l’esterno per i gazawi intrappolati a non essere sottoposto al diretto controllo israeliano. C’è stata una lieve apertura, ma non molto. La giornalista Laila el-Haddad scrive che la riapertura sotto Morsi “è semplicemente un ritorno dello status-quo degli anni passati: solo i palestinesi in possesso di un documento di identità di Gaza approvato da Israele possono utilizzare il valico di Rafah” il che esclude la maggioranza dei palestinesi, compresa la famiglia el-Haddad, in cui solo una moglie ha il documento.
Inoltre, continua, “il valico non conduce alla Cisgiordania, né permette il passaggio di beni, che sono limitati ai valichi sotto controllo israeliano e soggetti a divieti per materiali di costruzione e esportazioni”. Il valico ristretto di Rafah non cambia il fatto che “Gaza resta sotto stretto assedio marittimo e aereo, e continua ad essere chiusa al capitale culturale, economico, e accademico nel resto dei territori occupati, in violazione degli obblighi israelo-statunitensi degli Accordi di Oslo”.
Gli effetti sono dolorosamente evidenti. All’ospedale di Khan Younis, il direttore, che è anche primario di chirurgia, descrive con rabbia e passione come anche le medicine per alleviare le sofferenze dei pazienti scarseggiano, così come la semplice attrezzatura chirurgica, lasciando i medici senza supporto e i pazienti in agonia. Le storie personali aggiungono una vivida base al generale disgusto che si prova davanti all’oscenità della pesante occupazione.
Un esempio è la testimonianza di una giovane donna che è disperata per il fatto che suo padre, che sarebbe stato orgoglioso che lei fosse la prima donna nel campo profughi ad avere una laurea, è “morto dopo 6 mesi di lotta contro il cancro, all’età di 60 anni. L’occupazione israeliana gli ha impedito di recarsi in un ospedale israeliano per curarsi. Ho dovuto interrompere i miei studi, il lavoro e la mia vita e restare seduta accanto al suo letto. 
Ci sedemmo tutti, compresi mio fratello medico e mia sorella farmacista, tutti impotenti e senza speranza guardando la sua sofferenza. 
E’ morto durante l’inumano blocco di Gaza del 2006 con un quasi inesistente accesso al servizio sanitario. Penso che sentirsi impotenti e senza speranza sia il sentimento più letale che un essere umano possa provare.
Ammazza lo spirito e spacca il cuore. Puoi combattere contro l’occupazione ma non puoi combattere il tuo sentirti impotente. Non riesci a cancellare quel sentimento”.
Disgusto davanti all’oscenità, aggravato dal senso di colpa: noi possiamo porre fine a questa sofferenza e permettere ai Samidin di godersi le vite di pace e dignità che meritano.

Noam Chomsky ha visitato la Striscia di Gaza dal 25 al 30 ottobre 2012.


19 novembre 2012

dal sito  http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=2847

Gaza -

domenica 18 novembre 2012

PER NON DIMENTICARE: I MARTIRI DI “BANDIERA ROSSA” di Stefano Santarelli






PER NON DIMENTICARE:
I MARTIRI DI “BANDIERA ROSSA”
di Stefano Santarelli



Passeggiando nello storico quartiere romano di San Lorenzo e per la precisione nella celebre, politicamente parlando, via dei Volsci verso l’incrocio con via degli Equi il viandante non distratto potrà osservare una lapide dedicata ad Orfeo Mucci morto recentemente e che in modo sintetico ci ricorda che fu il comandante della formazione partigiana “Bandiera Rossa”.
A molti compagni questa formazione partigiana dirà poco o nulla, infatti il nome di questa organizzazione non viene mai menzionata nei discorsi ufficiali dedicati alla resistenza e questo nonostante libri ed articoli (in verità relativamente pochi) dedicati a questa organizzazione.
Il più celebre di tutti è il saggio di Silverio Corvisieri “Bandiera Rossa nella 
Resistenza romana”. Mi sembra quindi necessario e doveroso in un sito intitolato immeritatamente con il nome prestigioso e glorioso di “Bandiera Rossa” dedicare queste poche righe alla memoria degli eroici compagni romani che furono tra i più importanti protagonisti della Resistenza contro i nazisti ed i fascisti nella città eterna.
In realtà il nome di “Bandiera Rossa” è quello del giornale del Movimento Comunista d’Italia una formazione di sinistra in pieno dissenso con lo stalinismo di cui il Partito Comunista Italiano era la sua emanazione e che è stata protagonista della Resistenza romana oltre che laziale. Come ci ricorda Corvisieri è stata la formazione partigiana più attiva a Roma e che ha pagato pesantemente i nove mesi dell’occupazione nazista con 186 caduti vale a dire il triplo di quelli subiti dal PCI, cinque volte quelli del Partito d’Azione e 137 arrestati e deportati.
I combattenti riconosciuti da Bandiera Rossa furono 1.183 cinque in più di quelli del PCI e 481 più del Partito socialista. Il contributo di sangue che Bandiera Rossa ha offerto nella Resistenza romana è pari al 34% del totale per quanto riguarda i morti.
Questa formazione partigiana è stata in prima fila nell’eroica battaglia di Porta S.Paolo (8-10 settembre 1943) e sui 335 martiri delle Fosse Ardeatine ben 52 erano membri di Bandiera Rossa.
Nonostante che i nomi dei martiri di questa formazione figurano su molte lapidi delle strade romane la storia di questa formazione politica che ha svolto un ruolo così importante nella resistenza romana è caduta molto presto in preda all’oblio nonostante libri e studi come quello di Corvisieri. Ciò è facilmente spiegabile perché si tratta di una storia scomoda e non del tutto confacente all’iconografia ufficiale della Resistenza, proprio perché si tratta di una formazione che certamente fu la più combattiva nella difesa romana contro l’invasore nazista, ma che aveva anche la caratteristica di essere quella più proletaria presente attivamente nelle borgate più popolari della città (San Lorenzo, Centocelle, Tor Pignattara, ecc.).
Erano allora queste borgate veri e propri ghetti dove il fascismo aveva messo, in condizioni assolutamente incivili, tutti i vecchi abitanti del centro cittadino sventrato con lo scopo di ricreare il mito defunto della Roma imperiale distruggendo tra l’altro la celebre Piazza Montanara, uno degli ambienti popolari più famosi della capitale. Lo sventramento principale ricordiamo fu quello che fece nascere la Via dell’Impero, l’attuale via dei Fori imperiali.
I vecchi abitanti, quasi 4.000 persone si ritrovarono in queste borgate insieme agli immigrati provenienti dalle campagne laziali e dal Meridione arrivati per costruire la “Nuova Roma”. Queste borgate costruite in condizioni igieniche ben peggiori di quelle dei quartieri rasi al suolo erano nettamente separate dalla città da alcuni chilometri di campagna abbandonata.
Ed è proprio in queste borgate veramente proletarie con un’alta percentuale di operai (circa il 60%) che Bandiera Rossa troverà i suoi migliori militanti e combattenti ed il Governo Badoglio temeva che le masse che abitavano in questi luoghi potessero travolgere la Monarchia aprendo quindi una crisi prerivoluzionaria con sviluppi fatalmente imprevisti.

