sabato 18 aprile 2015

LA STRATEGIA DI UN MASSACRO di Claudio Vercelli




LA STRATEGIA DI UN MASSACRO
di Claudio Vercelli


Genocidio armeno. La ricorrenza della tragedia del 1915 va oltre la riflessione storica rivelando la natura politica di quell’insieme di eventi. E le dinamiche della vicenda rimandano non tanto a letture basate sull’arbitrio, bensì alla «modernità» dell’omicidio di Stato



La ricor­renza del geno­ci­dio del popolo armeno pone a tutt’oggi una serie di inter­ro­ga­tivi la cui natura sopra­vanza la rifles­sione sto­rica e l’esercizio sto­rio­gra­fico per rin­viare, sem­mai, alla natura poli­tica di quel tra­gico insieme di eventi. Quindi, per più aspetti, alla sua attua­lità e moder­nità. Que­stione tanto più aperta se si pensa che un paese come la Tur­chia con­tem­po­ra­nea, la cui fon­da­zione è anche legata a quel mas­sa­cro indi­scri­mi­nato, man­tiene, per sta­tuto poli­tico e insieme di dispo­si­zioni legi­sla­tive, il divieto di rico­no­scere la con­cre­tezza di tali fatti, pra­ti­cando un vero e pro­prio nega­zio­ni­smo di Stato. Per acce­zione comune con il «grande male», Metz Yeghérn, così come è stato defi­nito dalle stesse vit­time, si inten­dono due vicende cro­no­lo­gi­ca­mente distinte ma col­le­gate tra di loro da un’intrinseca con­ti­nuità e consequenzialità.

La prima di esse rin­via alla cam­pa­gna con­tro la mino­ranza armena da parte del decli­nante Impero otto­mano, con­dotta dall’allora sul­tano Abdu­lha­mid II nel trien­nio com­preso tra il 1894 e il 1896. Alla fine del XIX secolo gli armeni costi­tui­vano infatti uno dei gruppi più coesi all’interno della comu­nità impe­riale. Lo sfal­da­mento delle strut­ture poli­ti­che e l’accelerata per­dita di ter­ri­tori ai quali quest’ultima stava assi­stendo, si accom­pa­gna­vano all’inadeguatezza, se non all’inettitudine poli­tica, delle élite otto­mane, ai cal­coli pre­da­tori degli Stati euro­pei, al con­trap­porsi degli impe­ria­li­smi con­ti­nen­tali nei con­fronti dei deca­denti assetti medi­ter­ra­nei e all’emergere di una poli­tica delle nazio­na­lità che avrebbe poi costi­tuito un fat­tore deter­mi­nante nell’esplosione della Grande guerra. Intorno al 1890 la comu­nità armena otto­mana con­tava circa un paio di milioni di ele­menti, pre­va­len­te­mente stan­ziati nella Cili­cia e in sei distretti ammi­ni­stra­tivi dell’Anatolia orien­tale.
La stra­te­gi­cità del suo ruolo deriva anche dalle mire espan­sio­ni­ste della Rus­sia zari­sta, che basava i suoi cal­coli ege­mo­nici sull’utilizzo poli­tico delle riven­di­ca­zione auto­no­mi­ste e indi­pen­den­ti­ste, con­fi­dando di potere sfian­care in tale modo Costan­ti­no­poli. Il Medi­ter­ra­neo era infatti una posta pre­miante. La diri­genza otto­mana andava rispon­dendo per parte sua attra­verso l’esacerbazione della con­trap­po­si­zione con la mino­ranza curda, in com­pe­ti­zione con gli armeni per il con­trollo poli­tico dei mede­simi ter­ri­tori, ed in par­ti­co­lare delle cam­pa­gne orien­tali dell’Anatolia. A metà di quel decen­nio il cumu­larsi di ten­sioni sfo­ciò quindi in una vio­len­tis­sima repres­sione che l’esercito otto­mano, coa­diu­vato da mili­zie para­mi­li­tari curde, pra­ticò siste­ma­ti­ca­mente ai danni della popo­la­zione civile armena, accu­sata di «infe­deltà» verso il cen­tro poli­tico impe­riale. Al qua­dro dei grandi appe­titi geo­po­li­tici si ricon­net­te­vano infatti le mol­te­plici spinte all’indipendenza ter­ri­to­riale, spesso con­fuse se non vel­lei­ta­rie, ma acco­mu­nate dal con­di­vi­dere due matrici: i per­corsi indi­pen­den­ti­sti in atto nei Bal­cani, in quanto modello di indi­rizzo sepa­ra­zio­ni­sta, e l’eco ideo­lo­gico del dibat­tito in corso nella Rus­sia zari­sta, dove le domande di eman­ci­pa­zione sociale si incon­tra­vano con le istanze nazio­na­li­ste. L’incapacità dell’amministrazione otto­mana dinanzi alle fri­zioni pro­cu­rate dal rap­porto con una moder­nità che già allora riman­dava ad un’accentuata glo­ba­liz­za­zione eco­no­mica, alla radice di una cre­scente divi­sione dei ruoli nei mer­cati inter­na­zio­nali, fu quindi alla base dell’affermarsi del movi­mento dei cosid­detti «Gio­vani turchi».




