venerdì 15 maggio 2015

VIETNAM 1975: SCACCO AL RE! RICORDANDO LA GUERRA USA IN INDOCINA di Pierre Rousset




VIETNAM 1975: SCACCO AL RE!
RICORDANDO LA GUERRA USA IN INDOCINA
di Pierre Rousset



Oggi non è per niente insolito che gli Stati Uniti perdano una guerra. Non era così nel secolo scorso. Proprio 40 anni fa, la disfatta USA in Vietnam fu tanto più significativa in quanto Washington aveva mobilitato per anni le sue gigantesche risorse per prevalere poiché il conflitto indocinese aveva una portata internazionale maggiore. Tra rivoluzione e controrivoluzione, confronto tra i «blocchi» est-ovest e il conflitto cino-sovietico, il Vietnam era il «punto focale» della situazione mondiale in una configurazione geopolitica senza equivalenti dopo di allora




Il 30 aprile 1975, l’esercito Popolare di Liberazione entrava in Saigon senza incontrare resistenza, in seguito a una folgorante offensiva. Il regime di Saigon, sostenuto fino alla fine da Washington, crollava come un castello di carte. Gli USA dovettero effettuare un’evacuazione di emergenza, con gli elicotteri che venivano a recuperare i loro connazionali dal tetto dell’ambasciata USA – sotto l’occhio delle telecamere di tutto il mondo! Una terribile umiliazione per la superpotenza imperialista allora ritenuta invincibile.

Erano oltre venti anni da che gli USA avevano iniziato a combattere il movimento di liberazione del Vietnam; in realtà avevano iniziato a intervenire prima della disfatta francese del 1954 e si erano preparati a dare il cambio a un regime coloniale in pieno declino. Per Washington non si trattava di difendere particolari interessi (accesso ai mercati, investimenti e cosi via). L’obiettivo era geostrategico: assestare un colpo definitivo a qualsiasi dinamica rivoluzionaria in Asia.

Ricacciare indietro le rivoluzioni asiatiche

L’Asia era diventata molto presto il centro della lotta antimperialista Le conseguenze della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione Russa si fecero sentire prima in Europa. Ma dopo a sconfitta finale della rivoluzione tedesca (1923) l’attenzione si spostò ad oriente. L’Asia Centrale islamica era in ebollizione. Rivoluzione e controrivoluzione si confrontavano in Cina dal 1925. Nei decenni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale, movimenti armati di liberazione si svilupparono dall’America Latina all’Africa e al Medio Oriente, e Cuba, Algeria, Palestina, Angola, e Mozambico ne erano i fari … L’imperialismo impose il suo ordine per mezzo di colpi di Stato particolarmente sanguinosi (Cile, Argentina e così via), e con l’aiuto di Stati come Israele. Tutto il Terzo Mondo era coinvolto, ma fu nell’Estremo Oriente, con la vittoria della rivoluzione cinese (1949), che la lotta assunse una dimensione particolare. La Cina è il paese più popoloso del mondo, seguita dall’India che, pur essendo capitalista fu sostenuta da Mosca nel conseguire una certa indipendenza. La Francia si dimostrò incapace di spezzare la lotta dei Vietnamiti. I fuochi rivoluzionari nella regione stavano aumentando. Washington voleva «contenere e ricacciare indietro» l’onda della liberazione asiatica senza risparmio di mezzi.

La Cina non poteva essere sottoposta a blocco come Cuba. Fu realizzato un immenso cordone sanitario, politico, economico e militare che si estendeva come un arco di cerchio dalla penisola coreana fino alla penisola indocinese. Washington bloccò l’est con la guerra di Corea (1950-1953) che ha lasciato un paese diviso ancora oggi. Bloccò il sud, facendo di Taiwan una fortezza – dove i controrivoluzionari cinesi fuggirono con grande malcontento delle popolazioni locali; allora il regime del Kuomintang rappresentava la Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per stabilizzare i suoi alleati Sudcoreano e Taiwanese, gli Stati Uniti favorirono la realizzazione di riforme agrarie e lasciarono maggiore libertà che in altri paesi del Sud a grandi e ricche famiglie che controllavano Stati dittatoriali e dirigisti. Questa è l’origine dell’insolito sviluppo di un capitale sudcoreano e taiwanese relativamente autonomo.

