Diari di Cineclub

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lunedì 24 settembre 2012

CENTOMILA PISTOLE BERETTA PER L'ESERCITO USA





CENTOMILA PISTOLE BERETTA PER L'ESERCITO USA
di Antonio Mazzeo




Maxi-commessa negli Stati Uniti d’America per l’azienda leader italiana produttrice di armi da guerra leggere. Il dipartimento di U.S. Army ha comunicato l’affidamento a Beretta USA Corporation, la società controllata dalla holding con sede negli States, di un contratto per il valore di 64 milioni di dollari per la fornitura di 100.000 pistole M9 calibro 9mm, la versione americana della famosa 92FS Parabellum. L’intera produzione avverrà nei prossimi cinque anni negli impianti Beretta di Accokeek, Maryland, dove sono attualmente impiegati 300 lavoratori.

“Questo ordinativo è un’ulteriore conferma dell’interesse e del supporto delle forze armate americane per la nostra pistola”, ha dichiarato Ugo Gussalli Beretta, presidente di Beretta Holding. “La M9 rimane l’arma di riferimento di U.S. Army e supporterà le truppe sul campo per i prossimi anni”. Entusiasta pure Gabriele de Plano, vicepresidente di Beretta USA Corporation, che ha dichiarato di “non vedere l’ora” di poter lavorare con l’esercito statunitense “per personalizzare l’attuale configurazione della pistola M9 con le soluzioni a disposizione per i nuovi modelli 92A1 e 96A1”, ampliando l’offerta e i business.

Ad oggi, sono oltre 600.000 le Beretta M9 già consegnate alle forze armate e di polizia Usa. Il Dipartimento della difesa è uno dei clienti esteri più consolidati della holding fondata quasi cinquecento anni fa a Gardone Val Trompia (Brescia). La prima importante commessa risale al 1979, quando fu consegnata una partita di pistole modello 92 al reparto d’assalto speciale “SEAL Team 6” della Marina militare. Nel 1985 fu invece sottoscritto un contratto del valore di 75 milioni di dollari per la fornitura di 315.930 pistole M9 ai reparti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica militare, del Corpo dei marines e della U.S. Coast Guard. Per avviare la produzione in serie delle pistole d’ordinanza, i Beretta dovettero costituire nel 1987 la corporation sussidiaria con sede negli Usa.

Due anni più tardi, giunse un ulteriore ordine di 50.000 pistole 92FS da parte della polizia federale e delle unità assegnate al pattugliamento e controllo delle frontiere. Altre 18.744 pistole modello 92FS furono consegnate nel 2002 alla U.S. Air Force, mentre tre anni più tardi Beretta Usa Corporation sottoscrisse 13 differenti contratti con il Pentagono, tra cui quelli per la fornitura di 60.000 pistole M9 all’aeronautica e all’esercito Usa e 3.500 pistole modello M9A1 e 140.000 special al Corpo dei marines. Nel settembre del 2007, U.S. Army e U.S. Navy fecero un nuovo ordine di 10.576 pistole 92FS.

Nel febbraio 2009, Beretta Usa Corporation ricevette dal Pentagono una commessa di 450.000 pistole M9 e relative munizioni, per un valore complessivo di 220 milioni di dollari, “il maggiore contratto d’acquisto di pistole dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”, come fu rilevato dalla stampa statunitense. Ventimila di quelle pistole furono poi trasferite da U.S. Army al ricostituito esercito iracheno.

La produzione di Beretta Holding S.p.a. copre ormai quasi tutta la gamma delle armi leggere: rivoltelle, doppiette e fucili a canne sovrapposte, fucili da caccia e sportivi, carabine, fucili d’assalto, pistole mitragliatrici e ad azione semiautomatica. Il noto Gruppo della Val Trompia dichiara di occupare 2.600 unità e controlla direttamente altre aziende che operano nel settore delle armi portatili (Sako, Uberti, Stoeger, Benelli Armi e Franchi). Il bilancio per l’esercizio 2011 di Beretta Holding ha evidenziato un utile netto consolidato di 31,2 milioni di euro (27 milioni nell’esercizio 2010). Il fatturato è stato pari a 481,8 milioni di euro con un +7% rispetto all’anno precedente. “Al conseguimento di questo risultato hanno principalmente contribuito le vendite al settore civile e sportivo, ma il settore difesa ed ordine pubblico conferma al 18% circa la propria incidenza sul giro d’affari complessivo”, scrivono i manager nell’ultima relazione annuale. “Per quanto riguarda la distribuzione geografica del giro d’affari, i mercati esteri continuano a pesare per circa il 90% del fatturato consolidato; oltre il 45% del totale è riferibile al Nord America”.

Le armi Beretta sono in dotazione alle forze armate e di polizia di innumerevoli paesi al mondo. In Italia, Polizia di stato, Carabinieri e Guardia di finanza sono armati con le 92SB. Nella confinante Francia, la Gendarmerie Nationale e l’Armée de l’Air hanno adottato invece il modello 92G (110.000 pistole consegnate a partire del 1987). In Spagna è stata la Guardia Civil a sottoscrivere nel 2002 un accordo con Beretta per la fornitura di 45.000 pistole 92FS. Quarantamila le pistole dello stesso genere consegnate invece alla polizia nazionale turca. Nell’aprile del 2007, la holding italiana ha pure firmato un contratto per la fornitura alla polizia di frontiera canadese delle pistole semiautomatiche Px4 Storm. Il fucile d’assalto Beretta ARX 160 è stato adottato di recente da alcune unità dell’esercito del Turkmenistan, mentre il fucile a pompa semiautomatico Benelli M3 è andato ad armare i militari neozelandesi. “La nuova fornitura all’esercito statunitense, il più importante del mondo, rappresenta per noi una sorta di passaporto per ottenere commesse di moltissimi altri paesi”, ha dichiarato Carlo Ferlito, direttore generale di Fabbrica d’Armi Pietro Beretta. L’annuncio-speranza di chissà quali nuovi affari per gli insaziabili produttori e mercanti di strumenti di guerra “leggeri” delle valli bresciane.

23 settembre 2012

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/index.php


mercoledì 19 settembre 2012

TRA POSTOPERAISMO E NEOANARCHIA di Carlo Formenti


TRA POSTOPERAISMO E NEOANARCHIA
di Carlo Formenti



La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi?
Ancorché accomunate dall’obiettivo – la distruzione dello Stato borghese – le due correnti rivoluzionarie sembravano essersi irreversibilmente divise su come realizzarlo.
Da qualche tempo, sostiene tuttavia David Graeber, uno dei più noti intellettuali libertari a livello mondiale, la distanza fra anarchici da un lato, autonomi, consigliaristi e situazionisti dall’altro, si è molto ridotta e, pur se i punti di vista restano diversi, è possibile che intrattengano un rapporto di complementarietà, più che di opposizione. Posto che le tre correnti chiamate in causa possano essere effettivamente riconosciute come rappresentanti ed eredi del marxismo rivoluzionario (molti non sarebbero d’accordo, ma qui, per semplicità, daremo per buono il punto di vista di Graeber), mi propongo di affrontare alcuni problemi sollevati dalla sua tesi.
Prima, proverò a evidenziare gli elementi di convergenza fra gli anarchici e le altre componenti antagoniste, concentrando l’attenzione su quattro aree tematiche: critica delle tradizionali forme organizzative dei movimenti anticapitalistici; ruolo dell’immaginazione nel processo rivoluzionario; transizione alla società postcapitalista; uso della violenza per la realizzazione degli obiettivi rivoluzionari. Poi tenterò, al contrario, di evidenziare le differenze fra anarchici e postoperaisti che, a mio parere, consistono soprattutto nel ruolo strategico che il concetto di composizione di classe svolge nell’analisi teorica dei secondi. Infine, cercherò di mettere in luce le aporie in cui quest’analisi si è invischiata, e come tali aporie rischino di appiattire il discorso posto-peraista su quello anarchico.

La critica della forma partito, delle sue logiche verticiste, della delega nei confronti di élite politiche professionalizzate, accomuna autonomi e anarchici a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Comune è il timore che un processo rivoluzionario egemonizzato da gerarchie professionali possa dare vita a strutture di dominio ancora più oppressive di quelle dello Stato borghese, analogo è l’impegno a creare istituzioni di democrazia diretta e partecipativa che esorcizzino il rischio (anche se persistono differenze nelle motivazioni: ideali e «di principio» quelle anarchiche, analitico scientifiche quelle degli intellettuali autonomi, che considerano la forma partito obsoleta rispetto alla nuova composizione di classe).
Ciò detto, è indubbio che gli anarchici abbiano lavorato più concretamente per mettere in pratica le proprie idee. Ispirati alle descrizioni antropologiche delle civiltà precapitalistiche e alla pratica femminista, i modelli elaborati da Graeber e altri hanno di fatto egemonizzato (ma a loro non piacerebbe il termine!) la recente cultura di movimento (dagli Indignados spagnoli a Occupy Wall Street): rifiuto di leader designati e permanenti; ricerca del consenso attraverso il confronto e la mediazione (non si vota per non provocare frustrazione nelle minoranze); privilegiare i piccoli gruppi autonomi e autorganizzati (comuni) dove è più facile applicare il principio di orizzontalità; visione «spontaneista» della diffusione dei movimenti (una volta sperimentate le pratiche di azione diretta, le persone le imitano spontaneamente, diffondendole per via virale). Su questi punti c’è totale convergenza con i neosituazionisti (che mettono però l’accento sulla produzione di «eventi» simbolici, in grado di accelerare i processi di «contaminazione»).
I postoperaisti si accodano a loro volta anche se, troppo sofisticati per condividere certe ingenuità, lasciano trasparire qualche imbarazzo, come quando Franco Berardi scrive che «il nostro compito non è organizzare l’insurrezione, che è già nelle cose», per poi smentire parzialmente questa professione di fede spontaneista, allorché aggiunge che si tratta di suscitare la coscienza dei precari cognitivi e organizzare la loro collaborazione politica (perché suscitare e organizzare, se l’insurrezione è nelle cose?)