Un’élite moder­niz­zante, inti­ma­mente con­sa­pe­vole della svolta che andava, passo dopo passo, impo­nen­dosi nei fatti, ispi­rata a sua volta ad un nazio­na­li­smo aggres­sivo, che postu­lava il supe­ra­mento della forma impe­riale e la sua sosti­tu­zione con uno Stato nazio­nale, ten­den­zial­mente omo­ge­neo sul piano etnico, fu la vera arte­fice del geno­ci­dio che si con­sumò tra il 1915 e il 1916.
Se nella prima fase, quella tardo otto­cen­te­sca delle vio­lenze, era ancora dif­fi­cile vedere nella repres­sione della comu­nità armena un piano pre­or­di­nato che non coin­ci­desse con il mero obiet­tivo di con­te­nere lo sfal­da­mento dell’Impero, nella seconda fase, invece, l’intenzionalità e la pro­get­tua­lità, quindi l’autonomia e la deter­mi­na­zione poli­tica di un per­corso geno­ci­da­rio, diven­ta­rono invece evi­denti. Si trat­tava, infatti, di rimo­del­lare la società otto­mana, tran­si­tante verso il futuro Stato turco, sulla base di una omo­ge­neiz­za­zione sociale, cul­tu­rale e demo­gra­fica. Un’opera di livel­la­mento, che doveva espun­gere quelle com­po­nenti dichia­rate incom­pa­ti­bili con l’organizzazione poli­tica a venire. La cor­nice della tra­ge­dia fu quindi for­nita dalla guerra mon­diale in corso. Peral­tro, pogrom e mas­sa­cri si erano avvi­cen­dati negli anni pre­ce­denti, col­pendo anche altre mino­ranze sto­ri­che. Ma quando, con la pri­ma­vera del 1915, l’esercito russo, che minac­ciava i con­fini turco-ottomani, avviò il reclu­ta­mento di gio­vani armeni, nel men­tre la Fran­cia si ado­pe­rava per sof­fiare sul fuoco delle spinte indi­pen­den­ti­ste, la rea­zione delle classi diri­genti neo­re­pub­bli­cane si espli­citò immediatamente.

Se nella seconda metà di aprile di quell’anno si pro­ce­dette all’arresto, alla depor­ta­zione e all’assassinio degli espo­nenti urbani dell’intellettualità e delle élite sociali armene, a stretto giro seguì una gigan­te­sca e com­plessa ope­ra­zione di tra­sfe­ri­mento coatto delle comu­nità locali, che ne colpì l’antico radi­ca­mento nell’intera Ana­to­lia. Regione con­si­de­rata dai Gio­vani tur­chi come il cuore pul­sante della nuova patria e, in quanto tale, da ripu­lire fino alle sue radici da pre­senze a que­sto punto denun­ciate come estra­nee se non minac­ciose, così da met­tere in discus­sione la con­ti­nuità dello Stato mede­simo. Le auto­rità tur­che coniu­ga­rono tra di loro quindi quat­tro pro­ce­dure ope­ra­tive: la distru­zione deli­be­rata dei gruppi diri­genti armeni, spesso riven­di­cata pub­bli­ca­mente come un atto tanto neces­sa­rio quanto libe­ra­to­rio nei con­fronti della società turca, di con­tro al «tra­di­mento» della mino­ranza; la crea­zione e la dif­fu­sione di un panico selet­tivo, che doveva inti­mi­dire e ini­bire le vit­time, ras­si­cu­rando la parte restante della popo­la­zione sull’accettabilità poli­tica e morale dell’azione in corso; la disin­te­gra­zione della rete di legami soli­dali tra i gruppi comu­ni­tari; l’avvio e la rea­liz­za­zione di una gigan­te­sca ope­ra­zione di puli­zia etnica, attra­verso la bru­tale depor­ta­zione dei civili verso aree deser­ti­che, ino­spi­tali, lad­dove que­sti mori­vano poi per ine­dia, stenti, o per deli­be­rato assas­si­nio da parte dei mili­tari. Il sistema logi­stico di distru­zione, messo in moto dalle auto­rità, inter­val­lava soprusi in loco a marce della morte, all’interno di un qua­dro di vio­lenza siste­ma­tica, dove l’intensità varia­bile della mede­sima era deter­mi­nata più dalle sin­gole cir­co­stanze del momento che non da inten­zioni di fondo dif­fe­renti. La regia, in altre parole, era centralizzata.