Il gruppo Scintilla che diede origine al MCdI era nato nel 1935 (il suo nome era un chiaro riferimento all’Iskra di Lenin) ed i suoi rappresentanti più significativi erano l’avvocato Raffaele De Luca che era stato il sindaco socialista di Paola, Francesco Cretara proveniente dai Cristiani-Sociali e che negli anni ’50 aderirà alla IV Internazionale ed il leggendario Orfeo Mucci figlio di un anarchico del quartiere di San Lorenzo e che terminerà la sua carriera politica come collaboratore di Radio Onda Rossa.
Ed è partendo dal nucleo di Scintilla che nella seconda metà dell’agosto del 1943 viene fondato il MCdI unificando altri nuclei di comunisti e socialisti, tra cui ricordiamo Matteo Matteotti, e ben presto questo movimento disporrà di una forza superiore a quelle di tutte le formazioni partigiane romane compreso lo stesso PCI con forti cellule tra i postelelegrafonici, TETI cioè l’azienda telefonica, Vigili del fuoco, Ferrovieri, Anagrafe, EIAR (la Rai del tempo) e una rete informativa guidata da due ufficiali della Guardia della Finanza (il capitano Gialma Previtera e il maggiore Giacomo Tranfo) che svolgeranno un importante lavoro di sabotaggio nei confronti delle truppe naziste. Disponendo anche di infiltrati nella Polizia e nello stesso Partito Fascista.
Ma è nelle borgate romane che Bandiera Rossa raccoglierà i massimi consensi riuscendo a capitalizzare il profondo odio di classe degli abitanti nei confronti del fascismo.

Bisogna a questo punto notare che il PCI alla vigilia dell’8 settembre del ’43 era costituito da vari raggruppamenti che possiamo sintetizzare in questa maniera:
1) i comunisti che si trovavano in carcere o al confino (ed erano un migliaio dei migliori quadri di cui disponeva il PCI);
2) i comunisti che si trovavano all’estero (Francia, URSS, USA) tra cui Togliatti vice presidente dell’Internazionale Comunista;
3) altri gruppi che si trovavano in Italia diretti da vecchi compagni che il partito aveva “sganciato” o perché troppo conosciuti dalla polizia o perché non conformi alla linea della direzione e quindi sospettati di bordighismo/trotskismo;
4) giovani intellettuali che dall’antifascismo erano passati al marxismo ed operai e contadini che mantenevano un legame con l’ideale socialista e comunista di cui molti di questi aderiranno a Bandiera Rossa.

Bandiera Rossa non si fece trovare impreparata al vergognoso tradimento di Badoglio e di Vittorio Emanuele III dell’8 settembre e anzi riesce a moltiplicare la sua forza militante e la sua importante influenza nelle borgate.
Alcuni dati possono meglio di altri evidenziare la notevole influenza di questa organizzazione durante la Resistenza romana. Nel novembre ’43 il PCI a Roma contava 1.700-1.800 iscritti di cui l’85% aveva aderito al partito dopo il 25 luglio. In questo periodo di tempo Bandiera Rossa disponeva di una consistenza superiore ai 2.000 iscritti.
E questo lo si può desumere anche dalla tiratura di “Bandiera rossa” che era superiore a quella dell’Unità. Infatti il giornale del MCdI uscì regolarmente nei suoi primi tre mesi di vita (sette numeri l’ultimo dei quali pubblicato il 27 dicembre), per riapparire soltanto altre quattro volte prima della liberazione. Da notare che uno di questi numeri ebbe addirittura una tiratura di ben 12.000 copie e dobbiamo sempre considerare che la pubblicazione e la diffusione di questi giornali avveniva in piena clandestinità.

L’Unità aveva invece una tiratura di circa 8.000 copie mentre gli altri fogli clandestini andavano dalle 1.000 e 2.000 copie.
Per cui si può tranquillamente affermare che il comunismo romano durante l’occupazione nazista era diviso in due tronconi pressoché equivalenti dal punto di vista numerico. E queste due formazioni comuniste erano la maggioranza assoluta di tutte le forze impegnate nella Resistenza romana.

Le operazioni militari, gli atti di sabotaggio e le iniziative politiche di Bandiera Rossa durante l’occupazione nazista sono talmente tante che non possono essere sintetizzate in questo articolo.
Costituiscono atti eroici di cui tutta la sinistra non può che essere orgogliosa e riconoscente.
Ne citiamo soltanto uno che sembra tratto da un film di Quentin Tarantino: il 30 novembre un pugno di partigiani dotati di grande coraggio e determinazione guidati da Vincenzo Guarnera, ex maresciallo dell’aereonautica, libera undici suoi uomini che il Tribunale di Guerra nazista aveva arrestato e condannato a morte tramite fucilazione a Forte Bravetta.
Il plotone di esecuzione era composto dalla milizia fascista, ma al posto di questo plotone si presentano armati e con la divisa fascista Guarnera con altri dieci partigiani di Bandiera Rossa.
Quando all’alba sbuca il camion con i prigionieri, Guarnera con i suoi partigiani si avvicina ai tedeschi e freddamente e rapidamente li uccidono per poi scappare tutti quanti insieme sul camion.
Guarnera riceverà per questa azione la Medaglia d’oro.
Ma queste azioni vengono duramente contrastate dalla Gestapo e dalla polizia fascista e questo anche grazie all’opera di infiltrati. Ricordiamo che gli aderenti a Bandiera Rossa erano regolarmente tesserati il che dimostra una ingenuità notevole da parte di una organizzazione clandestina. Infatti a Vignanello (Viterbo) un militante di Bandiera Rossa, Filippo Fochetti, venne impiccato perché trovato in possesso proprio di una tessera del MCdI.
Nel famigerato carcere delle SS di Via Tasso i partigiani catturati vengono violentemente torturati prima di essere fucilati a Forte Bravetta e anche Bandiera Rossa, come gli altri gruppi antifascisti, ne paga un prezzo estremamente pesante. Ma l’organizzazione di Bandiera Rossa riesce comunque a continuare la sua missione e non passa praticamente giorno senza che i nazifascisti non subissero un attentato, piccolo o grande che fosse.
Ovviamente tutta questa coraggiosa attività costò a Bandiera Rossa nuove ondate d’arresti  che colpirono i quadri dirigenti del movimento. E proprio per aiutare le famiglie degli arrestati e dei caduti che questa formazione fa nascere l’organizzazione del Soccorso Rosso. I pochi soldi possibili che si potevano raggranellare, i viveri, gli abiti ed altro ancora sono cura di questi compagni.
Oltretutto a Roma le condizioni di vita erano divenute estremamente difficili. I bombardamenti uccidono almeno 5.300 persone e la carenza di cibo era gravissima tanto da fare dire che Roma “fu assediata non soltanto dai tedeschi e dai fascisti, ma dalla fame”.