La convergenza si fa più evidente nelle due aree tematiche, strettamente interconnesse, del ruolo rivoluzionario dell’immaginazione e della transizione al postcapitalismo.
Per Graeber, la riscoperta dello slogan sessantottino sull’immaginazione al potere si ammanta di accenti ottimistici che sarebbe eufemistico definire sfrenati. Nei suoi lavori leggiamo frasi di questo tenore: «L’affermazione che un altro mondo è possibile è un atto di fede»; «L’ottimismo è un imperativo morale»; «Il neoliberismo è un piano politico per annientare l’immaginazione»; «Il movimento contro la globalizzazione si è dissolto perché non ha saputo riconoscere le sue vittorie», «Ci sono buone ragioni per credere che il capitalismo, nel giro di una generazione, non esisterà più». All’ultima professione di fede fanno eco due affermazioni di Franco Berardi, secondo cui «La situazione sembra volgere verso il crollo», e «Il capitalismo entra nella sua fase agonica»; mentre lo stesso Bifo rilancia il tema della centralità della guerra degli immaginari scrivendo a sua volta che «Il collasso europeo non è provocato da una crisi economica e finanziaria ma da una crisi dell’immaginazione sociale».

Nessuno mette in dubbio che il progetto neoliberista si fondi (anche ma non solo) sullo sforzo, finora coronato da successo, di annientare, non la fede, ma anche la più tenue speranza che un altro mondo sia possibile (un classicissimo esempio di egemonia gramsciana!), ma ciò non giustifica il giudizio secondo cui il terreno decisivo dello scontro di classe sarebbe oggi quello dell’immaginazione.
L’idea che il capitalismo sia arrivato alla fine, motivata dal comportamento «folle» dei governi che affrontano la crisi con politiche che ne aggravano le cause, non tiene conto del fatto che ciò, nella storia del capitalismo, si è ripetuto innumerevoli volte, dalla grande crisi della seconda metà dell’Ottocento a quella del 1929.
L’intera storia del capitale è punteggiata da simili catastrofi e follie, ma il «crollo» vagheggiato non è mai arrivato, né basta spostarne le cause dalla caduta del saggio del profitto al collasso dell’immaginazione per realizzare il sogno. D’altro canto, la «immaginarizzazione» (o se si preferisce la «culturalizzazione») dello scontro finale è l’inevitabile pendant della rimozione del problema della transizione, comune a tutte le correnti rivoluzionarie di cui ci stiamo qui occupando.
In altri interventi ho sottolineato l’interesse relativo che Negri e altri teorici postoperaisti manifestano per il tema della transizione, in quanto convinti che, nell’era del capitalismo postfordista e digitale, la socializzazione dal basso, sostanzialmente spontanea e autonoma, delle forze produttive sia arrivata a un punto tale da ridurre il problema a una sorta di gestione imprenditoriale alternativa della ricchezza da parte delle moltitudini. Analogamente, Graeber rifiuta l’idea di un «cataclisma rivoluzionario» che abbia come obiettivo immediato il rovesciamento dei governi. L’azione rivoluzionaria viene piuttosto descritta come un processo graduale di creazione dal basso di forme alternative di organizzazione sociale, un insieme di pratiche ed esperienze che consentirebbero al nuovo di crescere negli interstizi del vecchio (esperienze come quelle della crisi argentina e del movimento zapatista vengono citate a esempio di tale processo, e descritte come «tessere» di un mosaico globale in via di composizione). Insomma, la rivoluzione come proliferazione delle comuni e delle loro interconnessioni reciproche. Un modello che consente oltretutto di bypassare la spinosa questione dell’uso (o del rifiuto) della violenza come strumento rivoluzionario. Pur avendo posizioni assai articolate (dal pacifismo radicale, di principio, alla giustificazione dello scontro militare sotto certe condizioni) tutte le componenti di cui ci stiamo qui occupando condividono infatti il presupposto (del resto incontestabile) secondo cui, oggi, qualsiasi scontro frontale contro le forze professionali della repressione sarebbe destinato alla sconfitta.
Dunque le tesi di Graeber in merito sia alla convergenza, sia alla complementarietà fra discorsi anarchici e autonomi sembrano trovare sostanziale conferma. Resta però da sciogliere un nodo decisivo, messo in luce dallo stesso Graeber: la vera, irriducibile differenza fra discorso anarchico e discorso neomarxista, consiste nel fatto che il primo è soprattutto un discorso etico sulla pratica, mentre il secondo è un discorso teorico sulla strategia.
Condivido pienamente e credo sia questo il motivo per cui oggi i postoperaisti sembrano in qualche modo muoversi «a rimorchio» delle pratiche di movimento anarchiche, nella misura in cui il loro discorso teorico, come cercherò di dimostrare nell’ultima parte di questo intervento, contiene alcune aporie di fondo che impediscono di formulare un progetto politico coerente.

Gli anarchici danno scarso o nessun peso all’analisi della composizione di classe: per loro il soggetto rivoluzionario coincide, in ultima istanza, con le persone, i singoli individui che si associano liberamente in comunità fondate su legami di affinità.
L’intero impianto del discorso operaista e postoperaista, viceversa, si fonda proprio sull’analisi della composizione di classe, la cui finalità consiste nell’identificare, in ogni situazione storica determinata, le modalità con cui la composizione tecnica (operaio professionale, operaio massa, tecnici, lavoratori della conoscenza, ecc.) si converte in composizione politica (quali strati di classe incarnano il punto più alto della contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione e quali altri – non sempre sono gli stessi! – mettono in atto le forme di lotta più avanzate).
Questa tradizione, inaugurata negli anni Sessanta con l’identificazione dell’operaio massa quale nuovo soggetto antagonista in alternativa all’operaio professionale, e proseguita con lo slittamento dell’attenzione sull’operaio sociale, dopo che la ristrutturazione capitalistica aveva neutralizzato la grande fabbrica fordista come luogo dell’antagonismo, sembrava essersi definitivamente incagliata con la ipostatizzazione metafisica della «moltitudine». La lettura «biopolitica» della relazione antagonistica fra capitalismo immateriale e pura vita, messa al centro del processo di creazione di valore, al di fuori di ogni relazione «fabbrichista» fra capitale e lavoro, ha segnato probabilmente il punto di massima convergenza fra discorso postoperaista e discorso anarchico (spontaneista, individualista e populista). Da qualche tempo, tuttavia, messa fra parentesi – pur senza riflessioni autocritiche – la categoria di moltitudine, l’analisi sembra avere rimesso al centro dell’attenzione la classe, come certificato da un articolo apparso sul numero di maggio di «alfabeta2» (n. 19, Per una politica della composizione) a firma collettiva Uninomade.

In questo testo alcune interessanti novità convivono con la «vulgata» delle precedenti elaborazioni. Partiamo dalle prime. In primo luogo si afferma che il nodo politico fondamentale consiste oggi nel mancato incontro fra working poors, ciò che resta della classe operaia tradizionale, lavoratori della conoscenza e classi medie declassate. Dopodiché si aggiunge che tale nodo non può essere affrontato attraverso una «politica delle alleanze», ma solo attraverso una «politica della composizione». Infine, e questa mi pare la novità più significativa, si riconosce che tale composizione non si dà naturalmente, nemmeno quando esistano interessi comuni, ma che la si può realizzare solo attraverso un «lavoro militante». Qui ci sarebbero tutti gli elementi per una svolta strategica; sennonché queste aperture appaiono neutralizzate dalla volontà di difendere a tutti i costi il «paradigma» consolidato nei precedenti vent’anni. Il cui punto più debole, a parere di chi scrive, coincide con l’ostinata identificazione (clamoroso esempio di confusione fra composizione tecnica e composizione politica!) del soggetto antagonista con il lavoro cognitivo.

