lunedì 18 settembre 2017

CAMINO REAL di Teresio Spalla





CAMINO REAL
di Teresio Spalla


La storia di padre Iunipero Sierra, massacratore di indiani, beatificato da un papa e canonizzato da un altro


C’era una volta un cinema western che, insieme ai fumetti e a una letteratura sia tradotta che italiana, propagava anche qui da noi l’idea di un Ovest americano in cui la pace tra bianchi e indiani fosse, se non conclusa positivamente con il “lieto fino programmatico”, almeno rimandata alla prossima storia.
Ciò avvenne in un’epoca lontana – collocabile tra gli anni della guerra e la fine degli anni Sessanta – in cui si stabilizzò l’idea che mostrare i pellerossa come implacabili nemici e selvaggi sanguinari aveva perso di senso logico, artistico e commerciale.

Non è vero, come si è scritto per anni, che tutto nacque con il grande successo di “L’amante indiana” (1950) dove i bianchi erano cattivi e nemici della pace o buoni e favorevoli alla pace con gli apache buoni e pacifici o atti alla guerra senza tregua. Film che narrano con amara pietà il destino del “vanishing american” ne furono realizzati anche ai tempi del muto.
A mio parere l’idea di uno sguardo mite e rispettoso, quando non esaltante e nettamente pacifista, nacque nello spirito degli anni di Roosevelt in cui i pellerossa (che avevano acquistato il diritto di cittadinanza e di voto nel 1924 e avevano valorosamente combattuto nella guerra mondiale) furono ben accolti anche nella narrativa popolare e specialmente in quella che raffigurava l’America coloniale ai suoi primordi, quando la possibilità di una convivenza pacifica era ancora veramente possibile.

E poiché il western è stato soprattutto una particolareggiata metafora dei tempi, questa corrente continuò a scorrere, soprattutto negli anni Cinquanta del maccartismo ma anche del benessere come status quo politico-sociale.
Un benessere ben diverso da quello che creò il New Deal, con forti impedimenti espressivi e spinte ideologiche più che reazionarie. Ma, proprio per questo, atto ad essere il linguaggio traslato del bisogno di un’autentica libertà espressiva.
Quindi, in questo contesto, seppure non furono molte, le pellicole ambientate in epopee sempre più lontane nel tempo, favorivano la possibilità di raffigurare con maggiore intensità il rapporto tra bianchi e rossi quale destrutturazione del conflitto tra idealità proibite.




In questo contesto occupa un posto ragguardevole “Le sette città d’oro” ambientato nel sud-ovest americano quand’esso erano ancora dominio spagnolo.
Come anche un altro film – “Il bacio di fuoco”, dello stesso anno, il 1955 – i protagonisti sono, anche se con abiti ben diversi dal tempo del banditismo dopo la guerra civile e non muniti di armi a ripetizione, degli autentici pathfinder, i tracciatori di piste che, nell’analisi antropologica del western sono figure interiormente drammatiche e combattute, imbevute di qualità indiane mescolate al senno dell’uomo “civilizzato”, ma non indisposte – come invece lo sono, lo si dimentica spesso, i protagonisti dei romanzi di James Fenimore Cooper, almeno nel prototipo letterario - al connubio anche sessuale tra le razze in una pace che solo la spietata sete di terre e di potere dei potenti può allontanare da un logico sodalizio scatenando guerre e massacri.
In “Le sette città d’oro” il pathfinder, sotto le spoglie dell’avventuriero Jose Mendoza (interpretato da un bravo attore oggi dimenticato : Richard Egan) deve guidare, nel 1769, una formazione militare alla scoperta delle mitiche città di Cibola.