Il 23 marzo il Gruppo di Azione Patriottica fa esplodere a via Rasella un carretto pieno di dinamite al passaggio di un battaglione di SS causando la morte di 42 soldati nazisti e non è un caso che tra i 6 civili italiani vengono uccisi dall'immediata rappresaglia tedesca anche due militanti di Bandiera Rossa (Antonio Chiaretti ed Enrico Pascucci).
La repressione nazista è feroce: dalle carceri di Regina Coeli, Via Tasso e la Pensione Jaccarino vengono prelevati 335 prigionieri e massacrati il giorno dopo alle Fosse Ardeatine e anche Bandiera Rossa paga un pesante contributo di sangue.
Ma tutto questo non ferma l’attività di questa formazione che riprende la sua incessante opera di sabotaggio ed attentati. E dobbiamo ricordare tra l’altro che proprio la cellula dei Vigili del fuoco di Bandiera Rossa sarà la prima a fotografare e quindi a denunciare il massacro delle Fosse Ardeatine.
Ma alla durezza della repressione nazista si abbina un aggravamento dei rapporti con il PCI.
L’Unità del 15 marzo attacca violentemente il MCdI condannando l’attività di “sparuti gruppetti cosiddetti di ‘sinistra’ la cui irresponsabilità politica che si sfoga nell’assumere gli atteggiamenti estremistici più astratti e inconcludenti” andava incontro “alla propaganda hitleriana” finendo “con l’assumere una funzione obiettivamente provocatrice”. E questo proprio nel momento più duro coincidente con la strage delle Fosse Ardeatine.
Il vergognoso attacco dell’Unità, (inutile ricordare che stiamo in un contesto di
completa clandestinità), continua con il numero del 6 aprile: “… eppure c’è ancora qualche sciocco che si presta a questo gioco infame se, come pare, un cosiddetto Comitato Militare Unificato dei Comunisti (una delle formazioni di Bandiera Rossa) prolifico autore di manifestini in una lingua
che sembra preso a prestito dal dr. Goebbels, non è costituito da agenti al servizio dei prussiani, ma da un gruppo di irresponsabili che abusando del simbolo della bandiera rossa, persistono con ostinazione nel gioco che ogni giorno di più si svela come una vera e propria manovra 
provocatoria ai danni della classe operaia e del comunismo”.
E quest’aggravamento dei rapporti tra le due formazioni comuniste presenti a Roma, ma anche con la sinistra socialista, peggiorano con l’arrivo di Togliatti e la svolta di Salerno.
Nel numero dell’11 maggio “Bandiera Rossa” di fronte al nuovo governo si esprime in maniera netta: “la politica di guerra dei lavoratori deve essere: trasformare la guerra contro il nazismo in guerra contro tutto il capitalismo. La parola d’ordine è: fino a che vi sarà nel mondo anche un solo paese borghese, non vi sarà né pane sufficiente, né pace duratura, né libertà per nessuno.
Negli ultimi due mesi dell’occupazione nazista aumentano quindi le difficoltà politiche ed organizzative di Bandiera Rossa: i suoi migliori quadri erano stati duramente colpiti durante le rappresaglie tedesche mentre come si è visto i rapporti politici con il PCI erano nettamente peggiorati. Tale quadro viene così sintetizzato in un bollettino interno del 30 aprile: “Con le fucilazioni, gli arresti e le deportazioni, le file dei nostri compagni migliori si sono assottigliate; il timore e lo sconforto si insinuano fra le nostre file. Aggiungetevi la mancanza del giornale, unico sostegno dei deboli, e potrete misurare quanto sia necessario piuttosto approfittare di ogni occasione per consolidare la fede, ammonire e indirizzare gli sperduti sulla giusta via. I comunisti di oggi o hanno rinnegato il passato per abbandonarsi alla comoda democrazia progressivanon lo conoscono e non lo apprezzano tanto da sentirne la potenza energetica”.
E’ un quadro certamente realistico che però non induce questi compagni a restare fermi anzi tutt’altro. E già il 2 aprile Bandiera Rossa celebra coraggiosamente per la prima volta, con un gruppo armato composto da nove uomini e due donne, i martiri delle Fosse Ardeatine nel luogo del massacro mettendo fiori rossi ed un cartello commemorativo. Un gesto che viene ripetuto il primo maggio da un altro gruppo guidato da Orfeo Mucci ed il 5 maggio al terzo tentativo un altro gruppo di Bandiera Rossa nel compiere questo omaggio è costretto a difendersi in un violento conflitto a fuoco contro i nazisti.
I nazisti, insieme alla polizia fascista, decidono di fronte ai sabotaggi e a questi gesti dimostrativi che erano continuati nonostante il massacro delle Fosse Ardeatine di dare un duro colpo alla resistenza romana. E nella borgata del Quadraro il 17 aprile effettuano una violenta rappresaglia: più di 2.000 uomini tra nazisti e repubblichini bloccano le vie d’accesso al Quadraro e casa per casa avviene una violenta retata che colpisce ben 740 uomini appartenenti a Bandiera Rossa, al PCI e ad altre formazioni politiche.
Il clima di ostilità della popolazione romana nei confronti dei nazisti aumenta e ciò aiuta Bandiera rossa a continuare nelle sue azioni di sabotaggio per tutto il mese di maggio. Da ricordare tra le sue tante operazioni che Bandiera Rossa riesce a scoprire e ad informare gli americani dell’esistenza di un aereoporto tedesco con 250 aerei, nei pressi di Viterbo, che verrà bombardato il giorno dopo (17 maggio).

Il 4 giugno Roma viene finalmente liberata dagli americani restando quindi l’unica città, da Napoli in su, a non liberarsi con una sollevazione popolare e questo grazie all’ostilità vaticana e degli alleati.
La liberazione procura una giusta euforia. Vengono finalmente liberati da Regina Coeli i militanti politici che erano ancora rinchiusi tra cui due dei fondatori di Bandiera Rossa l’anziano avvocato Raffaele De Luca e Antonino Poce.
Il MCdI si era fatto promotore durante l’occupazione di Roma della costruzione di un raggruppamento militare chiamato l’Armata Rossa e che raggruppava centinaia di combattenti molti dei quali iscritti al PCI. Immediatamente dopo la liberazione Bandiera Rossa insieme alla Brigata Matteotti del Partito socialista e alla Pilo Albertelli del Partito d’Azione lancia una campagna di reclutamento che in una sola settimana ottiene uno straordinario successo con 40/50.000 giovani che si iscrivono.
Il comando alleato è giustamente preoccupato di questa iniziativa come lo stesso PCI che vuole un esercito regolare e non brigate partigiane indipendenti.
Antonino Poce che dopo la sua liberazione era divenuto il vicequestore di Roma viene di nuovo arrestato restando in carcere per due mesi mentre il PCI lo calunniava con l'accusa di avere ceduto alla polizia fascista.

Il 4 luglio l’Armata Rossa si scioglie e l’Unità benedice questa sconfitta del MCdI:
“… Il desiderio di unificazione delle forze proletarie antifasciste ha portato questi compagni ad un errata collaborazione col movimento di Bandiera Rossa, il quale è notoriamente un movimento che ha non pochi elementi irresponsabili nei suoi ranghi, ha messo alla base della sua attività la denigrazione del nostro partito e del CLN nella vana speranza di riuscire a disgregare le fila della classe operaia e il fronte comune delle forze nazionali realizzate nei CLN. Ma quel che doveva accadere è accaduto. A contatto con Bandiera Rossa, i nostri compagni si sono resi conto del carattere disgregatore di questo movimento ed hanno deciso di rompere definitivamente con esso, sciogliendo l’Armata Rossa”.