Gli Stati Uniti aiutarono il Giappone a ricostruirsi (come con il piano Marshall in Europa) mantenendolo sotto la sua tutela strategica. Vi furono impiantate imponenti basi militari USA (Okinawa), come pure nella Corea del Sud, nelle Filippine, in Thailandia. La 7a Flotta e le sue portaerei occuparono il mare della Cina. Washington bloccò ancora, questa volta nelle isole del sudest asiatico, con il colpo di Stato di Suharto in Indonesia (1965). Il Partito Comunista Indonesiano (PKI), considerato il più grande partito comunista del mondo capitalista, fu sradicato al prezzo di forse due milioni di morti e uno stato di repressione generale durato più di trent’anni.

Per completare l’accerchiamento della Cina, rimaneva il sud est asiatico continentale. La guerriglia maoista era attiva in Malaysia e in Thailandia. Soprattutto, la lotta riprese in Vietnam. La divisone del paese decisa negli accordi di Ginevra doveva essere solo temporanea in attesa di elezioni che il Vietminh di Ho Chi Minh era sicuro di vincere. Quindi, per Washington che non aveva firmato gli accordi, la tenuta delle elezioni era del tutto esclusa; al contrario, il regime di Saigon e i consiglieri USA intrapresero l’assassinio sistematico dei quadri rivoluzionari che vivevano nel sud. Perciò, all’inizio del 1960, il PC vietnamita decise di rilanciare la lotta , sapendo che questa volta avrebbe dovuto affrontare direttamente gli Stati Uniti e non la Francia.

Mettere in ginocchio il «blocco sovietico»

Ricacciare indietro le rivoluzioni asiatiche non era il solo obiettivo dell’intervento USA in Vietnam. Dietro Pechino, anche Mosca era nel mirino. Washington voleva porre fine alla configurazione dei «blocchi» che aveva dominato la scena internazionale dalla Seconda Guerra Mondiale. La posta in gioco era consistente: permettere al capitale imperialista di rientrare nei vasti territori del «Blocco dell’Est».

Anche se centrato in Indocina, il conflitto vietnamita non era una guerra locale e nemmeno regionale. La sua portata era veramente globale. Tutte le contraddizioni della situazione internazionale vi si rifrangevano, condizionando i dati della lotta di liberazione: lo stato del movimento operaio e progressista in Europa e negli Stati Uniti, e della solidarietà; l’apertura (o no) di nuovi fronti rivoluzionari nel terzo mondo; l’ambivalenza della diplomazia di Mosca e Pechino – perché c’era ambivalenza.

Non c’era una semplice equivalenza tra «campo rivoluzionario» e «campo sovietico». Per quantoil confronto «Oriente-Occidente» fosse reale, ugualmente il campo imperialista poteva contare sugli interessi specifici della burocrazia sovietica (e in seguito della burocrazia cinese) per fare pressione sui movimenti di liberazione in momenti decisivi. I partiti comunisti asiatici lo impararono molto presto a spese loro. Alla fine della seconda guerra mondiale, con gli accordi di Yalta e Potsdam, Mosca accettò che la Cina e il Vietnam rimanessero nella sfera di dominio occidentale. Né il PCC, né il PCV rispettarono questa divisione del mondo negoziata segretamente alle loro spalle delle potenze alleate.

Nel 1954, Mosca e Pechino si mossero insieme, nei negoziati di Ginevra, per costringere il PCV ad accettare un accordo che era molto lontano dal riflettere la realtà dei rapporti di forza sul terreno e che portava i germi di una nuova guerra – la guerra americana, la più terribile di tutte. I vietnamiti trassero la lezione di questa amara esperienza: 15 anni dopo rifiutarono la partecipazione dei «grandi fratelli» cino-sovietici ai negoziati di Parigi, ridotti a un testa a testa con Washington dal quale uscirono gli accordi del 1973 – accordi che questa volta portarono alla vittoria.