Quello di Cibola è un mito nato nel XII° secolo in Europa, quando i mori conquistarono la città spagnola di Medina e iniziò a diffondersi la leggenda che sette vescovi sfuggirono agli invasori e, recatosi oltre oceano portando con se incomparabili scrigni pieni d’oro e pietre preziose (non senza l’accompagnamento di preziose reliquie di santi e martiri) fondarono, in una terra sconosciuta, sette città la cui collocazione geografica si fuse poi con quella, altrettanto fantasiosa, della sede della fontana dell’eterna giovinezza.
Le prime spedizioni, nell’attuale territorio tra la California e il Texas sud occidentale – un territorio immenso - avvennero sin dal 1523 e, in resoconti europei basati su discutibili testimonianze di conquistadores, sembra che proprio in quell’occasione avvennero i primi contatti con i pellerossa (presumibilmente papago, mericopa, caddo, hopi, zuni, apache, kiowa, comanche, creek e seminole) i quali, abituati al nomadismo e alle tattiche di guerriglia tra loro stessi, si dimostrarono molto meno accondiscendenti delle grandi civiltà del sud e centro America.

Ciò nonostante le spedizioni del capitano di ventura Francisco Coronado e quella dell’esploratore di Hernando De Soto non mancarono, già allora, di diffondere morbi sconosciuti tra i nativi suscitando la loro ira tanto che tornarono in Spagna senza avere trovato una briciola d’oro e con la convinzione che i territori della Nuova Spagna fossero troppo impervi per una conquista su scala continentale.

L’unico retaggio che lasciarono queste prime imprese ispaniche fu il cavallo che, da animale diffuso dall’Europa fino in Persia, trovò nelle immense praterie del nord America una terra libera e feconda e, adottato presto come cavalcatura dai pellerossa, finì con il rigenerare nuove razze e diventare presto l’animale simbolico di un continente dove non era esistito fino al ‘500.

Del resto i territori che avrebbero dovuto corrispondere a quelli dove si sarebbero trovate le sette città, alla fine del ‘600, furono visitate dalla spedizione francese dell’esploratore La Salle il quale poi testimoniò che quegli immensi altopiani erano in gran parte disabitati, probabilmente in seguito ad una migrazione di massa dovuta a qualche sconosciuto avvenimento meterologico.
Eppure ci fu chi andò a raccontare in Spagna che le sette città esistevano e appartenevano al regno di Cevola.
Ma queste città, poi divenute, nelle distorsioni linguistiche, del regno di Cibola, non avevano i tetti d’oro e le fontane d’argento che donavano la vita eterna, ma, come fu poi stabilito da esploratori più seri, niente altro che pueblo (costruzioni ricavate sulle montagne dove abitavano le tribù pellerossa del sud ovest prima di conoscere il cavallo) edificati nella pietra.

Ciò non toglie che il miraggio delle città d’oro non abbandonò mai del tutto i racconti degli spagnoli insediati nella terra che diventò poi governatorato del Messico. E continuarono a cercare.
Anche la letteratura popolare, diffusa pure nei paesi di lingua inglese e francese di qua e di là dall’oceano, continuò a raccontare la leggenda, costruire variazioni ed episodiche che sono arrivate fino al Novecento sia in narrativa che nei fumetti.

Una di queste spedizioni, probabilmente inventata e comunque immaginata con rilevanti modifiche temporali, è quella del 1769 raccontata da Isabelle Gibson Ziegler nel libro “The nine days of Father Serra”, edito nel 1951 negli Usa e a cui lavorarono, per la 20th Century Fox, ben quattro sceneggiatori i quali però non scrissero insieme ma si avvicendarono sotto la guida del capo della divisione-script Nunnally Johnson, anch’egli stimato scrittore di cinema e occasionalmente regista che qui evita di accreditarsi.

Come si intuisce dal titolo del romanzo il protagonista non è l’avventuriero ma il religioso cattolico affiliato alla spedizione per convertire, strada facendo, le tribù pagane e selvagge che considerano la conversione come una sottomissione e si oppongono, pur cercando di stabilire un contatto di scambio pacifico di merci, sfuggendo facilmente ad attacchi imprevisti dei loro partner commerciali.
Ormai i pellerossa erano diventati cavalieri insuperabili e, cavalcando senza sella, davano la polvere agli spagnoli le cui cavalcature erano nate in cattività, accoppiate a batteria, bardate pesantemente come del resto chi vi stava in groppa.
Non era facile catturarli o imporre loro, se non volevano, di fermarsi in qualche zona di mercanteggiamento.