Il MCdI si trova a questo punto ad un bivio: trasformarsi in un partito o aderire al PCI o al PSIUP (la denominazione che aveva il PSI in quel tempo). E per complicare le cose il giornale “Bandiera Rossa” dopo la liberazione viene colpita da un provvedimento di censura per quasi un anno. Umorismo della vita: pubblicato durante l’occupazione nazista e vietato dopo la liberazione.
E’ una situazione veramente difficile quella in cui si viene a trovare Bandiera Rossa. Il PCI sull’onda della liberazione dai 17/18.000 iscritti nel dicembre del ’44 tessera ben 39.000 comunisti mentre come abbiamo visto Bandiera Rossa vive una profonda crisi organizzativa.
La lotta contro l’invasore nazista ha procurata la perdita di quadri importantissimi che non sono facilmente sostituibili, infatti il grosso del movimento manca di esperienza politica e così molti dei loro militanti vengono fagocitati dal PCI il quale ovviamente dispone non solo del grande prestigio dell'URSS stalinista, ma anche di enormi mezzi economici e materiali mentre alcuni dirigenti del movimento entrano nel PSI.
Bandiera Rossa riprende a pubblicare il suo giornale nel febbraio del ’45 senza autorizzazione arrivando a contare 6.000 iscritti di cui 1.000 nella sola sezione di Tor Pignattara. Un nucleo di Bandiera Rossa che pubblica il giornale Il militante aderisce formalmente alla IV Internazionale anche se bisogna ricordare che allora la maggior parte dei pochi trotskisti militavano dentro il Partito Socialista.
Il declino di questa organizzazione è comunque ormai inevitabile e l’avventura di Bandiera Rossa terminerà formalmente nel 1949 nonostante che si fosse estesa anche in 13 regioni italiane.
Il PCI rifiuta a molti dei loro dirigenti la tessera: il vecchio De Luca ormai settantenne, scampato alla fucilazione dopo una lunga carcerazione a Regina Coeli, chiede l’iscrizione al Partito. La Federazione Romana la accetta, ma la Direzione la respinge nettamente.
Profondamente amareggiato in una lettera al suo vecchio compagno Volpini confessa:
“… Oggi con rinnovata esperienza, sospingendomi nostalgicamente verso la fonte battesimale della mia vita politica, quando alla scuola libertaria di Bakunin si formavano apostoli come Carlo Cafiero, grandi anime ideali come Pietro Gori,lottatori come Amilcare Cipriani e Enrico Malatesta, martiri come Michele Angiolillo e Sante Caserio, concludo che i partiti politici e lo stato come potere politico, malversano le grandi idee e soffocano la vera democrazia che è figlia naturale della libertà…”.

Si conclude così tristemente la storia di Bandiera Rossa, un movimento certamente
eterogeneo che è riuscito a mettere insieme intellettuali come Guido Piovene ed un bandito come Giuseppe Albani più noto come il gobbo del Quarticciolo, ma che più di ogni altro ha espresso la vera anima popolare di Roma.

Il nome glorioso di Bandiera Rossa verrà poi ripreso come titolo del giornale della sezione italiana della IV Internazionale e sarà poi anche il nome della corrente trotskista diretta da Livio Maitan dentro Rifondazione Comunista la quale ha preso oggi il nome di Sinistra critica.

Rimane la nostra eterna gratitudine per questa organizzazione, per la sua eroica lotta e per i suoi martiri come: Giuseppe Cinelli, Nicola Stame, Tigrino Sabatini, Eusebio Troiani, Romolo Jacopini, Ezio Malatesta, Giulio Roncacci e purtroppo molti altri ancora, i quali non sono soltanto, e non resteranno mai per noi, dei nomi scritti su delle lapidi ormai annerite dal tempo.




Bibliografia:

S.CORVISIERI – Bandiera rossa nella resistenza romana – ODRADEK edizioni-2005


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sabato 10 novembre 2012

MA OBAMA E' PIU' DEBOLE di Felice Mometti




MA OBAMA E' PIU' DEBOLE
di Felice Mometti

Il candidato democratico vince ma è cresciuta la disillusione e ora per il presidente Usa si annuncia una strada di coabitazione con la maggioranza repubblicana


Obama vince per poco, due punti percentuali, se si guardano i voti assoluti. Per molto di più se si contano i grandi elettori che concretamente eleggeranno il presidente. La Camera dei Rappresentanti è sempre dei Repubblicani e il Senato dei Democratici. Messa così sembra che non sia cambiato nulla. Ma non sempre i numeri forniscono le giuste chiavi interpretative, le elezioni di quattro anni fa sono molto più lontane di quanto dica il numero di anni. In mezzo è esplosa una crisi economica che ha fatto precipitare i redditi dei lavoratori americani a più di due decenni fa.

E' stata la campagna presidenziale più dispendiosa di sempre, con oltre il 70% degli spot televisivi contro l'avversario invece di sostenere le proprie proposte e il proprio programma. I due candidati hanno speso circa un miliardo di dollari ciascuno, un po' di più Obama. Sono state anche le elezioni dei Super Pac, cioè della possibilità di finanziamento dei candidati al di fuori di ogni controllo legale.Una campagna elettorale durata un anno e mezzo dove molte volte si faceva fatica a cogliere le reali differenze tra i due candidati su molti argomenti. La "perfect beast", la bestia perfetta, il nome dato al quartier generale di Obama composto da 300 analisti, sondaggisti, spin doctors - che da gennaio ha gestito e controllato ogni iniziativa e ogni dichiarazione - ha sconfitto un Partito Repubblicano uscito profondamente diviso dalle primarie. Una vittoria tutta giocata sul "meno peggio" e contro la disillusione verso una presidenza che non ha mantenuto le promesse di quattro anni fa. La lista è lunga, da una cosiddetta riforma sanitaria che non scalfisce il dominio delle lobbies delle assicurazioni sanitarie, a una legge contro le speculazioni di Wall Street rimasta sulla carta, a diritti sindacali mai visti, all'aumento della tassazione su salari e stipendi.

Quattro anni fa la vittoria di Obama aveva potuto contare su una parziale mobilitazione civile, sull'attivazione di alcune forme di partecipazione. Qui sta tutta la differenza. Oggi, nonostante gli sforzi dei piccoli e grandi media democratici e delle principali organizzazioni sindacali, questo non c'è stato e non è riuscita l'operazione di coinvolgere seppur indirettamente il movimento Occupy. Una campagna elettorale tutta ripiegata su questioni interne, a partire dalla crisi che falcidia redditi e diritti.
Romney ha cercato di uscire dall'angolo, a settembre era dato per completamente spacciato, con una disperata corsa verso il centro - attenuando e ammorbidendo le posizioni iniziali su aborto, immigrazione e tagli alla spesa statale - lanciando un messaggio preciso: un conto è la campagna elettorale un altro è la politica del Presidente degli Stati Uniti. Prima di uscire di scena però un risultato lo ha ottenuto. Nell'ultimo mese, nonostante le sue gaffe, gli sproloqui sui 23 milioni di nuovi posti di lavoro e la scarsa consistenza del personaggio, ha mostrato tutta la debolezza politica dell'avversario. Secondo un anonimo analista dello staff di Obama l'uragano Sandy ha certamente seminato morte e distruzione ma ha anche permesso di rilanciare l'immagine del Presidente come "comandante in capo". Ora per i governatori repubblicani che si sono aggrappati ad Obama per il risarcimento dei danni, per il sindaco di New York che lo ha sostenuto, per Marchionne in versione spot elettorale - per fare solo alcuni esempi - si va all'incasso.

L'America è divisa, questo il commento che campeggia sulla maggioranza dei siti web e dei giornali. Lo sceriffo della contea di Alameda, un feudo democratico con capoluogo Oakland, un paio di settimane fa ha chiesto l'utilizzo dei droni predator per questioni di ordine pubblico. Si tratta, ancora una volta, di capire dove passano le divisioni e tra chi e chi.


Dal sito  http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/



giovedì 8 novembre 2012

COMUNICATO DEL COORDINAMENTO DEL “NO MONTI DAY”




COMUNICATO DEL COORDINAMENTO DEL “NO MONTI DAY”


Si è riunito il coordinamento delle persone e delle organizzazioni che hanno dato vita al No Monti Day. È stato espresso un giudizio comune largamente positivo sulla manifestazione, che ha segnato un passaggio molto importante nella costruzione di una opposizione e di una alternativa alle politiche di Monti e a chi le sostiene.

Quella manifestazione ha consegnato a chi l'ha promossa la responsabilità di continuare e si è quindi deciso di dare appuntamento al 15 dicembre per una grande assemblea che definisca i punti fondamentali di una piattaforma programmatica.
Discriminante di questa piattaforma saranno il no alle spese e alle politiche e alle missioni di guerra, il rigetto dei trattati europei che come il fiscal compact danno veste istituzionale alle politiche di austerità e massacro sociale in tutto il continente, il no alle controriforme di Monti e alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, un'altra politica economica e sociale contro la disoccupazione e la precarietà e per i beni comuni, una vera democrazia.