Negli anni Novanta, fino alla crisi del 2001, abbiamo condiviso tutti (compreso chi scrive) questa convinzione. Insistervi oggi, dopo dieci anni di ristrutturazione in salsa 2.0, significa tuttavia commettere un errore analogo a quello di chi, dopo la crisi degli anni Settanta, continuava a scommettere sul ruolo strategico dell’operaio massa. È un errore condito da una serie di quelli che suonano ormai come luoghi comuni. Per esempio, l’idea che l’evoluzione tecnologica abbia creato le condizioni per «il divenire autonomo di cooperazione sociale, conoscenza e linguaggio come mezzi di produzione incorporati nel lavoro vivo»; laddove basta leggere il bell’articolo di Franco Piperno sul numero di giugno di «Alfabeta2» (Dall’ora locale all’ora globale ) per capire che quelle tecnologie incorporano anche e soprattutto formidabili modelli di disciplinamento e dominio del lavoro morto sul lavoro vivo (taylorismo digitale), in modo non molto diverso da quanto faceva il «vecchio» capitale fisso. E ancora: da un lato si riconosce che il lavoratore cognitivo in rete è isolato e incapace di solidarietà (Bifo), che ha creduto di poter soddisfare tramite il lavoro bisogni di gratificazione personale, di sentirsi utile e creativo, al punto da configurare «un patto implicito fra nuova composizione del lavoro e capitale» (Uninomade, Per una politica della composizione, cit.), che ci siamo assuefatti a farci pagare non per quanto facciamo ma per quello che siamo (per la nostra padronanza dei codici sociali, talento relazionale, aspetto esteriore, ecc.) in un’orgia di identificazione totale con la mission e la vision aziendali; dall’altro lato non se ne traggono le conseguenze. Si ammette, per esempio, che la Apple non può fare a meno di Foxconn, per precisare subito dopo che questo «non mette in discussione il nuovo paradigma» (ma per quale oscura ragione, se non per miopia eurocentrica, qualche decina di migliaia di nerd angloamericani dovrebbero incarnare il punto più alto della composizione di classe rispetto a due miliardi di operai cinesi, indiani e latino-americani?!). Discorsi che appaiono paradossalmente egemonizzati dall’ideologia dei guru della New Economy, con i loro vaneggiamenti sulla smaterializzazione/virtualizzazione del mondo, quasi a voler dare credito all’esistenza di quel soggetto impersonale che i media borghesi chiamano «i mercati». Non a caso, Bifo scrive che la classe finanziaria non ha un volto riconoscibile ma agisce come uno sciame, un pulviscolo impersonale guidato da una volontà inconsapevole. Ma è davvero così? Che il mercato funzioni in modo «anarchico» ce lo aveva già spiegato Marx, il quale ci aveva però anche spiegato che la classe capitalistica non è una semplice astrazione matematica, un algoritmo. La borghesia non è morta, come spesso si dice, se mai ha cambiato pelle, come fa di secolo in secolo, secondo la lezione degli storici dei lunghi cicli (da Braudel a Wallerstein e Arrighi). Dietro ai mercati ci sono sempre state e sempre ci saranno persone in carne ed ossa, dai vecchi padroni delle ferriere, ai manager stile Marchionne, a mostri come quello descritto nell’ultimo film di Cronenberg, Cosmopolis. Mostri che non «crollano» da soli, per quanto catastrofiche possano essere le crisi innescate dalla loro follia, ma possono essere esorcizzati solo da un progetto politico organizzato. Il che ci riporta al tema del confronto fra anarchici e postoperaisti, e alla necessità di dare corpo al termine «politica della composizione», evitando che resti l’ennesima categoria astratta.

Ironizzando sulla «tristezza del postoperaismo» (è il titolo di un capitolo del suo libro La rivoluzione che viene), Graeber prende in giro le arzigogolate astrazioni (con particolare riferimento alla «biopolitica») di questa scuola teorica. Sotto certi aspetti si tratta di giudizi ingenerosi, visto che altrove lo stesso Graeber ammette di avervi attinto molte idee (a partire dal tema del rifiuto del lavoro) ma, occorre ammettere, non del tutto infondati. In particolare, trovano giustificazione nel «moto pendolare» che le aporie messe in luce poco sopra sembrano imprimere al discorso postoperaista: da un lato, l’idea secondo cui oggi esisterebbe una «intellettualità di massa» che svuota di senso ogni pretesa di leadership da parte di avanguardie intellettuali e politiche «esterne» al movimento, sembrerebbe neutralizzare qualsiasi differenza con il discorso anarchico, configurando una sostanziale convergenza di obiettivi, forme di lotta e modelli organizzativi; dall’altro lato, dietro certe «sofisticazioni» teoriche, si intravedono riflessioni che vanno in tutt’altra direzione, giustificando la diffidenza anarchica nei confronti di una irriducibile anima «leninista» aleggiante nel discorso postoperaista. Personalmente, ritengo che esistano fondate ragioni per esplicitare e chiarire i temi che citavo prima in riferimento al documento di Uninomade: se è vero, e io sono convinto sia vero, che una politica della composizione non emerge naturalmente e spontaneamente dai movimenti, ma può essere solo il frutto di un lavoro militante, è arrivato il momento di smetterla di civettare con lo spontaneismo di maniera e l’illusione di rovesciare il capitalismo federando piccoli gruppi di affinità che praticano una orizzontalità politically correct. La discussione su organizzazione politica, strategie di lotta e scenari della transizione è ri-aperta.


14 settembre 2012

dal sito  http://www.alfabeta2.it/



domenica 16 settembre 2012

ESISTE UN'ALTRA IPOTESI DI EUROPA




ESISTE UN'ALTRA IPOTESI DI EUROPA
di  Julie de Los Reyes


Intervista al dirigente di Syriza, Pavlos Kazakopoulos: "Il voto greco chiedeva di rinegoziare gli accordi non di applicare le direttive europee".
Il no all'austerità e la prospettiva di un coordinamento più solido tra i movimenti di opposizione alla crisi




I risultati delle elezioni greche sono stati presentati come un voto a favore della permanenza nell’euro, e, con le parole del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, come una decisione di continuare ad attuare le riforme della Troika.

In generale sia in Grecia che all’estero le elezioni sono state presentate in questo modo, ma credo che sia comunque una maniera distorta di vedere le elezioni greche. Noi appoggiamo fermamente l’integrazione europea sulla base della giustiza sociale e degli ideali democratici. Adesso ci sono diverse tipologie di integrazioni e non sono tutte uguali. Questa forma di presentare le elezioni è stato piuttosto un modo per attaccare Syriza e alla fine ha dato i suoi frutti.
Prima di tutto bisogna dire che le elezioni non erano previste per dire si o no all’euro ma per dire si o no all’austerità. Alcuni Paesi, tra cui la Germania, sostenevano che l’unico modo per rimanere nell’euro sarebbe stato ed è tuttora quello di applicare le misure di austerità, e questo fu l’assunto contro cui ha combattuto syriza durante le elezioni, affermando che queste misure stavano portando al contrario di quello che dicevano di voler produrre. Ovvero che le politiche di austerità stanno portando i Paesi del sud, e più in là porteranno chissà anche quelli del nord, verso un ciclo recessivo e infatti è questa politica che mette in pericolo la eurozona e l’UE; non le proposte di syriza che sono ascrivibili in un futuro sostenibile per tutta l’Europa.
Quando si interpreta il risultato delle elezioni bisogna ricordare che Nea Democratia, che ha vinto le elezioni, così come il Pasok e Sinistra Democratica, i tre partiti che formano la coalizione governativa, difendevano dei programmi che in un modo o nell’altro pianificavano la rinegoziazione del piano di austerità e del memorandum. Quindi paradossalmente il risultato vero delle elezioni non fu il rifiuto della rinegoziazione, ma la sua accettazione.
Quello che stiamo vedendo ora è che la rinegoziazione è stata abbandonata e che la coalizione incrementa l’austerità e attacca ulteriormente le pensioni, i salari, la sanità pubblica. Questo costituisce un chiara interpretazione erronea del risultato delle elezioni e ciò sarà più evidente tra alcuni mesi quando il popolo greco si renderà conto che il Memorandum si sta applicando e non rinegoziando e questo porterà, credo, a una forte reazione sociale contro il governo.


Crede che l’unica soluzione per la Grecia si trova nel rifiuto dell’austerità?

Non siamo di fronte a una discussione teorica, già abbiamo visto quali sono stati i risultati delle politiche di austerità in Grecia, Spagna e Portogallo. Vediamo infatti che le politiche di austerità, nella misura in cui nei paesi dove si sta applicando si viaggia verso la recessione, stanno di fatto aggravando la situazione, già di per se grave, generata dalla crisi. E il contrario di quello che si può chiamare una soluzione.
Come ho segnalato precedentemente, prima delle elezioni molti partiti difesero la rinegoziazione delle politiche di austerity presenti nel memorandum, ma la rinegoziazione doveva tenere in piedi le politiche per uscire dalla crisi come primo obbiettivo. Se si negoziano le misure di austerità in un settore per poi applicarle in un altro, non si sta risolvendo il problema. Syriza pensava alla rinegoziazione per applicare politiche completamente diverse per uscire dalla crisi.
La fiscalità progressiva rispetto ai patrimoni è una di queste alternative, in Grecia i ricchi sono completamente esonerati dal pagare le imposte e il governo non ha soluzione al riguardo e non ha intenzione di affrontare il problema; le entrate pubbliche dello stato si riducono costantemente a causa dell’austerità e della conseguente diminuzione dei redditi soggetti alle imposte. Contemporaneamente il governo non fa nulla per alzare le tasse sui redditi elevati e contro l’evasione fiscale perché è completamente piegato agli interessi di degli evasori.
Abbiamo prove che molta della ricchezza creata dal 2000 al 2010 è stata depositata nelle banche svizzere e all’estero. Al posto di mettere dei tributi o di reclamare queste ricchezze il governo applica tagli ai servizi sociali e ai salari. Questa strategia, oltre ad essere ingiusta, è anche dannosa per l’intero Paese.


Nei prossimi mesi quali saranno le maggiori sfide per la Grecia e per Syriza come partito di opposizione?