La geopolitica mondiale divenne ancora più complessa con l’emergere del conflitto cino-sovietico nella metà degli anni 1960, quando Pechino non accettò che Mosca avesse negoziato alle sue spalle un accordo nucleare con Washington. Lo scisma che esplose all’interno del «blocco dell’Est» rappresentò un vero rompicapo per il PCV, che aveva bisogno dell’aiuto delle due capitali rivali dell’impropriamente chiamato «campo socialista». Dall’altro lato fu una manna del cielo per gli Stati Uniti che avrebbero giocato sulla nuova contraddizione. Questa ulteriore risorsa non permise loro di evitare la sconfitta del 1975, ma risultò decisivo negli anni successivi, con la formazione di un’alleanza USA-Cina-Khmer, per prendere il Vietnam in una tenaglia.

Tutto ciò, ovviamente, non dovrebbe farci dimenticare che l’assistenza fornita da Mosca e Pechino ad Hanoi durante la guerra contro gli USA era molto importante sul piano economico e militare. L’URSS e la Cina sapevano molto bene di essere nel mirino dell’intervento USA in Vietnam. Gli USA, se avessero vinto, sarebbero stati nella posizione di sfruttare il loro vantaggio. L’aiuto cino-sovietico era dunque uno dei fattori della resistenza vietnamita. Pur considerevole, questo rimase sempre politicamente misurato, in modo da non mettere in pericolo la possibilità di dialogo con Washington: non furono forniti i missili capaci di proteggere i cieli del Nord Vietnam dai bombardieri B52, l’offerta di un compromesso (sporco) fu mantenuta – ma il PCV semplicemente non l’accettò.




Il fattore Vietnamita

La geopolitica mondiale, dopo il 1949 (vittoria della rivoluzione cinese) e il 1954 (disfatta della Francia) fece del Vietnam il «punto focale» della situazione internazionale, la «trincea avanzata» della lotta rivoluzionaria nelle parole di un lungo slogan lanciato nelle manifestazioni: «saluto a voi, fratelli vietnamiti, soldati di primissima linea». Ma questo movimento di liberazione doveva sopportare un carico pesantissimo; essere in «prima linea» contro gli Stati Uniti.

Le lotte anticoloniali in Vietnam non hanno preso precocemente l’ampiezza spettacolare di ciò che accadde in Cina negli anni 1920. Tuttavia, il movimento nazionale, e il PCV, sono contemporanei del PCC. Il nucleo dirigente iniziale dei due partiti si è formato nella scia della rivoluzione russa, prima della stalinizzazione dell’URSS. Nondimeno tutti e due si sono identificati al «campo socialista», pur mantenendo una certa autonomia di decisione in contrasto alla subordinazione diretta di altri PC. Entrambi hanno anche accumulato varie esperienze di lotta prima di impegnarsi in una guerra di popolo prolungata – dall’inizio degli anni 1930 in Cina, un decennio dopo in Vietnam.

Prima della guerra americana, il Vietminh conquista una legittimità nazionale profonda con la proclamazione dell’indipendenza nell’agosto 1945, poi con la condotta di una «guerra di popolo» che infligge al corpo di spedizione francese la disfatta di Diên Biên Phu – un’impresa senza precedenti nei confronti di una metropoli coloniale. Gli Stati Uniti hanno dunque a che fare con un avversario agguerrito e radicato, anche se non dubitano della vittoria, tanto sono consapevoli della propria potenza.

Con la sua durata, la lotta di liberazione del Vietnam incarna tutto un periodo, aperto dalla rivoluzione russa. La vittoria del 1975, ne è in qualche modo il culmine: è ottenuta in un conflitto frontale con l’imperialismo statunitense. Annuncia anche, benché non sia immediatamente evidente, la fine di questo periodo, a causa della violenza dei conflitti interburocratici e delle crisi che corrodono i regimi sovietico e cinese.