I punti di questa piattaforma saranno in esplicita rottura rispetto ad ogni continuità, anche mascherata, con le politiche di Monti e richiedono la costruzione di una alleanza sociale politica alternativa a tutte le forze che hanno sostenuto o intendono mantenere in vigore le decisioni del governo Monti.

Il coordinamento ha deciso la partecipazione alle manifestazioni e alle mobilitazioni che si svolgeranno il 14 novembre nella giornata europea di lotta contro l'austerità e il massacro sociale. Le forze del no monti day parteciperanno a questa giornata affermando il no al governo e a chi lo sostiene, il rifiuto della concertazione e delle politiche di patto sociale, la solidarietà e l'unità con l'Europa che lotta.

A Roma, come già annunciato in piazza S. Giovanni, le forze del no monti day si danno appuntamento davanti al Parlamento rivendicando il diritto costituzionale a portare lì davanti le ragioni della lotta ed dell'alternativa.




lunedì 5 novembre 2012

LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA E' UFFICIALMENTE MORTA




LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA E' UFFICIALMENTE MORTA
di Andrea "Perno" Salutari


La FdS è nata morta
Il 5 dicembre del 2009 ero al Brancaccio di Roma all'assemblea fondativa della Federazione della Sinistra, ricordo un viaggio di speranza, lotta e coesione con tantissimi compagni, un treno rosso. Oggi, 3 novembre 2012, tramite un freddo computer, constato che la FdS è ufficialmente morta. Anzi, per essere preciso, la FdS non è morta ufficialmente perché l'immobilismo di questo cartello elettorale è incapace di prendere una posizione a maggioranza.
Tre anni fa lanciammo il referendum contro la legge 30, in realtà quel referendum non partì mai.
Ma in questi anni la nostra lotta non si è mai fermata e le migliaia di firme raccolte in queste settimane per difendere l'art.18 sono lì a testimoniarlo perché noi siamo il popolo che lotta.

Ma perchè la FdS si è rotta?
Si sono confermate le differenze tra Partito del lavoro/Pdci da una parte e Rifondazione dall'altra; i primi tenteranno di entrare nel centrosinistra e relative primarie, mentre Rifondazione Comunista proverà a costruire una coalizione alternativa a Monti e all'alleanza Vendola-Bersani-Casini.

Diliberto dopo Prodi voterà Bersani.
La nuova linea di Diliberto e del PdCI:
Bersani, oggettivamente, ha ridato un segno laburista socialdemocratico al Pd. Almeno nelle sue intenzioni per il futuro. Vuol provare ad archiviare la fase del governo Monti e con esso la stagione fallita del neoliberismo. Cerca di accantonare le fascinazioni clintoniane e blairiane delle terze vie che tanto hanno pesato sulla sinistra italiana. Non a caso – e soprattutto grazie a Vendola – la carta d’intenti non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione del Pd. Dopo aver registrato oggi, la differenza di orientamento con Rifondazione, tre componenti su quattro della Fds (Pdci, Lavoro e solidarietà di Gian Paolo Patta e Socialismo 2000 di Cesare Salvi) vogliono provare a fare l’accordo con il centrosinistra”. (1)

Il PdCI parteciperà alle primarie sostenendo al primo turno Vendola e al secondo turno Bersani.
Il PdCI alle precedenti primarie, quelle dell'Unione targate 2005, a Bertinotti e Di Pietro preferì votare Prodi.

Rifondazione Comunista contro Monti e il Partito Democratico.
La manifestazione No Monti Day aveva mostrato bene la differenza tra chi aveva il coraggio politico di contestare Monti e i suoi alleati (Berlusconi, Bersani, Casini) e chi, come Diliberto e Salvi, ha preferito non partecipare.

La posizione di Rifondazione Comunista:
"Le politiche del governo Monti aggravano la crisi sociale, la recessione e alimenta la drammatica perdita di posti di lavoro. (...)
Il governo ha quindi tracciato una strada di destra destinata a perdurare negli anni, indipendentemente dalla presenza di Monti, ma ai provvedimenti già assunti e votati da PD, PDL e UDC. [...]
Il superamento e la sconfitta delle politiche di Monti non può essere affidato al centro sinistra, che è indisponibile a mettere in discussione le scelte sin qui operate, a partire dall’articolo 18, dal pareggio di bilancio e dall’applicazione del Fiscal Compact. Per questo proponiamo la costruzione di una coalizione politica che possa diventare uno schieramento elettorale di tutte le forze politiche, sociali e associative che si oppongono da sinistra al governo Monti.
Riteniamo necessario unire la sinistra. La costruzione di un processo inclusivo e partecipato, che allarghi il terreno della partecipazione politica unitaria a sinistra, la realizzazione in Italia del progetto della Sinistra Europea, la costruzione del corrispettivo di Syriza, del Front de Gauche, di IzquierdaUnida, della Linke, insomma recuperare le migliori esperienze politiche che si sono prodotte in Europa, rappresenta l’obiettivo fondante il nostro progetto politico, su cui lavorare nei prossimi mesi."

I comunisti amano scindersi ... siamo giunti all'atomo!
Pubblico una sintesi di uno scritto ironico, ma non troppo, di Matteo Pucciarelli
perché giustamente siamo sbeffeggiati da tutti. (2)

"In Italia fino al 1991 c’erano due partiti comunisti: il Pci (una corazzata vera) e Dp (piccola ma agguerrita). Poi il Pci capì che non era più comunista e diventò Pds. Ma siccome non tutti nel Pci volevano essere altro, insieme a quelli di Dp fecero il Prc. 
Più tardi i comunisti del Prc si divisero in due: quelli che non ci stavano più ad allearsi con gli ex comunisti del Pds e quelli che invece pensavano che invece no, bisognava stare insieme con gli ex comunisti anche a costo di rompere con quelli sempre tali. Così nacque il Pdci.
Il Prc era forte, ma non era un partito di massa. Il Pdci era più piccolo, ma compensava con seggi e assessorati, più o meno uno ogni tre iscritti.
Poi comunque anche il Prc cambiò idea e decise che ci si poteva alleare con gli ex comunisti dei Ds, e quindi si ritrovarono tutti insieme a litigare in un canaio chiamato Unione e il capo del Prc diventò presidente della Camera e salutò calorosamente gli operai, che però da tempo si sentivano
rappresentati da altri.
Andò che l’Unione non resse, i comunisti sia del Prc che del Pdci furono costretti a votare provvedimenti tutto fuorché comunisti e non contento, alla fine, un altro ex comunista disse che alle prossime elezioni basta coi comunisti rompicoglioni. Infatti il governo cadde e i comunisti – loro malgrado – finalmente si ritrovarono uniti. Si aggiunsero altri ex comunisti dei Ds che pensavano fosse necessario stare insieme coi comunisti anche a costo di lasciare gli altri ex comunisti. Fu un disastro. I comunisti restarono fuori dal parlamento.
Allora parecchi comunisti del Prc – che anni prima non volevano stare con gli ex comunisti e che per quello erano incazzati a morte con quelli del Pdci che invece erano nati apposta – pensarono che fosse importare ricominciare ad avvicinarsi agli ex comunisti del Pd ex Ds (rimessa dentro la “p”, fuori la scomodissima “s”) e siccome volevano unire la sinistra si scissero e fondarono Sel, diventando pure loro ex comunisti. I comunisti del Prc rimasti tali insieme agli altri del Pdci decisero che almeno i comunisti dovevano stare insieme per cui diedero vita alla Fds. La Fds chiedeva l’unità con i vecchi compagni di Sel ma Sel la voleva con i vecchissimi compagni del Pd.
Siamo a oggi. Pd e Sel si uniscono in una coalizione e la Fds resta fuori. Ma il Pdci che chiedeva l’unità dei comunisti pensa che prima sia necessaria l’unità con gli ex comunisti di Pd e Sel e allora probabilmente la Fds scomparirà e il socialismo resta lo slogan buono per parlarci addosso e insomma stasera fa caldo per essere a ottobre e a me fa male la testa e sinceramente a starvi dietro a tutti quanti si diventa scemi."