A livello politico l’obbiettivo di Syriza è capitalizzare il successo avuto in questo periodo. Vorremmo avvicinarci alla gente affinchè si uniscano a Syriza, vorremmo far politica a partire dalla società, non imporre la nostra politica alla società. Attualmente assistiamo a una vera e propria crisi umanitaria in Grecia, assistiamo a migliaia di persone senza tetto e molte di più in condizioni di povertà estrema. Anche se non siamo al governo, vogliamo fare il possibile per alleviare le sofferenze della crisi, questo significa creare ed organizzare reti di solidarietà a favore delle gente più povera, che permettano di distribuire alimenti, e svolgere attività culturali che la gente non si può più permettere a causa delle crisi e delle politiche del memorandum.
Adesso però l’emergenza è la crisi umanitaria che ci apprestiamo ad avere,l’estate in Grecia può anche essere andata relativamente bene, ma dobbiamo essere preparati all’inverno.


Spesso si dice che il modo con cui le istituzioni europee hanno affrontato la crisi mette in discussione la democrazia; in cosa si riflette questo? Che cosa può fare il popolo greco ed europeo in generale per difendere la democrazia?

I governi della UE stanno provando a ridurre al minimo la democrazia, in Grecia è stato evidente quando c’è stata una forte repressione, un anno fa, contro il movimento che si opponeva al memorandum. I partiti al governo non rappresentavano la società, per due anni abbiamo avuto un parlamento falso ed ora la situazione è radicalmente cambiata e, in una certa misura, si è ristabilito un equilibrio.
Da un altro punto di vista esiste una interconnessione molto forte tra il governo, l’industria, le banche e i mezzi di comunicazione. Questi tre settori agiscono di comune accordo, i mezzi di comunicazione fanno una propaganda sfrenata a favore del governo, che aiuta le banche in crisi, che a loro volta concedono dei crediti, che mai andrebbero concessi in questa situazione, a questi mezzi di comunicazione. Le banche nel momento in cui ricevono un aiuto pubblico per non fallire dovrebbero essere sotto il controllo pubblico, anche da un punto di vista capitalista se una persona investe in una società dovrebbe avere il controllo della stessa o almeno una parte; qui non accade nulla di tutto ciò e stiamo parlando di settori che pur avendo grandi responsabilità nella crisi, vengono mantenuti “esternalizzando” i costi della crisi sulla società. Le istituzioni europee sanno quello che sta accadendo in Grecia e pur di far accettare il memorandum accettano di negoziare con questa gente.
Come difendere la democrazia?
A partire dalla mobilitazione, è da qui che i popoli possono riprendersi il diritto della propria opinione, lo stiamo vedendo in Grecia e Spagna, adesso anche in Italia e chissà in altri Paesi in futuro. Certamente adesso non c’è abbastanza coordinamento tra i vari movimenti europei e una delle prossime sfide è propria questa: migliorare il coordinamento tra i movimenti dei differenti Paesi


Una delle questione chiave dell’incontro europeo di fine Giugno è stato quello di avanzare verso un unione fiscale ed economica a pieno titolo. E’ la soluzione per la crisi della UE? Ci sono altre soluzioni?

I popoli d’Europa, sia del sud che, forse, soprattutto del nord, hanno sempre avuto delle resistenze di fronte alla possibilità di perdita di sovranità nazionale nei confronti della UE, che ha un sistema decisionale che tiene poco conto del voto delle popolazioni. C’è una preoccupazione a cedere più potere in questa direzione e politicamente credo che non sia facile per nessuno optare per una maggiore integrazione in questo momento.
Quello che però bisogna sottolineare è che quando parliamo di integrazione abbiamo diversi modi di intendere questo concetto e le proposte che abbiamo sentito finora non vanno nella direzione di aumentare il potere dei cittadini e in generale la democrazia in Europa.
In teoria Syriza non è contraria all’integrazione, ma vogliamo che sia una integrazione democratica, non vogliamo una integrazione burocratica, che dia più potere all’esecutivo a danno delle popolazioni.
In questo momento infatti esiste un buona quantità di persone che si sente antieuropea a causa di queste politiche. Se vogliamo stabilire una piattaforma sulla futura integrazione deve essere fatta in altri termini, nei termini che possa dare più potere alle popolazioni.



Intervista tratta da Vientosur.info (traduzione Dario Di Nepi)


dal sito   http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/

venerdì 14 settembre 2012

SULLO SCIOPERO DEGLI INSEGNANTI A CHICAGO



SULLO SCIOPERO DEGLI INSEGNANTI A CHICAGO



Contributo di un militante di Chicago della First of May Anarchist Alliance.
Si tratta di una panoramica della situazione scritta nello scorso weekend nelle more dell'annuncio dello sciopero che è iniziato il 10 settembre.



Diventa sempre più probabile che gli insegnanti del sistema delle scuole pubbliche di Chicago (CPS) scenderanno in sciopero lunedì 10 settembre, per la prima volta dopo 25 anni. Io sono di parte, dal momento che mia moglie è un'attivista del sindacato, ma cercherò di affrontare il tema in quanto anarchico, oltre che come genitore di 2 studenti che vanno alle scuole pubbliche nonchè come coniuge di una di coloro che organizza lo sciopero.

Il sindacato Chicago Teachers’ Union (CTU) è attualmente nelle mani di un nucleo classico-riformista noto come Caucus of Rank and File Educators (CORE), che conta un certo numero di persone di sinistra (soprattutto di ISO e di Solidarity). I dirigenti sono quelli del tipo "attivista" o “militante,” a parte la prevedibile presenza di altri trotskisti che si lamentano del solito conservatorismo dell'ISO (International Socialist Organization, ndt) e della sua lealtà verso il Partito Democratico.

Il conflitto tra CTU e CPS è su due livelli. A questo punto, con uno sciopero immanente, la CTU è legalmente obbligata a limitare le sue rivendicazioni (sebbene non tutta la sua piattaforma negoziale) alle sole questioni del salario e dei benefits. Naturalmente questo facilita i media padronali di Chicago nel rappresentare il sindacato come gente avida e come i soliti privilegiati del settore pubblico al pari di quello che accadde nel Wisconsin l'anno scorso. Ma anche qui, gli insegnanti hanno di che lagnarsi: il CPS ha imposto un aumento superiore al 25% del tempo di lavoro per l'insegnante medio (un'ora di lezione in più al giorno, più altri 10 giorni di lezione aggiuntivi nel corso dell'anno), sulla base di un'offerta iniziale di un 2% di aumenti una tantum. Era abbastanza ovvio per chiunque che questa proposta sponsorizzata dal Chicago Tribune filo-austerity sarebbe stata considerata inaccettabile per qualsiasi lavoratore ed in qualsiasi posto di lavoro.
Al tempo stesso, quelli del CORE sono riusciti realmente a costruire un consenso sindacale di base intorno ad una visione abbastanza progressista (sebbene affatto rivoluzionaria) che cerca di separare la "riforma" dell'istruzione da quegli aspetti contenuti nel No Child Left Behind (Nessun bambino sia lasciato indietro, ndt) che punta a verifiche di alto livello ed alla precarizzazione della forza-lavoro tramite la meritocrazia, ecc.

Per chi conosce il giornale Rethinking Schools, ebbene quella è la politica del CORE, e quindi degli attuali dirigenti del CTU. A questo punto, allora, il sindacato è stato in grado di dire ai genitori che la lotta era per un genuino mutamento nella filosofia pedagogica, il che ha portato i genitori a sostenere il sindacato ad un livello tale impensabile solo un anno fa.
(Non saprei dire quale sia il livello di sostegno studentesco agli insegnanti a questo punto. Mi immagino che ci siano dei sentimenti misti, tra qualcuno che vede lo sciopero degli insegnanti come una sorta di abbandono dei loro studenti, mentre altri condannano il CPS e sostengono i loro insegnanti. Non deve soprendere che i principali media non abbiano dato nessuna notizia sulle scelte degli studenti)

Ovviamente, tanto è cambiato dall'ultimo sciopero del CTU nel 1987, o dalla emergenza scioperi nelle grandi città degli anni '60. Un grande cambiamento è avvenuto nella composizione demografica degli iscritti al sindacato. In forte contrasto con la classica storia dello sciopero degli insegnanti di New York nel 1968, che vide opporsi una grande forza di insegnanti bianchi alle comunità di colore per il controllo locale sulle scuole, oggi Chicago mostra una forza di insegnanti ampiamente multi-razziale schierata contro una gestione in gran parte bianca ed aziendalistica delle scuole pubbliche e contro il sindaco Rahm Emmanuel.

A parziale conseguenza di ciò, il sindaco Emmanuel ed il dirigente del sistema delle scuole pubbliche di Chicago (CPS), Jean-Claude Brizard, hanno ampiamente fallito nel loro prevedibile tentativo di dividere il sindacato CTU dalla comunità nera. Lo scorso autunno ci sono stati parecchi dibattiti pubblici nella parte sud della città, allo scopo chiaramente di spingere gli Afro-Americani a sostenere la posizione del sindaco per una giornata di scuola con più ore. Finì in un piccolo scandalo quando si seppe che molti dei partecipanti a questi dibattiti pubblici erano stati pagati per fare da claque. La rabbia dei neri è cresciuta negli anni passati di fronte alla chiusura di dozzine di scuole, con il conseguente trasferimento forzato degli alunni da una scuola all'altra. Nello stesso tempo il CPS ha deliberatamente licenziato gli insegnanti più anziani (e quindi con uno stipendio più alto) col pretesto della chiusura delle scuole, ed una sproporzionatamente alta percentuale di questi insegnanti messi in mobilità erano donne di colore.