Peral­tro, data al 27 mag­gio del 1915 la pro­mul­ga­zione di una «legge tem­po­ra­nea di depor­ta­zione» che, sotto il pre­te­sto dell’emergenza det­tata dallo stato di guerra, auto­riz­zava e legit­ti­mava lo spo­sta­mento coatto delle popo­la­zioni. Se il dispo­si­tivo nor­ma­tivo rispon­deva anche alla neces­sità di offrire una sorta di giu­sti­fi­ca­zione poli­tica delle vio­lenze in atto, soprat­tutto dinanzi ai giu­dizi cri­tici e pole­mici delle potenze dell’Intesa, che ave­vano ini­ziato ad avan­zare obie­zioni con­tro le scelte di Costan­ti­no­poli, dall’altro san­civa, senza equi­voci di sorta, l’unitarietà dell’azione repres­siva e quindi distruttiva.

L’ottica era quella della cor­re­spon­sa­bi­liz­za­zione degli appa­rati pub­blici. Buro­cra­zia, ammi­ni­stra­zioni civili, eser­cito, organi di infor­ma­zione e quant’altri veni­vano alli­neati su posi­zioni e con­dotte che assu­me­vano, nel loro com­plesso, la natura di mani­fe­sta­zione di una pre­cisa volontà di Stato, spre­giu­di­ca­ta­mente riven­di­cata. In altre parole, si trat­tava di un mas­sa­cro «legale», ovvero del deter­mi­narsi di un geno­ci­dio non solo attra­verso la somma di atti di vio­lenza, nel qua­dro dei rivol­gi­menti bel­lici, bensì all’interno di un per­corso poli­tico, morale, cul­tu­rale ma anche emo­tivo che ne san­zio­nava i ter­mini della sua legit­ti­mità. Fatto, quest’ultimo, che fu ulte­rior­mente raf­for­zato dall’introduzione, poche set­ti­mane dopo, di un’altra legge, que­sta volta per l’«espropriazione e la con­qui­sta» dei beni dei depor­tati, desti­nati alla ven­dita all’incanto o alla loro ces­sione ai pro­fu­ghi musul­mani pro­ve­nienti dai ter­ri­tori con­qui­stati dai russi. Le marce della morte diven­nero così il com­pi­mento di un per­corso di espul­sione legale di una mino­ranza dal con­sesso della società, attra­verso la revoca dell’integrazione poli­tica, la rapina e la distru­zione dei suoi beni e il ricorso allo ster­mi­nio selet­tivo per sfi­ni­mento.
L’insieme di que­sti obiet­tivi fu per­se­guito adot­tando un calen­da­rio acce­le­rato che, tra aprile del 1915 e il set­tem­bre del 1916, com­portò lo sra­di­ca­mento della comu­nità armena dalle sue terre d’insediamento ricor­rendo alla depor­ta­zione col­let­tiva, in lun­ghe colonne, dei civili, com­ple­ta­mente indi­fesi e sot­to­po­sti agli effetti delle peg­giori con­di­zioni cli­ma­ti­che, pri­vati di ogni diritto e di qual­siasi bene, sot­to­po­sti alle con­ti­nue ves­sa­zioni dei mili­tari e dei gruppi armati curdi. Se gli ordini for­mal­mente non richia­ma­vano l’obbligatorietà dell’assassinio in massa delle vit­time, le con­di­zioni di fatto in cui le ope­ra­zioni ven­nero zelan­te­mente ese­guite si tra­dus­sero da subito in tale esito. Con il sostan­ziale plauso delle autorità.

Non è allora un caso se le dina­mi­che di que­sta vicenda riman­dino sini­stra­mente non tanto a let­ture basate sull’arbitrio così come sull’eccesso di bar­ba­rie, bensì alla moder­nità, ragio­nata e razio­nale, dell’omicidio di Stato. Poi­ché è anche nell’eliminazione fisica di una mino­ranza che si rige­ne­rano la cit­ta­di­nanza e l’appartenenza ad una nuova comu­nità poli­tica, lad­dove l’inclusione della mag­gio­ranza viene san­cita dalla disin­te­gra­zione di un gruppo tar­get. Il quale viene eli­mi­nato per la sua spe­ci­fica natura di sog­getto privo di pro­te­zioni e, come tale, desti­nato ad essere siste­ma­ti­ca­mente annien­tato, senza che da ciò deri­vino tur­ba­menti o ansie che non siano quelle di una memo­ria col­let­tiva per più aspetti inter­mit­tente, tanto dolente quanto distante con­cre­ta­mente dai fatti.


17 Aprile 2015

da "Il Manifesto


1 commento:

  1. MAI la turchia in europa !!!! sarebbe una decisione contronatura !!!!!

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