La Carta degli intenti delle primarie del PD
"Se vinciamo le elezioni governermo con la sinistra di Vendola e i moderati di Casini, indipendentemente da quello che dicono. E' propaganda. Noi siamo garanti che si farà questo governo. Sarà un governo formato da forze politiche che si sono opposte a Berlusconi e, terzo, garantisce sia il rigore europeista sia il rinnovamento sociale di cui l'Italia ha bisogno" (D'Alema)

Ad ognuno la propria prospettiva, la propria battaglia, il proprio futuro. Per me lottare con dignità e per riconquistare la dignità vuol dire non appartenere a questo centrosinistra fondato sul montismo! Siete liberi di avere la vostra posizione: ma da qui non mi spostate!
Ma prima di andare a votare leggete bene quella carta degli intenti, leggete bene il vostro futuro.

Carta d'intenti per il patto tra democratici e progressisti
"Il nostro posto è in Europa. Lì dove Mario Monti ha avuto l’autorevolezza di riportarci [...]
Salvare l’Europa nel pieno della crisi significa condividere il governo dell’emergenza finanziaria [...] in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale dovrà rivivere l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa. Qui vive la ragione che ci spinge a cercare un accordo di legislatura con le forze del centro moderato. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa essere alternativi alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva. [...]
Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:
- sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
- assicurare il pieno sostegno, fino alla loro eventuale rinegoziazione, degli impegni internazionali già assunti dal nostro Paese o che dovranno esserlo in un prossimo futuro;
- appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico economico federale dell’eurozona.
I democratici e i progressisti s’impegnano altresì a promuovere un “patto di legislatura” con forze liberali, moderate e di Centro, d’ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni.
Per l’Italia, bene comune."

Dividi et impera
La sinistra è immobile. L'elettorato di sinistra è da anni ancorato a quel 10% suddiviso nei partiti di sinistra.
Ad ogni tornata elettorale si dimostra come l'elettorato di sinistra non è in aumento, ma si sposta di elezione in elezione da un partito all'altro. La conflittualità a sinistra, spesso manovrata dal PD, permette ai democratici di diventare il primo partito d'Italia.
Quindi la domanda: lo scopo dei partiti della sinistra di sistema è quello di pescare l'elettorato di sinistra del PD ed egemonizzare quello spazio o conquistare elezione dopo elezione la parte meno fedele di quel 10% citato prima? Certo, entrambi! Ma da anni vediamo solo il secondo fenomeno. Le diatribe continuano a sinistra, sono di fatto gli stessi dirigenti della sinistra che stanno facilitando il declino della sinistra italiana e dell'intero paese.

Ferrero si converte al Terzo Documento?
Rifondazione è passato in meno di un anno dal dire: "Fronte democratico contro Berlusconi" a "Il Pd è un partito di destra"

"La volontà della Merkel di abolire la democrazia in Europa, commissariando i paesi europei al fine di imporre politiche neoliberiste, è inaccettabile. Già oggi, con l'accettazione del Fiscal Compact l'Italia non può più decidere la propria politica economica e la Merkel propone di chiudere il cerchio affidando alle tecnocrazie europee tutte le decisioni di bilancio. In questo modo la democrazia scompare e aumenta la disoccupazione. Di fronte a questa strada occorre riprendersi la sovranità nazionale e popolare, in primo luogo disdettando il Fiscal Compact e impedendo al governo Monti di tradire ulteriormente la Costituzione Italiana". (Paolo Ferrero)

"L’esigenza non più rinviabile di una sinistra anticapitalista indipendente ed alternativa anche al PD spiega il vizio di origine ed il fallimento della Federazione della Sinistra, una scelta che ha prodotto dissenso e disorientamento in moltissimi compagni/e, vissuta come l’esplicito tentativo di liquidare l’esperienza comunista in Italia.
Unire e far crescere le diverse lotte di resistenza alla crisi rappresenta il compito immediato per sviluppare un forte movimento di opposizione sociale e politico contro le manovre antipopolari.
Non pagare il debito, nazionalizzare le principali banche, colpire la speculazione finanziaria l’evasione fiscale, tassare i grandi patrimoni ed i redditi alti, tagliare le spese militari e ritirarsi subito dagli scenari di guerra.
-La centralità di una linea politica anticapitalista e di una pratica di opposizione, elaborate e verificate
nel vivo della lotta di classe e del radicamento sociale rappresenta un primo elemento di garanzia;
-La critica alla “doppiezza” tra enunciazioni “rivoluzionarie” e pratica politica opportunista, diventa una necessità per recuperare una sostanziale coerenza tra fini e mezzi della azione politica, tra programma e scelte istituzionali
-l’organizzazione del partito e lo stile di lavoro devono essere coerenti con le finalità del nostro programma politico. La democrazia interna, la partecipazione di base nella definizione delle scelte, la formazione dei programmi di lavoro e dei gruppi dirigenti
- La formazione politica e la socializzazione delle esperienze, rivolta in particolare ai giovani ed ai militanti impegnati nel lavoro di massa, sono indispensabili per la crescita di un gruppo dirigente diffuso, esperto ed affidabile"

(Doc.3 dell'ultimo congresso del PRC)

La diatriba comunista e l’unità.
La riconquista della credibilità è tema prioritario e non rimandabile. Le diatribe hanno coinvolto pure le gioventù comuniste e il futuro sembra scritto. Il comunismo da rosso si sta sbiadendo nell’attuale sinistra rosata ed il futuro è imminente. I comunisti sventoleranno bandiera bianca. Sconfitti dalla storia, sconfitti per mano propria.
La FdS è ufficialmente morta. Anche oggi non hanno avuto il coraggio di prendere una decisione.
L'incapacità di prendere una decisione e restare uniti mi sconcerta, evidenzio la solita malattia: poca democrazia di base e decisioni prese dall'alto con le inevitabili "rotture ed uscite" da parte di chi è minoranza.
Da oggi vigerà ufficialmente l'anarchia della linea. Il PdCI abbraccia il PD di Bersani e parteciperà alle primarie, sostenendo difatto la Carta degli Intenti e scegliendo Vendola al primo turno e Bersani al secondo. Nulla di nuovo sotto il sole. Il nostro percorso si divide di nuovo! Io penso ancora all'unità dei comunisti contro il neoliberismo europeo targato PSE-PPE. Forse ci incontreremo di nuovo un giorno.
Auguri a tutti i compagni, da domani il cammino sarà ancora più duro!