Il CTU può contare anche sul significativo sostegno di genitori benestanti ed in gran parte bianchi del nord e del nord-est della città. Credo che questo nasca da una combinazione di fattori. Innanzitutto, nessuno, e meno di tutti il sindaco Emmanuel ed il dirigente scolastico Brizard, aveva previsto il livello di resistenza che si è sviluppato di fronte all'idea di allungare la giornata scolastica, che era il fiore all'occhiello della "riforma" del sistema scolastico voluta dal sindaco Emmanuel. (Si noti che i figli del sindaco Emmanuel vanno alla University of Chicago Lab School, una scuola privata che ha sostanzialmente una durata quotidiana inferiore rispetto a quella richiesta dal sindaco per i figli degli altri). Un gran numero di genitori benestanti hanno fatto resistenza ad una giornata di scuola più lunga perchè preferiscono far fare ai loro figli attività extracurriculari dopo quelle scolastiche, che possono selezionare in base alle loro preferenze. Un altro fattore da tener presente ha a che vedere con le conseguenze delle proteste a Madison dello scorso anno. Molti bianchi benestanti di Chicago associano ora gli attacchi al settore pubblico con i repubblicani cattivi come Scott Walker. Questo li ha portati a simpatizzare con il sindacato CTU quando invece il loro naturale atteggiamento sarebbe quello di appoggiare il sindaco Emmanuel. (Infatti solo 18 mesi fa avevano votato in massa per Emmanuel nella corsa alla carica di sindaco)

Il che ci riporta al Partito Democratico. Nonostante o a causa delle elezioni presidenziali, c'è stato un quasi totale silenzio radio da parte dell'entourage di Obama sulle loro frequenze preferite, per quano riguarda il conflitto tra CPS e CTU. Abbondano le voci, ma senza nessun riscontro evidente che le sostenga: qualcuno dice che Obama è furioso con Rahm per avergli alienato un collegio sindacale precedentemente fedele in un anno di elezioni presidenziali, non di meno nella città natale di Obama, mentre altri pensano che Obama abbia dato il suo appoggio al sindaco Emmanuel per battere il sindacato perchè sarà meglio guardare agli elettori indipendenti negli stati incerti.

Ad ogni modo, è il caso di notare che non si è visto nessuno dell'entourage di Obama alla Manifestazione per il Lavoro organizzata dal CTU lo scorso lunedì. Al tempo stesso, la tenacia dei dirigenti del CTU di fronte alla intransigenza del CPS non trova riscontro nella consueta tendenza dei dirigenti sindacali riformisti (e di quelli influenzati dall'ISO soprattutto) ad accodarsi al Partito Democratico. Sono sicuro che la maggior parte degli iscritti al CTU voterà per Obama in novembre (non che abbia importanza nell'Illinois!), ma nel frattempo è montata tra tanti insegnanti una rabbia reale contro il presidente per non essere intervenuto nel chiedere personalmente al sindaco Emmanuel di andare ad un accordo favorevole agli insegnanti.

Nulla di ciò mi induce a ritenere che questa lotta possa rompere gli schemi strettamente riformisti dell'attività sindacale. Anzi, mi pare che le cose vadano nel senso opposto: perchè i dirigenti sindacali si sono dimostrati responsabili SIA verso la base come non si vedeva a Chicago da un quarto di secolo, SIA attenti alle questioni reali della qualità dell'istruzione che stanno a cuore ai genitori, generando così una effettiva lealtà tra insegnanti e genitori. Purtoppo, questa lealtà porterà certamente a che qualsiasi accordo di compromesso, non importa quanto possa essere svantaggioso per gli insegnanti o per gli studenti, verrà fortemente difeso tanto dagli insegnanti quanto dai genitori.

Ma se questo può essere deprimente, la storia non è finita qui. A Chicago le cose si stanno muovendo molto rapidamente, e sia gli insegnanti che i genitori di tutta la città stanno imparando velocemente ad organizzarsi ed a costruire coalizioni che possano potenzialmente rivelarsi utili qualora una lotta sociale con maggiore potenziale radicale emerga nel settore scuola nei prossimi anni. (Qualcosa come la lotta nelle scuole di Whittier in California, per esempio, o l'attuale battaglia in corso per il futuro della “Social Justice High School” in un'altra comunità a predominanza latina, che ha visto scioperi degli studenti e una dimostrazione di solidarietà più che formale da parte della CTU.)

Sarà interessante vedere cosa accadrà se lo sciopero durerà più di un giorno o due: i genitori si rivolteranno contro i docenti? Il sindaco Emmanuel terrà la posizione o affronterà le questioni cruciali? Il sindacato metterà da parte le sue idee di riforma educativa di alto profilo per puntare ad una retribuzione dignitosa? A questo punto non sono in grado di prevedere alcunchè. Ma soprattutto, mi devo preparare per essere pronto al picchetto dell 6.30 di lunedì mattina con mia moglie ed i miei figli.

Augurateci buona fortuna!






(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)


pubblicata da Fdca Internazionale 13 settembre 2012

http://m1aa.org/?p=515

sabato 8 settembre 2012

“A FABRIZIO CERUSO”





SONO PASSATI ORMAI 38 ANNI
Ciao Fabrizio


8 settembre 1974- FABRIZIO CERUSO -8 Settembre 2012



FABRIZIO CERUSO di 19 anni, animatore delle battaglie sociali dei Comitati Autonomi Operai, l' 8 settembre del 1974 - 38 anni fa a Roma nel quartiere popolare di S.Basilio - venne ucciso dalla polizia durante " la rivolta di San Basilio ", mentre aiutava i senza casa ad opporsi agli sgomberi.

Il compagno FABRIZIO CERUSO vive nella memoria popolare e nelle lotte delle nuove generazioni per il diritto alla casa che non dimenticano il suo sacrificio .
Come ogni 8 settembre a S.Basilio, c/o la lapide il bronzo che ricorda FABRIZIO CERUSO verrà esposta la bandiera rossa, dove la popolazione sosta portando un fiore e racconta ai nipoti quela giornata di lotta, di rabbia, di sangue.

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE !



Il 5 settembre 1974 la polizia decide di intervenire con un ingente schieramento di forze nella borgata di San Basilio, all'estrema periferia est di Roma, per sgomberare le 150 famiglie che da più di un anno occupano alcuni appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
La risposta popolare non si fa attendere: fin dalle prime ore del mattino vengono bloccati gli ingressi del quartiere con barricate di pneumatici, vecchi mobili e altri oggetti. La polizia spara centinaia di lacrimogeni, ma è costretta a ritirarsi e a sospendere gli sfratti.

Sabato, dopo che una delegazione si è recata in pretura e allo IACP per cercare una mediazione, la polizia cerca di riprendere gli sgomberi. Questa volta oltre agli occupanti e agli attivisti dei Comitati ci sono a resistere anche centinaia di manifestanti, tra i quali numerosi membri dei consigli di fabbrica.

A fine giornata, dopo un susseguirsi di “tregue” per tentare quella che si rivelerà una trattativa-farsa, si raggiunge un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.

Domenica 8, però, la polizia irrompe di nuovo nelle case occupate abbandonandosi ad atti di vandalismo. Gli scontri riprendono immediatamente.

Alle 18, l'assemblea popolare, organizzata dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio nella piazza centrale della borgata, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza uomo.

Fabrizio Ceruso, militante di 19 anni dei Comitati Autonomi Operai, viene colpito in pieno petto da una pallottola.

I compagni lo caricheranno su un taxi per portarlo in ospedale, ma vi giungerà ormai senza vita.

La rabbia popolare esplode violentemente, tutto il quartiere scende in strada. I pali della luce vengono abbattuti, migliaia di manifestanti si aggregano agli abitanti del quartiere, assediando la polizia, che si rifugia nel campo di calcio della parrocchia.


Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
il sole rosso è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l’ha detto,
« Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo »,
assassini di stato, la pagherete
e pagherete tutto

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
il fiore rosso rimasto sul tuo petto
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l’odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.



dal sito http://www.infoaut.org/





LINK: CANZONE DEDICATA A FABRIZIO


Soltanto diciannove anni
e per loro non eri nessuno,
soltanto diciannove anni
e per loro non eri che uno.

Uno come tanti, un cameriere,
un garzone d'officina,
un disoccupato, un operaio,
un emigrante.

Eppure quella domenica
otto settembre
a San Basilio hanno mandato
più di mille uomini per ammazzarti.

Più di mille uomini che credevano
che bastasse spararti,
e sono stati invece loro
ad avere paura di te.

Perché quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno,
in tanti a difenderci le case,
a farci la storia con le nostre mani,
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione.

È bastato Fabrizio Ceruso a 19 anni!
Se credevate di ammazzarlo avete sbagliato,
Fabrizio è l'uomo nuovo che non muore mai!
Fabrizio vive in tutti noi, nelle lotte del proletariato!
Altri giovani in suo nome vi preparano già la fossa!

Il primo ministro, il presidente 
a dirigere le operazioni
per preparare
il tuo assassinio.

Lo stato maggiore riformista 
mobilitato a condannarti
perché con gli estremisti
non volevi sgombrare.

Una montagna di calunnie
per preparare e giustificare
la tua condanna,
la tua sicura morte.

Tanto per ammazzare
un proletario,
un comunista
di 19 anni.

Per far pesare
la sua morte
sulla lotta,
giusta lotta.

