domenica 12 aprile 2015

STEPHEN KING E I DEMONI DI UN "MAD DOCTOR" di Andrea Colombo




STEPHEN KING E I DEMONI DI UN "MAD DOCTOR"
di Andrea Colombo



Ste­phen King non è il più pro­li­fico scrit­tore ame­ri­cano, titolo che spetta pro­ba­bil­mente a Joyce Carol Oates, ma fa cer­ta­mente parte del gruppo di testa, con Jef­frey Dea­ver, Joe Lan­sdale e pochis­simi altri. Negli ultimi due anni il ses­san­tot­tenne ragazzo del Maine ha pub­bli­cato, senza con­tare i rac­conti, quat­tro libri e un quinto, Fin­der Kee­pers, secondo volume della tri­lo­gia inau­gu­rata con Mr. Mer­ce­des, ari­verà in giu­gno. Con autori tanto flu­viali, ogni uscita è in realtà un’incognita. Capita che libri molto attesi come Doc­tor Sleep, il seguito di Shi­ning, si rive­lino delu­denti men­tre romanzi in appa­renza secon­dari, come Joy­land, sor­pren­dano per la loro sma­gliante perfezione.

Revi­val (Sperling & Kupfer, pp. 469, euro 19.90) è stato giu­sta­mente accolto dalla cri­tica ame­ri­cana come uno dei migliori romanzi di King e il più cupo tra quelli recenti, ma anche come una spe­cie di «ritorno alle ori­gini», il che è invece vero solo in parte. È vero che qui lo scrit­tore del Maine rende espli­cito omag­gio ad alcuni dei suoi mae­stri, in par­ti­co­lare Mary Shel­ley, H. P. Love­craft e il meno cono­sciuto capo­scuola inglese Arthur Machen e che la loro influenza, spe­cial­mente quella di Love­craft, si avver­tiva nei suoi primi romanzi più che in quelli recenti. Ma le somi­glianze si fer­mano qui: Revi­val è in realtà infi­ni­ta­mente più com­plesso dei primi lavori, ecce­zio­nali per forza nar­ra­tiva ma a modo loro ingenui.

I demoni dei baby boomers

Per la prima volta King segue un per­so­nag­gio nell’arco dell’intera vita o quasi: oltre cinquant’anni, dai primi ’60 del secolo scorso al giorno d’oggi. Anche se per esi­genze di copione ha dieci anni meno dello scrit­tore, Jamie Mor­ton è quello che Ste­phen King avrebbe potuto diven­tare. Lo scrit­tore di Ban­gor è un discreto chi­tar­ri­sta nel gruppo Rock Bot­tom Remain­ders. Anche Jamie è un musi­ci­sta valido ma non ecce­zio­nale: una clas­sica seconda fila del rock’n’roll, uno che si gua­da­gna da vivere come ses­sion man (va da sé che la «colonna sonora», spesso impor­tante nei romanzi di King, è qui fon­da­men­tale). Jamie rias­sume tutti i carat­teri e i per­corsi della gene­ra­zione dei baby boo­mers, quella dello stesso King come di mol­tis­simi suoi per­so­naggi: passa per le stesse espe­rienze, le stesse dro­ghe, le stesse delu­sioni di tutta la sua gene­ra­zione. Com­batte i mede­simi demoni. Cre­sce cam­bia e invec­chia con la sua generazione.

Nella sua vita, come in quella di chiun­que, ci sono i pro­ta­go­ni­sti, i com­pri­mari e le com­parse. Ma c’è anche, come lui stesso spiega, chi sfugge ai ruoli e opera come «agente del cam­bia­mento». È il secondo pro­ta­go­ni­sta del romanzo, il reve­rendo Char­les Jacobs: uomo di dio all’inizio del romanzo, nemico giu­rato di dio dopo la tra­ge­dia che gli scon­volge l’esistenza, scien­ziato pazzo anche, un clas­sico «mad doc­tor», un po’ guitto ma dav­vero mago e gua­ri­tore, poi fon­da­tore di una setta revi­va­li­sta di quelle che negli sta­tes pro­li­fe­rano e che lo rende ricco.