Andrea 'Perno' Salutari

3 novembre 2012

dal sito  http://patriadelribelle.blogspot.it/

venerdì 2 novembre 2012

IL NOSTRO "IMPEGNO PER LA PACE" di Antonio Mazzeo






Antonio Mazzeo, attento esploratore della stampa specializzata dei mercanti di morte, e degli annunci trionfalistici di nostri governanti e militari, segnala un’altra prodezza della nostra industria di Stato: la fornitura di due esemplari dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan” prodotto dall’italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica), venduti al modico prezzo di 106 milioni di dollari, a un paese poverissimo come il Ciad che, a parte il mancato rispetto dei diritti umani, gli stupri generalizzati, l’uso di bambini soldati, è al 170 posto nel mondo nell’Indice di sviluppo umano.
Oltre ai dati riportati da Antonio Mazzeo, si può aggiungere che questi due aerei costano più o meno come l’intera spesa pubblica del Ciad perl’istruzione. Sono solo due, ma poi vedremo se ne venderemo altri… Tra l’altro la spesa può levitare ulteriormente se si richiede anche un kit di trasformazione rapida per trasporto personalità e la dotazione di una particolare “protezione balistica”. Possiamo immaginare che il “discusso presidente” Idriss Déby Itno lo richiederà presto.
Mi pare probabile a questo punto che un prossimo premio Nobel per la pace possa essere attribuito all’Italia, per le sue missioni internazionali e il suo contributo alla pacificazione dell’Africa…

(Antonio Moscato.1/11/12)


AEREI DA TRASPORTO ALENIA PER LE FUTURE GUERRE AFRICANE
di Antonio Mazzeo


È uno dei paesi più poveri del continente africano: strangolato dai debiti contratti per alimentare un lungo e sanguinoso conflitto interno, il Ciad è al centro di una drammatica crisi socio-economica. L’aspettativa di vita dei suoi 11,5 milioni di abitanti è di appena 49,6 anni; la mortalità infantile sotto i 5 anni è del 209‰ e il tasso di alfabetizzazione degli adulti è di appena il 33,6%. Ciononostante il regime di N’Djamena è pronto a sborsare più di 106 milioni di dollari per acquistare due esemplari dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan” prodotto dall’italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica).
L’accordo è stato annunciato a Roma dalla Direzione armamenti aeronautici del Ministero della difesa e includerebbe la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio (due anni), due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.
Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, la ricerca e il soccorso ed il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 60 fanti o 46 paracadutisti, ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio di azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato. “Questo velivolo garantisce solidità, capacità di resistenza in ambienti ostili, affidabilità e manovrabilità senza paragoni”, recita la brochure illustrativa di Alenia Aermacchi. “Grazie al vano cargo più capiente della sua categoria, lo Spartan è in grado di trasportare 11 tonnellate di carico e operare senza difficoltà su piste brevi e accidentate in aree remote, senza alcun supporto esterno. Con motori e propulsori identici a quelli del C-130J, il C-27J è completamente interoperabile non solo con questo modello, ma anche con altri mezzi di trasporto militari”.
Lo “Spartan” è stato progettato a partire dall’aereo da trasporto G.222 di Alenia Aeronautica. In vista di una sua possibile vendita alle forze armate Usa, nel 1997 la società italiana costituì con il colosso statunitense Lockheed Martin la joint venture Lockheed Martin Alenia Tactical Transport  Systems (LMATTS). Dieci anni dopo però Lockeed Martin preferì presentarsi autonomamente alla gara di Us Army e US Air Force con il proprio C-130J e l’accordo con Alenia fu revocato. Per conquistare il mercato internazionale con il C-27J, l’azienda Finmeccanica si è dovuta rivolgere poi ad altri due grossi gruppi statunitensi, Boeing e L-3 Communications Integrated Systems, con cui ha costituito la Military Aircraft Systems (GMAS).

Acquistando i due velivoli cargo, le forze armate del Ciad potranno estendere minacciosamente il loro raggio d’intervento al Mediterraneo e all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti e dalla crescente pressione militare di Stati Uniti, Unione europea e Cina.
Ovviamente gli “Spartan” potranno essere utilizzati anche sul fronte interno, per rafforzare l’autorità e il controllo militare nelle regioni più periferiche di un paese che non ha mai brillato per democrazia o rispetto dei diritti umani.
Dopo il ritiro nel dicembre 2010 della missione Onu di peacekeeping (Minurcat), nel febbraio e nell’aprile 2011, in Ciad sono state organizzate, rispettivamente, le elezioni legislative e quelle presidenziali. Queste ultime sono state boicottate dall’opposizione per la “scarsa” agibilità democratica e hanno visto la scontata rielezione del discusso presidente Idriss Déby Itno.
Il governo del Ciad ha mantenuto in vigore la pena di morte”, denuncia Amnesty International nel suo ultimo rapporto annuale sui diritti umani. “Nel paese sono aumentati i casi di arresti e detenzioni illegali, così come di tortura, aggressioni ai danni di difensori dei diritti umani, giornalisti e sindacalisti. Stupri e altre violenze nei confronti di donne e ragazze sono stati frequenti. Le condizioni nelle carceri sono difficili ed equiparabili a trattamento o pena crudele, disumana o degradante. Le strutture di detenzione sono sovraffollate e i prigionieri spesso non hanno avuto accesso ad adeguati servizi medici e ad altri servizi di base”.
Secondo Amnesty International, in Ciad è pratica diffusa la tortura da parte della polizia, della gendarmeria e dei membri dell’agenzia per la sicurezza nazionale (Ans). “Funzionari ciadiani e membri di gruppi armati responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come uccisioni illegali, stupro e altre torture, hanno continuato ad agire nell’impunità e le vittime non hanno ricevuto assistenza”, aggiunge l’organizzazione. Alla vigilia del voto presidenziale, Idriss Déby Itno ha concesso l’amnistia per i reati commessi da membri di gruppi armati, alcuni dei quali sospettati di aver commesso reati ai sensi del diritto internazionale.
Il 15 giugno 2011, il Ciad e le Nazioni Unite hanno firmato un piano d’azione sui minori affiliati alle forze armate e i gruppi armati, per porre fine al reclutamento e all’impiego di bambini soldato”, annota Amnesty. “A fine anno non era chiaro se l’attuazione del piano d’azione fosse stata però avviata”.
Altrettanto critico il giudizio dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani. “Il Ciad si trova a un crocevia per lo stato dei diritti umani in un contesto segnato ancora da molte zone d’ombra”, ha dichiarato il vice-commissario Kyung-wha Kang al termine di una visita nel paese africano, lo scorso mese di aprile. Per l’Onu, il governo deve risolvere assolutamente alcune questioni chiave, come la riforma del sistema giudiziario (“caratterizzato da una carenza di capacità e di risorse ma anche dall’assenza di indipendenza”), la lotta alla violenza contro le donne, la “fine dell’impunità e la tutela di chi è vittima di espulsioni forzate”, la “risposta umanitaria alla crisi alimentare e in ogni progetto di sviluppo a medio-lungo termine”.
Il Ciad non è il primo acquirente del C-27J “Spartan” di Alenia Aermacchi. In ambito Nato, l’aereo da trasporto è stato acquistato dalle forze armate di Italia, Stati Uniti, Grecia e Romania ed è utilizzato particolarmente nel teatro di guerra afgano. Un certo interesse per il velivolo è stato espresso pure da Australia, Bulgaria, Lituania e Messico. È tuttavia nel continente africano che l’azienda italiana spera di ottenere altre importanti commesse. In lista d’attesa ci sono Libia e Nigeria, mentre quattro C-27J sono stati consegnati di recente all’aeronautica militare del Marocco. L’accordo del valore di 130 milioni di euro ha compreso anche un kit di trasformazione rapida per trasporto personalità e la dotazione dei velivoli della “protezione balistica”.
Nell’autunno del 2009 la Defense Security Cooperation Agency (DSCA) degli Stati Uniti d’America ha formalizzato il trasferimento al Ghana di quattro “Spartan” in regime di Foreign Military Sales, le forniture dirette ai paesi stranieri del governo americano. Oltre ai velivoli, il Ghana ha ottenuto pure dieci motori Rolls-Royce AE2100 ed altri equipaggiamenti militari (sistemi di contromisure AN/ALE-47, sistemi integrati di comunicazione VHF/UHF AN/ARC-210, apparati di identificazione AN/APX-119, ecc.). Costo totale 680 milioni di dollari. In passato il paese africano aveva acquistato altri velivoli di produzione italiana come gli addestratori Aermacchi MB.326 ed MB.339 e gli elicotteri Agusta A109.