Vidi, per la prima volta, “Le sette città d’oro” in una delle consuete riedizioni estive di cui erano zeppi i cinema durante le infinite estati della mia infanzia.
Si trattava di una copia, come si diceva allora, che aveva combattuto troppe battaglie, con qualche taglio e numerosi sfregi del tempo.
Ma, nonostante le condizioni non certo perfette della pellicola, i film allora, nell'incanto della sala buia inchiostrata dal magico raggio che illuminava lo schermo, potevano egualmente produrre nei bambini-spettatori fascini incantevoli, spronarli nel desiderio d’avventura e conoscenza e, per quanto certamente riguarda me, spingerli all'approfondimento storico delle storie più fantasiose e pittoresche.

La mia stima nei confronti di quest’opera non venne meno in altre riedizioni, quand’ero più grandicello, ma ancora la programmazione estiva era dominata dalle riprese di film del passato, ormai rigorosamente a colori tranne qualche classico inoppugnabile.
E nemmeno quando, negli anni Ottanta, fu trasmessa una dozzina di volte, per una decina d’anni, dalla nascente Fininvest, imbottita di pubblicità e certamente non in edizione curata e revisionata come accadeva alla Rai fino a pochi anni prima e poi non accadde più nemmeno lì.

Come “Il bacio di fuoco” non ho mai smesso di considerare “Le sette città d’oro” un western con tutte le caratteristiche del western, le tipologie classiche e i prototipi esemplari del genere, anche se alcuni critici disattenti li definivano film d’avventura, o di cappa e spada, e senza nemmeno tanta attenzione ai valori originali del racconto.

Tra le tante minchionerie spacciate dal dizionario Morandini (poco prima di una scheda in cui s’afferma che lo sceneggiatore Charles Brackett - 1892-1969 - morì nell’affondamento del Titanic - 1912 - e chissà quindi come avrà fatto a scrivere “Ninotscha”, “Giorni perduti” e “Viale del tramonto” tra il '39 e il '50 col suo sodale Billy Wilder) dopo uno svarione sulla trama si legge : film d’avventure decoroso, diligente ma senza invenzioni né estri…semistorico. Il personaggio del francescano padre Serra è realmente esistito. Attori corretti tra cui spicca Anthony Quinn” che qui fa una delle parti più risicate e minori quanto volutamente antipatiche della sua carriera.


“La vergine della valle”


Se il regista si fosse chiamato Nicholas Ray o Samuel Fuller anche il discutibile tomo avrebbe annotato un capolavoro innovativo, insolito, di rara sensibilità sul problema razziale colto ai suoi albori.
Ma il regista fu il povero Robert D.Webb, uomo di produzione e specializzato nella direzione delle seconde unità, che esordì tardi come regista, sotto contratto con la Fox, con film spesso più interessanti di quel che si pensa come “La vergine della valle” in cui, l’anno prima di “Le sette città d’oro” , si tocca con accuratezza e autentica sensibilità il tema del conflitto razziale e dove, curiosamente, l’allora giovane e bravo Jeffrey Hunter, anch'egli sotto tutela della majors di Darryl Zanuck, interpreta la parte di un indomito pellerossa proprio come nel film successivo.
Fu anche il regista del western, tutt’altro che trascurabile, che lanciò, pur con parecchie ma inevitabili libertà stilistiche, Elvis Presley nel cinema - “Fratelli rivali”- in cui il vero protagonista maschile, come in “Le sette città d'oro”, è ancora Richard Egan. E non trascurerei “La grande sfida” – con Robert Ryan e ancora Jeffrey Hunter – un western cittadino di pregio e rara genuinità.