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL SOLE ROSSO 
è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l'ha detto,
«Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo»,
assassini di stato, la pagherete
pagherete tutto

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL FIORE ROSSO 
è rimasto sul tuo petto,
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l'odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.



giovedì 6 settembre 2012

L'ANNULLAMENTO DEL DEBITO NELL'ANTICHITA' di Eric Toussaint





CONTRO LA STORIA SCRITTA DAI VINCITORI:
L'ANNULLAMENTO DEL DEBITO NELL'ANTICHITA'
di Eric Toussaint *

È fondamentale attraversare la cortina fumogena della storia raccontata dai creditori e ristabilire la verità storica. Annullamenti generalizzati del debito hanno avuto luogo ripetutamente nella storia.



Hammurabi, re di Babilonia, e gli annullamenti del debito


Il Codice di Hammurabi  si trova nel Museo del Louvre di Parigi. In realtà il termine “codice” è inappropriato, perché Hammurabi ci ha tramandato piuttosto un insieme di regole e di giudizi sulle relazioni tra i poteri pubblici e i cittadini. Il regno di Hammurabi, “re” di Babilonia (situata nell’attuale Iraq), iniziò nel 1792 avanti Cristo e durò 42 anni. Quello che la maggior parte dei manuali di storia non dice è che Hammurabi, come altri governanti delle città-Stato della Mesopotamia, proclamò in varie occasioni un annullamento generale dei debiti dei cittadini con i poteri pubblici, i loro alti funzionari e dignitari. Quello che stato chiamato il Codice di Hammurabi fu scritto probabilmente nel 1762 avanti Cristo. Il suo epilogo proclamava che “il potente non può opprimere il debole, la giustizia deve proteggere la vedova e l’orfano (…) al fine di rendere giustizia agli oppressi”. Grazie alla decifrazione dei numerosi documenti scritti in caratteri cuneiformi, gli storici hanno trovato la traccia incontestabile di quattro annullamenti generali del debito durante il regno di Hammurabi (nel 1792, 1780, 1771 e 1762 A. C.).

martedì 4 settembre 2012

SUL "SOLDATO" RODOLFO GRAZIANI





SUL "SOLDATO" RODOLFO GRAZIANI

COMUNICATO



Ad Affile (Rm) si è costruito, da poco tempo, con i contributi pubblici erogati dalla Regione Lazio, un “sacrario” in onore del “soldato” Rodolfo Graziani nell’ambito del “parco di Radimonte”, in via di riqualificazione.
E’ così che in Italia si riqualificano i parchi naturali? Non vi sono altri soldati cui tributare l’onore del caso? Cosa c’è di sacro nella storia di un criminale di guerra?

La Fiap e la Federazione dei circoli Giustizia e Libertà chiedono, in modo netto e chiaro, che il mausoleo di Affile dedicato alla figura del generale fascista Rodolfo Graziani venga abbattuto in quanto monumento architettonico teso a esaltare la figura violenta di un assassino e apologizzare il fascismo. L'apologia del fascismo è infatti un reato previsto dalla legge 20 del giugno 1952, n. 645, e punisce, tra l’altro, chi “pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Pensiamo quindi che quella costruzione vada smontata pezzo per pezzo e che con i proventi dei materiali ancora utilizzabili e vendibili, si debba finanziare, seppur simbolicamente, una struttura pubblica in Etiopia o in Libia.



Rodolfo Graziani - il secondo da destra - insieme a gerarchi fascisti e nazisti durante i funerali di Arturo Bocchini, capo della Polizia italiana durante il fascismo, tenutisi a Roma, il 21 novembre 1940. Si riconoscono, da sinistra a destra: Karl Wolff, Reinhard Heydrich, ?, Heinrich Himmler, Emilio de Bono, Rodolfo Graziani, Hans Georg von Mackensen.
Rodolfo Graziani (1882 –1955)



Rodolfo Graziani è stato un generale, un fascista, un colonialista, un repubblichino, un collaborazionista dei nazisti, un missino ma soprattutto un criminale di guerra.
Imperialista duro e spietato, in special modo in Libia ed Etiopia, reprime, deporta e perseguita le popolazioni locali. Responsabile di torture, segregazioni e impiego di gas letali è colpevole di uccisioni, stragi e genocidi. In poche parole viola reiteratamente i diritti umani ed è a più riprese reo di crimini di guerra.

E’ stato quindi, coerentemente alla sua condotta nel continente africano, firmatario del Manifesto della razza, appoggiando così le leggi razziali fasciste.

E’ stato capo di stato maggiore dell’esercito durante la seconda guerra mondiale, ministro della difesa durante la Repubblica Sociale e avversario acerrimo della Resistenza e degli alleati. E’ responsabile del bando di arruolamento della Repubblica di Salò, che prevedeva la condanna a morte per i ragazzi renitenti alla leva. Detiene in quegli anni il controllo di tutte le forze armate repubblichine, ad eccezione delle sole brigate nere di Pavolini.

Nel dopoguerra, non si pente della sua condotta, aderisce al MSI di cui diviene presidente onorario.

Per il suo operato, viene condannato a 19 anni di carcere dallo stato italiano repubblicano e democratico. Gli vengono condonati 17 anni.



La F.I.A.P. (Federazione italiana Associazioni Partigiane)
e la
Federazione nazionale dei Circoli Giustizia e Libertà


Milano 3 settembre 2012



domenica 2 settembre 2012

IL VENEZUELA DI FRONTE ALLE ELEZIONI di Guillermo Almeyra



IL VENEZUELA DI FRONTE ALLE ELEZIONI
di Guillermo Almeyra




Certamente, vincere le prossime elezioni e conservare non soltanto la presidenza della Repubblica ma anche la maggioranza in parlamento è naturalmente la condizione di base per tenere in piedi il processo bolivariano. Chávez deve vincere – e vincerà – per infliggere un ulteriore colpo all’indebolita destra e alla pressione degli Stati Uniti, che tornerà ad incrudirsi una volta conclusa la vicenda elettorale statunitense, sia che vinca Barak Obama sia, a maggior ragione, che vinca il cavernicolo Mitt Romney.
Tuttavia la destra, che conta sull’appoggio di oltre un terzo dell’elettorato, non è solo composta da oligarchi e fascisti. Anche vaste frange di ceti medi ed anche di operai la voteranno perché insoddisfatti per l’insicurezza, la corruzione interna all’apparato statale, l’imposizione dei candidati in seno al Psuv (privo di autonomia e strumento burocratico del governo), nonché per il sistema verticistico con cui si prendono tutte le decisioni. Questi operai e ceti medi poveri non sono controrivoluzionari e agenti dell’imperialismo, come i loro candidati e principali dirigenti, ma conservatori e neoliberisti che però il processo bolivariano dovrebbe cercare di conquistare o di neutralizzare, per staccarli da chi li sta portando al disastro, anziché metterli tutti nello stesso sacco di quanti lavorano per tornare al passato.

Al tempo stesso, coloro che votano per Chávez non sono ciechi di fronte ai problemi connessi alla corruzione, al verticismo, al burocratismo, alla conduzione militaresca di un processo che esige, invece, la più ampia e decisiva partecipazione della popolazione, la piena discussione delle diverse possibili soluzioni dei problemi di fondo, il controllo popolare delle realizzazioni e delle istituzioni. Tra questi vi sono centinaia di migliaia di persone che si sono mobilitate, che hanno fatto scioperi che sono stati repressi e che sono contrarie al metodo di selezione dei candidati, troppe volte autoritario e burocratico, e all’asfissia della democrazia di base, ma che, nonostante questo – per maturità politica – voteranno per Chávez contro la destra nazionale e internazionale, senza lasciarsi ingannare dalla propaganda falsamente di sinistra dei lupi mascherati da agnello che seguono Cardiles.
Le elezioni dovrebbero costituire l’occasione per favorirne l’autorganizzazione e la politicizzazione perché la base del “chavismo” costituisce la garanzia della salvaguardia del processo bolivariano, così come è stata la forza che ha sconfitto nelle piazze i golpisti grazie alla mobilitazione al momento del golpe che aveva destituito Chávez.

Anziché presentare una candidatura indipendente e antichavista, quale quella del combattivo sindacalista Orlando Chirino, separando i socialisti dai chavisti, la sinistra rivoluzionaria avrebbe dovuto lavorare insieme ai chavisti sostenitori del socialismo per rafforzare l’autorganizzazione dei lavoratori e, una volta sconfitta la destra, dar battaglia in condizioni migliori contro il verticismo e i burocrati tecnocratici che aspettano che Hugo Chávez se ne vada per controllare l’apparato statale. Le grandi battaglie, infatti, verranno dopo ottobre.
Perché, per un verso, la sconfitta elettorale della destra non le lascia se non la strada del golpe (oggi ancora prematuro) o dell’assassinio di Chávez, e la costringe a corteggiare la destra burocratica chavista per il dopo-Chávez. Infatti l’altra possibilità – quella di un’invasione dalla Colombia – è stata al momento allontanata o rinviata grazie alla vittoria della diplomazia cubana e venezuelana che ha pacificato il confine colombiano-venezuelano aprendo la strada per la pace tra il governo di Bogotà e le Farc e l’Eln, cosa che lascia ai militari di destra colombiani e agli Stati Uniti pretesti per qualunque provocazione e, al tempo stesso, stimola il rientro nelle proprie terre di centinaia di migliaia di contadini sloggiati da queste, che si scontreranno con i paramilitari e i narocotrafficanti.