In Africa, Alenia Aermacchi è ormai una delle più affermate fornitrici di sistemi per la guerra aerea. Ad oggi ha consegnato alle aeronautiche militari locali oltre 750 velivoli tra addestratori SF-260 ed aeromobili da trasporto tattico G-222 e C-47J. Solo al Sud Africa sono stati venduti più di 250 velivoli da addestramento e da attacco leggero MB-326 in varie versioni. I velivoli sono stati costruiti su licenza nel paese e sono stati denominati “Impala Mk I” e “Mk II”.
Lo scorso settembre, per promuovere “Spartan”, pattugliatori marittimi, caccia-addestratori e velivoli da trasporto regionale del tipo ATR-42, ATR-72 e SSJ-100, Alenia Aermacchi ha partecipato a Pretoria al Salone “Africa Aerospace & Defence 2012”, la principale fiera espositiva di sistemi aerospaziali militari del continente nero. Durante l’evento, l’azienda ha siglato un Memorandum of Understanding con l’industria sudafricana Denel SOC, in vista di una collaborazione per programmi di manutenzione, supporto logistico, trasformazione di velivoli passeggeri in cargo e la produzione di componenti e aerostrutture.
Si tratta di un significativo riconoscimento della posizione di Denel quale industria della difesa leader in Africa e partner chiave per le società che vogliono accrescere la propria presenza nel continente”, ha commentato l’amministratore delegato dell’azienda sudafricana, Riaz Saloojee. Tra gli ospiti d’onore al salone dei mercanti di morte di Pretoria, il sottosegretario alla difesa, Filippo Milone. Nonostante le tempeste giudiziarie, Finmeccanica è sempre ragion di Stato.


dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/







giovedì 1 novembre 2012

VENEZUELA: IL PROGETTO POLITICO DI CHAVEZ di Michele Ferro



VENEZUELA: IL PROGETTO POLITICO DI CHAVEZ
di Michele Ferro


Le elezioni politiche in Venezuela hanno confermato Chavez Presidente della repubblica.  
Si è trattato di elezioni regolari che hanno ancora una volta dimostrato l’affetto la fiducia che la maggioranza dei venezuelani, soprattutto di coloro che ancora oggi vivono nella povertà e ai margini della società, nutre nei confronti di questo personaggio. Per costoro Chavez rappresenta la  speranza di un futuro migliore. Chavez è stato sempre eletto attraverso regolari elezioni e questa legittimità ha avuto la sua massima consacrazione nel 2002, quando un colpo di stato organizzato da alcuni generali dell’esercito venezuelano, fu sventato attraverso una vera e propria mobilitazione popolare e con l’aiuto determinate di una consistente parte dello stesso esercito fedele al Presidente.
Nel mio recente viaggio in Venezuela ho cercato di capire cosa significasse e quali prospettive avesse la politica istaurata da Chavez negli ultimi anni e mi permetto di esprimere alcune riflessioni in merito.

Il Presidente Chavez ha improntato la sua politica sul principio che il popolo indigeno, cioè i discendenti dei popoli che originariamente abitavano quelle terre ( prima della conquista spagnola) siano i legittimi titolari dei diritti di proprietà e di sfruttamento delle enormi ricchezze minerarie che quelle terre contengono e sono anche i legittimi titolari dello sfruttamento dei terreni destinati o da destinare all’agricoltura (considerato che questa potrebbe avere importanti sviluppi derivanti dall’eccezionale situazione climatica che consente produzioni più volte ripetute nel corso dello stesso anno).
La parola d’ordine di Chavez consiste nel rivendicare al popolo indigeno la riappropriazione della propria dignità. Questa rivendicazione comporta come conseguenza l’insofferenza nei confronti degli europei e dei loro discendenti che costituiscono i detentori del potere economico del Paese.
Infatti il Governo procede con continue acquisizioni attraverso espropri di beni di cui gli europei dispongono, come terreni agricoli, impianti industriali, interi fabbricati per abitazioni e su ognuna delle proprietà espropriata viene disteso un grande striscione che rivendica la riappropriazione a favore del Popolo in nome del Socialismo.
Ma questi beni per la maggior parte rimangono inutilizzati perché non esiste una classe dirigente in grado di mettere a frutto, nell’interesse del Popolo venezuelano, tutto ciò che viene espropriato. Perciò i terreni rimangono incolti, le fabbriche rimangono chiuse con la conseguenza che gli operai che vi lavoravano, anche se con salari da fame, si ritrovano ad incrementare la massa di vagabondi pronti a utilizzare qualsiasi mezzo per sfamarsi. I fabbricati espropriati vengono occupati illegalmente (con la complicità della polizia locale) da indigeni abitanti dei ranchitos.
Qualche milione di indigeni vive nei ranchitos, migliaia di piccole costruzioni fatiscenti addossate alle colline che circondano Caracas, in condizioni davvero inaccettabili per un paese civile, sia dal punto di vista igienico e sanitario, sia dal punto di vista delle relazioni sociali. Si tratta per lo più di persone analfabete e senza alcuna occupazione.
Da questa situazione deriva uno dei maggiori problemi del Paese, ed in particolare per la Capitale, la gestione dell’ordine pubblico. Furti, rapine ed omicidi per rapine sono all’ordine del giorno e questo costituisce per i comuni cittadini motivo di preoccupazione e di paura, tale da evitare alcune zone della città, anche all’interno del centro storico.
Chavez si è posto il problema dell’eliminazione dei ranchitos, predisponendo un piano per l’edificazione di interi nuovi quartieri da destinare agli abitanti dei ranchitos, ma l’ampiezza del fenomeno non consente di essere ottimisti sia sulla riuscita sia sui tempi di attuazione del programma.
Chavez si è anche reso conto che l’analfabetismo e comunque la mancanza di una formazione scolastica adeguata non consente agli indigeni di formare una classe dirigente in grado di sostituire gli europei nella gestione dell’economia ed ha predisposto un piano per lo sviluppo delle attività scolastiche, che, anche in questo caso, anche se con alcuni importanti risultati positivi, trova notevoli ostacoli a decollare. In attesa che maturi questa nuova classe dirigente indigena il Presidente è costretto ad utilizzare personale qualificato proveniente dai Paese amici. 
Per la sanità, la cui riforma è uno dei meriti che il Presidente si ascrive e che effettivamente ha consentito al Paese un salto di qualità a favore delle classi più povere, la struttura medica ospedaliera è gestita quasi integralmente da personale cubano, per le costruzioni la maggior parte delle imprese sono di nazionalità iraniana.

Chavez, pur nel suo evidente populismo, persegue un progetto politico che ha una sua dignità, la rivendicazione dei diritti degli indigeni si ascrive nel solco storico dei liberatori sudamericani (il riferimento a Simon Bolivar è costante nella sua azione politica), ma appare di difficile realizzazione l’utopia di mettere alla porta gli eredi dei conquistatori e i discendenti degli immigrati europei dalla fine dell’800 al dopoguerra del II conflitto mondiale, considerato che questi detengono l’intero potere economico della nazione. 
Forse non sarebbe sbagliato aprire un dialogo con la parte più disponibile di questo settore della società (i cui membri in maggioranza risultano venezuelani a tutti gli effetti) ed utilizzarne le capacità imprenditoriali per realizzare un riequilibrio della società a favore degli indigeni.


31 ottobre 2012


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