Jacobs è cer­ta­mente un con­cla­mato omag­gio a Mary Shel­ley, al suo dot­tor Frank­en­stein e a tutti gli scien­ziati folli e soli­tari che nella let­te­ra­tura o nel cinema hanno inda­gato e for­zato i segreti della natura oltre i con­fini del con­sen­tito. Ma il vero modello del reve­rendo è il capi­tano Achab. Come lui, Jacobs è pos­se­duto da un’ossessione deva­stante e demo­niaca: ven­di­carsi di dio, dimo­strarne l’inesistenza con la stessa foga, la stessa ener­gia indo­mita con cui, prima di per­dere la fede, lo aveva ser­vito. È un’ansia di ven­detta nella quale pale­se­mente ancora alberga il biso­gno della fede, la neces­sità di una mis­sione, sia pur rove­sciata e capovolta.

Jacobs, il pastore senza più fede, che crede di non cre­dere più in dio e invece ha forse solo mutato l’amore in odio è il cen­tro dram­ma­tico del libro. A dif­fe­renza di Jamie, il ragazzo degli anni ’60 che è costan­te­mente alle prese con la sua metà oscura senza che que­sta rag­giunga mai vette tita­ni­che, Jacobs porta tutto, nel bene come nel male, alle estreme con­se­guenze, ed è impos­si­bile, alla fine defi­nirlo come per­so­nag­gio fon­da­men­tal­mente posi­tivo o negativo.

Fram­menti di umanità

Altret­tanto impos­si­bile è defi­nire la rela­zione tra Jacobs e Jamie, motore dell’intera nar­ra­zione. Il reli­gioso, «l’agente del cam­bia­mento», com­pare ogni volta che Jamie si trova di fronte a un bivio, o sta per affon­dare nelle sue fra­gi­lità. L’influenza della sua per­so­na­lità e della sua scienza scon­fi­nata nella magia sono sem­pre posi­tive. È Jacobs a impe­dire che la fami­glia di Jamie bam­bino, vada in fran­tumi. Sarà ancora lui, decenni dopo, a sal­vare il gio­vane chi­tar­ri­sta dall’eroina, poi a tro­var­gli un lavoro dura­turo. Jamie non è l’unico «paziente» di cui Jacobs, nelle sue vesti di gua­ri­tore, si prende cura. Ma è il solo di cui il pastore diven­tato nemico di dio sia affe­zio­nato dav­vero, l’unico a non essere con­si­de­rato sol­tanto una cavia. Forse per que­sto Jacobs ne ha biso­gno, per­sino per pro­ce­dere nelle sue scon­si­de­rate ricer­che: se il pastore diven­tato mago incarna il lato demo­niaco del suo pupillo, Jamie è per il reve­rendo l’ultimo resi­duo lembo di fede, se non in dio, almeno nei sen­ti­menti e nell’umanità

In realtà è pro­prio la fede, intesa non come esal­ta­zione mistica ma come con­sa­pe­vole ricerca di senso, il vero tema intorno al quale ruota quello che è forse il più pro­fondo e auto­bio­gra­fico nella immensa mole di romanzi sfor­nata nell’arco di quat­tro decenni dall’eterno ragazzo del Maine. La fede che si perde di fronte all’insensatezza delle tra­ge­die che ti col­pi­scono e che da sem­pre, nella nar­ra­tiva di King, rap­pre­sen­tano il vero ele­mento hor­ror, ciò che dav­vero inquieta e disturba pro­prio per­ché tutt’altro che sovran­na­tu­rale ma al con­tra­rio natu­ra­lis­simo, all’ordine del giorno. La fede asse­diata dalla scienza quale ricerca di senso alter­na­tiva ma alla fine inca­pace di resti­tuire la sen­sa­tezza per­duta. La fede messa sotto scacco dalla domanda che si poneva nel 1961 Ing­mar Berg­man nel film Come in uno spec­chio e che è quanto di più love­craf­tiano si possa imma­gi­nare: «E se dio fosse un gigan­te­sco ragno?».


8 Aprile 2015

da Il Manifesto








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