Una guerra totale

L’intervento degli Stati Uniti in Indocina è anzitutto una scalata militare senza paragone al di fuori delle guerre mondiali. Vengono utilizzati gli immensi mezzi dispiegati nella regione, dalle basi di Okinawa a quelle della Thailandia trasformata in «portaerei terrestre». La VII flotta bombarda le coste vietnamite mentre la sua aviazione può intervenire in tempi brevissimi. I bombardieri giganti B52 operano, devastanti, da quote altissime. Per la prima volta gli elicotteri sono utilizzati in modo molto massiccio nei combattimenti (la Francia li aveva già utilizzati in Algeria). Napalm, defolianti (l’agente arancio che avvelena ancora oggi il paese), bombe a frammentazione … A parte l’arma atomica e la distruzione delle principali dighe che avrebbe annegato nei flutti una parte del Vietnam del Nord (due misure le cui conseguenze internazionali erano imprevedibili) tutto è utilizzato. Il corpo di spedizione USA raggiunge i 550.000 uomini. Vengono riversate sul piccolo territorio indocinese due volte più tonnellate di bombe che dall’insieme degli alleati su tutti i fronti del conflitto 1939–45. In totale, quasi 9 milioni di militari USA hanno partecipato al conflitto.

La guerra viene condotta su diversi terreni. Un piano di assassinii ha per obiettivi i quadri del Fronte Nazionale di Liberazione al Sud – il piano Phoenix che fa varie decine di migliaia di vittime. Si attua una riforma agraria per contrastare quella ereditata dal Vietminh e per tentare di costituire una base sociale al regime di Saigon (piccoli proprietari capitalisti). Le popolazioni rurali vengono raggruppate in villaggi strategici, e si instaura un sistema di controllo poliziesco, casa per casa, fino nelle città, per individuare meglio ogni persona non censita. Per ridurre il numero delle perdite umane nel corpo di spedizione si decide la «vietnamizzazione» delle forze armate controrivoluzionarie – si tratta di «cambiare il colore della pelle dei cadaveri» …

Negli Stati Uniti l’economia viene messa al servizio dello sforzo di guerra, come pure il corpo degli scienziati ai quali si domanda di allargare la gamma degli strumenti di morte, delle bombe penetranti per distruggere i tunnel, dei rilevatori di calore per rilevare la presenza umana, delle mine antiuomo mimetizzate nell’ambiente naturale … . Gli scienziati, in grandissima maggioranza, eseguono senza farsi problemi di coscienza, fino al momento in cui il movimento antiguerra decolla, con l’aumento delle perdite statunitensi (60.000 Gi vi hanno trovato la morte – per circa tre milioni di vietnamiti uccisi, cinque milioni di feriti e dieci di profughi) …

Malgrado perdite considerevoli, che avranno gravi conseguenze dopo la vittoria (l’infrastruttura militare in quadri rivoluzionari originari del sud risulta gravemente indebolita), la resistenza vietnamita tiene duro. Il costo economico per gli Stati Uniti diventa esorbitante. Il movimento antiguerra diventa un fattore di instabilità politica interna. L’anno 1968 ha scosso l’Occidente … Washington è costretta a negoziare. Due anni dopo la firma degli accordi di Parigi, il regime di Saigon crolla.