La sua opera che però mi piace più ricordare è “Gli eroi della stratosfera” che non è un film di fantascienza ma sulle innovazioni tecnologiche dell’aeronautica.
Ricordo ancora con una certa emozione quando, vedendolo in una delle solite riedizioni estive, mi accorsi che era chiaramente ispirato, anche se non lo si dichiarava, a “Il futuro è già cominciato”, del geniale Robert Junk, che, sebbene fosse uscito per Einaudi già nel ’52, negli anni Settanta era ancora un best seller in cui si pronosticava un mondo in cui il progresso tecnologico sarebbe stato tenuto a freno dall'homo sapiens per impedirne l’abuso bellico nonché la preponderanza di un popolo o di una classe sull’altra.
Esattamente il contrario di ciò che sta succedendo oggi ed è iniziato già da parecchi decenni.
Però, che gran libro emozionante. Non a caso la prima edizione, che sono poi riuscito a procurarmi, farà sempre parte della mia biblioteca, testimonianza arguta e stimolante di un tempo in cui la parola speranza aveva ancora un significato, quando “il peggio non è mai morto” non era diventato il motto di una società occidentale omologata alle esigenze dei potenti della terra.
Per inciso, un solo altro film, simile a questo da esserne quasi un gemello, ha trasmesso le stesse emozioni del libro di Junk, mediate attraverso uno stile ancor più documentario, di “Gli eroi della stratosfera” di Robert D.Webb.
Si tratta di “Il leggendario X15” di Richard Donner, una produzione indipendente con un cast di attori minori, ma pieno del fascino di un mondo che, considerato innovativo fino ai confini dell’irreale, s’è oggi trasformato nel controllo tecnologico dell’ "uomo a una dimensione".

Si. E’ vero. Ho fatto un’elissi, saltando dal Camino Real alle speranze tecnologiche di tempi andati.
Ma, come sa benissimo chi mi legge, sono una mia specialità le elissi.
E siccome, stando a quel che mi viene comunicato dai lettori più fedeli come dai neofiti, poi piacciono e interessano, ritengo siano utilissime per stimolare chi legge a cercare altre sollecitazioni oltre il tema specificatamente trattato in ogni numero dell'Almanacco.
Con ciò rispondo ad un paio di lettere in cui mi si chiede di “mantenere il rigore dell’argomento”.
No. Non posso. Non è nella mia natura.



Michael Rennie


Tornando a “Le sette città d'oro”, essendo un film della Fox non poteva mancare, proprio nel ruolo di frate Junipero Serra, l’ieratico attore inglese Michael Rennie il quale, come molti personaggi affermati nel teatro e nel qualitativo ma ristretto ambito del cinema britannico, si trasferì ad Hollywood negli anni Cinquanta dove, adottato anch'egli da Zanuck, recitò per lui in molti ruoli adatti alle sue misure.
Era alto quasi due metri, magro, dal viso con le guance retratte e quasi smunto, due lunghissime braccia emergenti da spalle larghe e squadrate.
Gli occhi li aveva malinconici. E spesso intrise di malinconia furono le sue prestazione in tanti film di successo come “Telefonata a tre mogli”, “I miserabili” (dov’era Jean Valjean, vedi Almanacco n°16), “La tunica” (San Pietro), “Le pioggie di Ranchipur”.
Non a caso il ruolo che lo rese immediatamente celebre fu quello dell’extraterrestre Klatuu il quale, nel film pacifista “Ultimatum alla terra”, viene a intimare ai terrestri che, se non si metteranno d’accordo, il loro pianeta sarà presto distrutto.
Anche Klatuu era un personaggio con qualcosa di mistico (anzi, la parafrasi dell’inviato del Signore che viene a ricompattare i terrestri scompaginati dalla bomba atomica, non è difficile da eseguire su “Ultimatum alla terra”) e quindi non credo che l’ufficio casting della Fox ci pensò molto sopra per affidargli il ruolo di padre Junipero Serra che accompagna la spedizione per portare la voce di Dio tra i selvaggi.

Nel film, padre Serra è un personaggio estremamente positivo. Arbitro delle contese tra i conquistatori bianchi, pieno di sollecitudine con gli indiani, acquista subito, grazie anche all’attore, la simpatia dello spettatore.
Ricordo che, sempre fin dalla prima volta che vidi il film, mi rimase impressa nella mente la scena in cui, ferito, si fa applicare, con rassegnato coraggio, una pozione di pece bollente destinata ai muli. E, pur soffrendo le pene dell’inferno, non smette di pensare a condurre gli altri in paradiso.
Considerando che poi si batte perché i pellerossa siano riconosciuti sullo stesso piano dei bianchi fino a inimicarsi il comandante spagnolo, non poteva non rimanermi simpatico.

Non sapevo allora che Junipero Serra era veramente esistito.
Non sapevo che gli indiani non l’avevano mai amato e come, ancora nel Novecento, le comunità native lo consideravano uno dei maggiori propugnatori del genocidio.