Perché, per altro verso, Chávez non ha permesso, con il suo decisionismo, lo sviluppo di una squadra di rivoluzionari che possa sostituirlo ed ha, al contrario, concesso potere a figure conservatrici e di destra che ritiene gli siano fedeli, quali Diosdado Cabello e tanti altri. Il bonapartismo dischiude sempre la strada alla transizione burocratica verso la controrivoluzione, per cui, onde evitare questo rischio, la vittoria elettorale dovrà fornire le basi perché il popolo venezuelano crei e sviluppi il proprio potere basilare di fronte a quanti intendono considerarlo solo come massa di manovra e sostituirlo.

Le elezioni sono un misto tra un processo democratico e legale di risoluzione dei conflitti, un’accesa lotta di classe mascherata e mediata, e una contesa in seno allo stesso processo bolivariano tra una casta burocratico-tecnocratica che si va affermando nel governo, Hugo Chávez che si muove in maniera bonapartista e, per finire, la spinta popolare per costruire elementi di potere del popolo. L’andamento del prezzo mondiale del petrolio – che determina i margini di cui dispone il governo Chávez – e gli sviluppi delle condizioni di salute dello stesso Comandante, sono altrettanti elementi incontrollabili e che continueranno ad avere grande incidenza sull’evoluzione del processo bolivariano dopo le elezioni di ottobre. Se infatti il prezzo del petrolio scendesse a causa del ridursi del consumo mondiale in seguito alla crisi, si acuirebbe la polemica sulla redistribuzione degli introiti tra le varie classi e settori sociali e, se la malattia del presidente peggiorasse nel 2013, la lotta per la sua sostituzione porrebbe all’ordine del giorno l’alleanza tra la destra chavista e il settore dell’opposizione più disposto a trattare per controllare il potere in una sorta di colpo di Stato incruento e burocratico.

Per questo è fondamentale utilizzare le elezioni per seminare idee socialiste, accrescere la politicizzazione e la coscienza fra i lavoratori e i settori popolari, costruire potere popolare battendosi per la vittoria di Chávez, senza tuttavia sottomettersi al chavismo burocratizzato


31 agosto 2012

per "La jornada"
traduzione di Titti Pierini

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/



mercoledì 22 agosto 2012

UN UOMO TRANQUILLO di Stefano Santarelli






UN UOMO TRANQUILLO
Le radici irlandesi del cinema di John Ford

di Stefano Santarelli



Siamo nel 1950, in piena era McCarthy, e ci troviamo in una riunione della Associazione dei registi convocata da Cecil B. De Mille con lo scopo di pretendere dai suoi iscritti un giuramento di fedeltà in funzione anticomunista, oltre che per destituire Joseph L. Mankiewicz dalla carica di Presidente di questa Associazione colpevole per le sue comprovate tendenze politiche di sinistra. Non contento di questo De Mille attacca inoltre anche altri registi sospettati di simpatie comuniste come William Wyler e Fred Zinneman.
Ebbene in questo clima teso da caccia alle streghe, avvolto in un gelido silenzio, prende la parola un uomo che con una benda sull'occhio, un berretto da baseball e scarpe da tennis non poteva certamente passare inosservato:
Mi chiamo John Ford. Faccio western. Penso che non ci sia nessuno in questa stanza che sappia meglio di Cecil B. De Mille quello che il pubblico americano vuole. E certamente lui sa come darglielo.
Ma tu non mi piaci, C.B., e non mi piace quello che hai detto qui questa sera!”.
Come si può intuire da questa dichiarazione ci troviamo di fronte ad un uomo che non aveva paura di andare controcorrente, ma al di là della sua presentazione John Ford non è solo il regista di celebri film western (Ombre rosse, Sfida infernale, Sentieri selvaggi, ecc.). Ma nella sua sterminata produzione cinematografica composta da quasi 100 film nell’arco di ben 52 anni, Ford si rivela indiscutibilmente non solo come uno dei più grandi registi della storia del cinema, ma anche come uno dei più eclettici.
Gira infatti film di profonda denuncia sociale (La via del tabacco, Come era verde la mia valle, Furore), ma anche deliziose commedie (Un uomo tranquillo, Mister Roberts, I tre della Croce del Sud).

Di origine irlandese, John Ford nacque a Cape Elizabeth, presso Portland, nello stato americano del Maine, il 1 febbraio 1895. Il suo vero nome è Sean Aloysius O’Fearna (O’Fienne o O’Feeney nella ortografia anglicizzata con cui la pronuncia americana cerca un equivalente fonetico dell’irlandese).
Quando raggiunse nel 1920 ad Hollywood il fratello maggiore, allora celebre attore teatrale e cinematografico, il quale aveva adottato come nome d’arte Francis Ford e che lo aiutò ad inserirsi nel mondo cinematografico adottò anche lui questo cognome. E’ da notare che Francis apparirà come caratterista in alcuni celebri film del fratello minore tra cui Sfida Infernale e l’Uomo tranquillo.
E’ difficile riassumere tutte le tematiche del cinema fordiano, in questo breve articolo ci vogliamo soltanto soffermare sul profondo amore che lega John Ford alle sue radici irlandesi, un amore che si intravede in quasi tutti i suoi film.
Come non ricordare infatti il simpatico e burbero sergente irlandese Quincannon interpretato da Victor McLaglen nei “Cavalieri del Nord Ovest” ed in “Rio Bravo”. Lo stesso attore che nel 1935 aveva diretto nel “Il traditore” e che gli aveva permesso di ottenere il suo primo premio Oscar alla regia oltre che di offrire al bravo McLaglen la possibilità di dare una grande interpretazione che gli valse il premio Oscar quale migliore attore protagonista.
Ed “Il traditore” non è solo una parabola moderna sulla figura di Giuda, ma è anche un omaggio alla lotta per l’indipendenza dell’Irlanda.
Si deve ricordare che l’immigrazione irlandese in America (avvenuta soprattutto dopo l’epidemia di carbonchio del 1845 e le successive carestie dovute alla dominazione inglese che avevano provocato più di un milione di morti) fu insieme a quella italiana ed ebraica quella che provocò la rottura del dominio dei W.A.S.P. (White Anglo-Saxon Protestant) trasformando così gli Stati Uniti.

In questo articolo però vogliamo soltanto soffermarci forse sul film più intimo e sentito che John Ford abbia mai girato. Un film che ha avuto una genesi molto travagliata, vale a dire “Un uomo tranquillo" che tra l’altro gli fruttò anche il suo quarto Oscar.
Questo film è tratto da un breve racconto del 1933 di Maurice Walsh pubblicato nelle pagine del Saturday Evening Post. Tre anni dopo Ford ne acquista i diritti per la sceneggiatura dall’autore per soli dieci dollari con la promessa di pagare di più se fosse riuscito a realizzare il film. Ma questo progetto non rientrava nei programmi delle più celebri maior hollywoodiane e questo nonostante i successi e la grande fama che circondava Ford.
Semplicemente non si riteneva che una leggera storiella irlandese potesse trascinare il pubblico nelle grandi sala cinematografiche. Non aveva quel pathos di “Come era verde la mia valle” ambientato in un villaggio gallese. Un film che aveva permesso a Ford di conoscere ed apprezzare quella grande attrice che è Maureen O’Hara la quale oltretutto è una irlandese purosangue e le offrì subito il ruolo della protagonista femminile nel caso fosse riuscito a girarlo. La O’Hara accettò immediatamente con una semplice stretta di mano e anzi aiutò in seguito lo stesso Ford a stenografare la sceneggiatura.
Ma come si è detto nessuna delle grandi maior era disposta a finanziare questo film. Fu quindi John Wayne a suggerire a Ford di rivolgersi ad una piccola casa cinematografica specializzata in modesti film western con cui era sotto contratto: la “Republic Pictures”.
Ma anche questi produttori erano estremamente scettici su questo progetto e chiesero ed ottennero da John Ford che girasse prima un film western con John Wayne e Maureen O’Hara come protagonisti.
Questo film, che ottenne un grosso successo ai botteghini, è “Rio Bravo(1) con il quale idealmente il grande regista termina una trilogia sulla cavalleria americana in lotta contro gli Apache iniziata con “Il massacro di Fort Apache” ed “I cavalieri del Nord Ovest”. Rispetto ai due film precedenti è girato con più povertà di mezzi, ma francamente lo spettatore non se ne accorge, questo grazie alle magnifiche interpretazioni di John Wayne e Maureen O’Hara i quali per la prima volta recitano insieme costituendo una delle più celebri coppie del cinema americano e non va dimenticata l’eccezionale interpretazione di Victor McLaglen. Questi tre attori saranno l’anno successivo, insieme a Barry Fitzgerald, tra i protagonisti di “Un uomo tranquillo”.
Il successo di “Rio Bravo” permette quindi a Ford di girare il suo agognato film.
Effettivamente lo scetticismo dei produttori era più che giustificato.

La storia è francamente esile:
un ex campione statunitense dei pesi massimi, Sean Thorton, che dopo aver ucciso sul ring un suo avversario decide di ritornare in Irlanda, nel paese natio dei suoi genitori per vivere finalmente in pace. Qui si innamora di una bellissima contadina Mary Kate Danaher. Si sposano, ma il fratello di lei si rifiuta di pagare la dote promessa che verrà data soltanto dopo un epica scazzottata con Thorton. Soldi che verranno bruciati immediatamente da Mary Kate e da suo marito.