Scacco ma non matto

In quell’anno 1975, nella scia della vittoria vietnamita, il Mozambico proclama la sua indipendenza (in giugno), così come l’Angola (in novembre) – tutti e due saranno però invasi dal Sudafrica; ma in quest’ultimo paese, anche il regime dell’apartheid trova la sua fine nel 1994 …

Gli Stati Uniti sono stati messi in scacco nel Vietnam, ma non per questo il Re è matto. Gli accordi di Parigi non sboccano su un compromesso come quello raggiunto con gli accordi di Evian tra l’imperialismo francese e il nuovo regime algerino, tutto al contrario. Washington ha per politica di vendicarsi e il conflitto prosegue sotto altre forme. Dal 1972, con un gesto spettacolare, Richrd Nixon è andato a Pechino mentre i combattimenti infuriavano nella penisola indocinese. Si disegna un’alleanza di circostanza che conduce, dopo il 1975, a un fronte antivietnamita tra l’imperialismo americano, la Cina (della quale Deng Xiao Ping riprende le redini) e … i Khmer Rossi (dietro il paravento ufficiale di Sihanuk).

La guerra non è finita. Washington mantiene la pressione diplomatica sul paese e decreta l’embargo (durerà fino al febbraio 1994 e blocca l’investimento internazionale). I Khemr rossi, impegnati in una fuga in avanti omicida nella stessa Cambogia, moltiplicano gli attacchi di frontiera e rivendicano il delta del Mekong. Nel dicembre 1978, l’esercito vietnamita interviene massicciamente e il regime di Pol Pot crolla, le popolazioni deportate tornano a casa. Nel febbraio-marzo 1979, circa 120.000 uomini dell’esercito cinese attaccano in vari punti il confine nord; tocca alle milizie locali e alle truppe regionali farvi fronte, dato che le forze regolari vietnamite sono impegnate sul teatro di operazioni cambogiano. Per il PCC si tratta in particolare di notificare a Hanoi che gli arcipelaghi delle Spratley e delle Paracel sono cinesi; una prefigurazione degli attuali conflitti territoriali marittimi.

La guerra dopo la guerra precipita una crisi in Vietnam. Come in Russia, Cina e Cuba, l’imperialismo fa pagare a caro prezzo la sua sconfitta, mentre la società esce spossata da 30 anni di conflitti. Il regime si indurisce ulteriormente – già in passato ha messo più o meno in disparte Ho Chi Minh (morto nel 1969), ha scartato a più riprese Giap e condotto una purga segreta nella direzione, con presunti «filosovietici » posti per lunghi anni a residenza sorvegliata. Teme che la comunità cinese nel sud del paese possa diventare una quinta colonna, e attaccai grossi commercianti capitalisti … spesso cinesi. Pechino soffia sul fuoco, cosa che contribuisce al massiccio esodo dei «boat people»[popolo delle barche].

La sconfitta degli stati Uniti nel 1975 ha avuto conseguenze durevoli. L’imperialismo USA ha conosciuto un declino relativo, del quale l’Europa avrebbe potuto approfittare. Per anni, gli è stato politicamente impossibile impegnarsi direttamente in una nuova guerra. Si sarebbe potuta aprire una finestra favorevole alle lotte – se le conseguenze del conflitto cino-sovietico non l’avessero immediatamente richiusa. La sconfitta nella vittoria non è venuta dal nemico esterno, ma dal nemico interno di ogni rivoluzione sociale: la burocrazia.

E anche, non dimentichiamolo, dalla debolezza della solidarietà internazionale – un problema sempre molto presente. Durante gli anni 1965–1975 sono state scritte pagine internazionaliste molto belle, portate in particolare, ma non solo, dalla radicalizzazione dei giovani in molti paesi. Però era molto tardi. Il popolo vietnamita avrebbe potuto conquistare l’indipendenza nel 1936–1937 al tempo del Fronte Popolare in Francia; o nel 1945 se Parigi non avesse potuto mandare un corpo di spedizione alla riconquista della sua antica colonia; o nel 1954, se Pechino e Mosca non avessero concluso un accordo con Parigi; o ancora nel 1968, in seguito all’offensiva del Têt. Si è dovuto attendere il 1975, dopo decenni di distruzioni e di sofferenze che avrebbero potuto essere risparmiate alle forze di liberazione e all’intera popolazione.





Traduzione di Gigi Viglino


Da: Europe solidaire sans frontières – N° 34902


dal sito Movimento Operaio





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