Così, per me, da allora, di padre Serra ne sono sempre esistiti due : quello mite, fulgido e intrepido, austeramente simpatico, di Michael Rennie; e quello vero, tramandato da libri di storia, che, improvvisamente, nel 1988, mi apparve tra i beatificati da papa Wojtyla.
Lì per lì non associai nemmeno le due figure.
Del resto il papa che aveva distrutto lo spirito dello Concilio e aveva allontanato i teologi più avanzati dal Vaticano, nella sua guerra santa contro il comunismo – nel cui contesto aveva caldamente abbracciato Pinochet, il dittatore filippino Marcos e insignito di non so che ordine cavalleresco Kurt Waldheim – si distinse anche col beatificare tante figure discutibili tra cui canonici degli ustascia nazisti e numerosi elementi molto discutibili dell’Opus Dei e potentati relativi.

Però, per chi, come me, si occupa anche di Storia nel suo significato di analisi e approfondimento del passato autentico per comprendere e far comprendere meglio il presente, non potevo esimermi da ignorare che, come tanti eroi cinematografici della frontiera, anche il mio Junipero Serra era una figura inventata, concepibile solo nel fervore indimenticabile della cultura western dal dopoguerra agli anni Settanta della demistificazione e del risveglio, soprattutto per il cinema americano, da un sogno imposto in circostanze divenute opzionali.

Ecco quindi la cronaca e la storia di Junipero Serra così come iniziai a conoscerlo nel caldo settembre 1988.
Fu scritta dall’amico scrittore Giuseppe Josca (1928-2014), scrittore meridionalista di raro talento, allora corrispondente da Carmel, in California, per “Il Corriere della Sera” e pubblicata il 28 settembre, a pochi giorni dalla beatificazione.
Sapendo che Giuseppe mi avrebbe approvato ho apportato solo alcune modifiche grafiche per rendere più agevole la lettura online di un articolo di cinque colonne che riempiva un’intera pagina del giornale.


LA PROTESTA DEI PELLEROSSA CONTRO UN FRATE CHE IL PAPA HA BEATIFICATO  (1988)


Cheq Weesh-Au Ho Oh, (Il “fiore che si apre con la rugiada del mattino”), indossò il costume che aveva trovato in soffitta, raccolse a treccia I capelli corvini, si mise una collana di grani colorati intorno al collo. Sembrava una vera indiana chumash? Sorrise guardandosi allo specchio.

Era un giorno di settembre e, davanti alla missione di Carmel, stava per cominciare il rito in onore di padre Junipero Serra.
Sacerdoti, in paramenti solenni, circondavano il cardinale Timothy Manning (poi compromesso, non si è mai capito quanto, nei casi di pedofilia venuti fuori in tempi recenti nella Chiesa americana . ndr) e tutta la sua corte di prelati e chierichetti.

Quando Cheq Weesh comparve, nessuno capì cosa aveva in mente.
Stringeva nella mano destra una piuma di gufo in segno di lutto. E poi disse :
“Col dovuto rispetto, signor cardinale, anch’io sono venuta a celebrare. Ma voglio celebrare gli indiani che furono ridotti in schiavitù e che morirono per costruire questa missione. Le loro ossa sono sotto i vostri piedi”.

Due frati zelanti la portarono via, in fretta, e lei non oppose resistenza.
Spiega adesso : “Sono cattolica. Non ho nulla contro la Chiesa. Mi domando solo chi stanno facendo santo. Padre Junipero Serra fu il fondatore delle missioni e, per la mia gente, le missioni erano campi di concentramento nella California del suo tempo e anche dopo”.

Il francescano che qualche giorno fa, in San Pietro, il Papa ha proclamato beato (il secondo passo verso la canonizzazione) è in realtà un “mostro” agli occhi degli indiani della California – chumash, cahuilla, pauma, malki, kumeeyaai – che occupavano queste terre ben prima dell’arrivo di Colombo, dove Padre Serra arrivò alla conclusione di un viaggio nell’ovest nordamericano.
Le loro proteste smuovono le ceneri di un passato doloroso, di una vecchia e nuova polemica storica.