Come si può vedere è una trama non certamente paragonabile a “Via col vento” o ad “Uccelli di rovo” eppure questo permette a Ford di sviluppare il suo film certamente più personale ed ispirato.
Richard Llewllyn, l’autore di “Come era verde la mia valle” ne sviluppa il breve racconto di Walsh permettendo a Franck S. Nugent di firmare la sceneggiatura finale che non vedrà volutamente nessun riferimento alla lotta per l’indipendenza irlandese.
E’ una Irlanda quella disegnata da Ford bucolica ed immaginaria, ma nonostante ciò si inizia a sentire l’influenza del neorealismo.
Dobbiamo ricordare che in quel tempo il cinema statunitense era abituato a girare tutto in interni e per quanto riguardava gli esterni non ci si muoveva dagli Stati Uniti. Per esempio “Come era verde la mia valle” che è ambientato in un villaggio del Galles venne girato da Ford a Malibù in California. Ma già nel 1948 con “La città nuda”, un solido e realistico poliziesco interpretato proprio da Barry Fitzgerald, fece allora scalpore perché per la prima volta un film venne girato interamente nelle strade di New York.




Ford si batte con la produzione affinché il suo film venisse girato negli esterni proprio in Irlanda ed in Technicolor e senza avere nessun taglio (il film infatti dura più di due ore, cosa anomala in quei anni).
Si porta tutta la sua famiglia e facendo in modo che anche tutto il suo cast portasse a Cong (il paesino irlandese dove venne girato il film) le loro rispettive famiglie.
Infatti il figlio di Ford, Patrick fece da assistente alla regia, l’altra figlia Barbara fece da assistente di montaggio e il già citato fratello Francis recitò nella parte del vecchio Dan Tobin.
Il figlio di Victor McLaglen e futuro regista, Andrew, sarà il secondo assistente alla regia.
Barry Fitzgerald porterà il fratello minore, Arthur Shields che interpreterà la parte di un pastore protestante senza fedeli visto che quella cittadina irlandese è composta unicamente da cattolici.
Anche due fratelli di Maureen O’Hara apparvero nel film: James Lilburn nella parte di Padre Paul, il giovane vice parroco e Charles Fitzsimons nella parte dell’ufficiale Forbes.
John Wayne porta invece i sui giovanissimi figli che recitano brevemente con Maureen O’Hara nella scena della gara equestre.
Tutto questo a dimostrazione che Ford amava circondarsi di persone con cui aveva un rapporto di stima e amicizia, dagli attori a tutta la troupe. Infatti egli era solito girare i sui film con gente con cui era abituato a lavorare, ma che soprattutto era abituata a lui.
D’altronde una delle caratteristiche del cinema di Ford era quella che non vedeva tanto protagonisti degli individui singoli, ma delle comunità e queste potevano essere sia la Cavalleria degli Stati Uniti come i Cheyenne del “Il grande sentiero
A Cong, Ford riesce a costruire una specie di famiglia allargata: tanto per fare un esempio John Wayne era effettivamente un amico intimo di Ward Bond (che interpreta in questo film la parte del parroco) un amicizia di lunga data, da quando entrambi erano giocatori di football, un rapporto così stretto che li ha portati a fare da testimoni nei loro rispettivi matrimoni e sarà proprio Wayne che farà l’orazione funebre al funerale di Bond.
Questo clima di vera amicizia si sente in tutto il film ed è questa forse la vera chiave per potere comprendere il suo successo.
Questa amicizia permette anche agli attori di girare, tranne che in pochissime scene, senza l’uso di controfigure. Così la O’Hara per molti metri viene trascinata violentemente per terra da Wayne in un campo pieno di sterco di pecora e McLaglen, allora sessantunenne, non esita a lottare con Wayne di ben 21 anni più giovane (a parte la scena della caduta nel fiume).

Il film quando usci nel 1952 ebbe un grandissimo successo nelle sale cinematografiche ottenendo due Premi Oscar oltre a 5 Nomination vincendo tra l’altro anche il Festival di Venezia.
Un uomo tranquillo” non è in tutta onestà il miglior film di Ford, non è all’altezza di “Ombre rosse” o “Sentieri selvaggi” tanto per fare dei nomi, ma è sicuramente il film che mostra più di tutti l’anima e il vero volto di questo grande regista.



Note

(1) Come in molti paesi europei, Italia in testa, vi è il pessimo costume di modificare i titoli dei film girati all’estero. Emblematico il caso di questo film di John Ford del 1948 il cui titolo originario era Rio Grande e che per qualche strano mistero in Italia uscì con il titolo di Rio Bravo.
Così quando nel 1959 uscì il film di Howard Hawks intitolato per l’appunto Rio Bravo e con lo stesso John Wayne come protagonista ci si trovò costretti nel circuito italiano a modificarne il titolo in Un dollaro d’onore.



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lunedì 20 agosto 2012

SUDAFRICA: UNA TRAGICA CONFERMA di Antonio Moscato




SUDAFRICA: UNA TRAGICA CONFERMA
di Antonio Moscato


Il massacro di Marikana ha sorpreso quasi tutti i commentatori. Come è possibile, nel paese di Nelson Mandela, e mentre Mandela è ancora vivo?

Sorvolano in genere sul fatto che la grande vittoria di Nelson Mandela, se apparve un simbolo straordinario della possibilità di cambiare le cose, non toccò sostanzialmente la ripartizione della ricchezza e non intaccò la struttura dell’apparato statale.

Eliminata con l’Apartheid la barriera formale del colore della pelle, i ricchi rimasero ricchi, anzi spesso divennero ancora più ricchi, e quasi tutti bianchi, come prima, con qualche nero in consiglio di amministrazione. Spesso scelto tra i bonzi sindacali del Cosatu, il sindacato legato organicamente al partito di governo, l’African National Congress. Nel caso della Lonmin proprietaria della grandissima miniera di Marikana, l’unico nero, quasi una specie di “zio Tom”, era Cyril Ramaphosa, che era stato segretario della NUM (National Union of Mineworkers) ed aveva avuto cariche nell’ANC prima di darsi agli affari. Inutile dire che il sindacato che aveva diretto trovava “eccessive” le richieste dei minatori, insoddisfatti dei loro salari di fame (in media 400 euro al mese, per un lavoro pericoloso, e in un’azienda che ha profitti… di platino).

Il Cosatu, non meno dell’ANC, ha avuto un’involuzione fortissima, anche grazie alla corruzione dilagante, ma soprattutto perché costretto a fare da pompiere in una situazione incendiaria. E con un’apparato statale, poliziesco e militare immutato. Fin dal primo momento dell’arrivo dell’ANC al governo: lo stesso Mandela, con il plauso quasi unanime della “comunità internazionale”, aveva accettato di non processare i colpevoli di crimini contro la popolazione nera.

La Truth and Reconciliation Commission (TRC) o Wahrheits- und Versöhnungskommission (WVK) in africaans, la "Commissione per la verità e la riconciliazione", doveva raccogliere testimonianze sui crimini ma garantiva l’impunità ai criminali, rimasti indisturbati ai vertici degli organi repressivi. Abbiamo capito meglio con quali conseguenze, vedendo all’opera gli sbirri a Marikana. Non solo bianchi, ma comandati da bianchi.

I minatori in lotta, organizzati da una scissione del NUM, l’Association of Mineworkers and Costruction Union (AMCU) erano colpevoli di chiedere salari di 1.500 dollari al mese, e di essersi attrezzati con bastoni e lance per difendersi dai mazzieri del NUM e dell’azienda. Logico che la Lonmin abbia chiesto riforzi e li ha avuti. Altrimenti si potevano ridurre i suoi profitti… Momentaneamente intanto la Lonmin ha avuto una flessione del 6,33% nella Borsa di Londra : ovviamente non per lo sdegno per il bilancio di morti (20 o 30 o più, ancora non si sa esattamente) ma per il timore di una capacità di resistenza e di organizzazione dei minatori, che dipende anche dalla capacità di solidarietà nel paese e nel mondo. In particolare nei paesi che come il Sudafrica fanno parte dei BRICS…

Non è facile. Nessuno di quei paesi brilla per democrazia e rispetto dei diritti dei lavoratori. E a questo proposito vale la pena di ricordare che nello stesso Brasile di Lula e Dilma, l’apparato statale è rimasto sempre lo stesso, pronto a intervenire in difesa dei potenti, sia pure, per ora, in forma meno cruenta. E che sintomi allarmanti si sono avuti anche nei tre paesi latinoamericani con governi ben più radicali di quello del Brasile, Venezuela, Bolivia e Ecuador – spesso proprio in difesa degli interessi dell’industria estrattiva…

Prima di avere altre delusioni, meglio riflettere: non basta un cambio di persone, magari degnissime, al vertice, se le strutture economiche e sociali perpetuano la disuguaglianza, e le strutture repressive rimangono immutate.
Naturalmente abbiamo apprezzato molte scelte di alcuni di questi governi “progressisti”. Ad esempio è positiva la recentissima concessione dell’asilo politico a Julian Assange da parte dell’Ecuador, e mi auguro sia sostenuta da molti altri paesi del continente. In ogni caso è un bel colpo propagandistico. Ma il problema di fondo resta, e non si può ignorare.

Anche per smettere di inseguire - anche da noi - le farfalle di una possibile partecipazione della sinistra a un governo di centrosinistra…


17 agosto 2012

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/
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