Due secoli fa la California era la Siberia dell’impero spagnolo, una terra remota e desolata.
Furono i francescani ad avventurarvisi per primi. Partendo dal Messico cominciarono a risalire verso nord. A ogni tappa fondavano una missione.
Era una colonizzazione a buon mercato. Pochi “padres” e un leader, Junipero Serra, deciso a salvare anime e anche ad assicurare al re Carlo III il controllo di una regione sulla quale avevano già messo gli occhi i russi e gli inglesi.

Nato a Maiorca nel 1712, Serra insegnava teologia. Finchè, a trentasei anni, preso da un fervore mistico in quella vita che gli sembrava troppo comoda, si fece mandare in America.
Era piccolo di statura, gracile (esattamente il contrario di Michael Rennie . ndr) e durante un viaggio nelle montagne della Sierra Gorda prese una grave infezione alla gamba che lo avrebbe per sempre tormentato (ecco l’episodio del film con la cura a base di pece . nrd) ma nulla poteva fermarlo.

Tra il 1769 e il 1784 (quando morì a Carmel) fondò buona parte delle ventuno missioni che si trovano lungo il Camino Real, la pista fondamentale tracciata dagli spagnoli tra il sud e il nord, e che furono i nuclei originari delle maggiori città californiane, da San Diego a San Francisco.

La storia della California, si dice, è la storia delle missioni.
Ma gli indigeni non sono d’accordo.

Rupert e Jeanette Costa abitano a San Francisco. Lui è un cahuilla. Lei una cherokee emigrata dall’est. Grigi, magri, si tengono per mano come per resistere alle raffiche di vento che si infilano per le strade a saliscendi tipiche della città. Assieme hanno 164 anni.
Quasi quanti ne hanno dedicato a studiare, frugare nelle biblioteche, scrivere libri per dissipare i falsi miti sulla loro gente e sui “conquistadores” prima e i colonizzatori americani poi.

L’ultimo dei trentasette volumi da essi pubblicati ha la copertina rossa, rossa come il sangue, e si intitola “The missions of California. A legacy of genocide” cioè “Le missioni in California. Un’eredità di genocidio”.

“Dicono che eravamo dei selvaggi, gente ignorante che mangiava il cuore dei nemici e praticava l’incesto” si accalora Jeannette mentre il marito annuisce – “Ma sono tutte menzogne. I nostri antenati erano qui da diecimila anni.
Avevamo antiche tradizioni anche se ci mancava una lingua scritta. Ma cosa è importato ai bianchi. Dopo di noi hanno massacrato sistematicamente i pellerossa del sud est che ce l’avevano ed erano più colti e organizzati, disponibili ad una pace equa.
I missionari ci insegnarono molte cose. Ma solo per trasformarci in una massa di obbedienti peones, di mano d’opera a buon mercato”.
E i vantaggi della civiltà occidentale li abbiamo pagati cari con lo sradicamento della nostra cultura. Lo sterminio.
Gli indiani erano tenuti come prigionieri nelle missioni. Guai a chi resisteva all'insegnamento religioso o tentava di fuggire.
Junipero Serra era il rappresentante dell’Inquisizione. Portò il Vangelo al mio popolo sulla punta della spada”.

Nessuno però ha mai potuto provare che si macchiasse di violenze e abusi dicono molti. Sebbene esistano testimonianze scritte di storici bianchi, non passate attraverso il filtro della censura ecclesiastica, che, in realtà, affermano il contrario.
Risponde Jeannette : “E che mai vuol dire il parere di bianchi che vivono nell'ignoranza dell’era moderna, si addormentano gonfi di birra davanti alla tv e del quotidiano locale leggono solo le cronache sportive ? E che mai vuol dire il parere delle loro donne che sono state educate a considerare la Chiesa cattolica fondatrice di questo stato che in verità gli americani antipapisti e massoni strapparono facilmente agli spagnoli nel 1847 ?
Nemmeno Hitler trascinava personalmente gli ebrei nelle camere a gas. Ma fu lui a ordinare. Fu il sistema da lui creato a provocare l’Olocausto”.

Certo, per gli indiani il contatto con i sistemi di vita europei fu tremendo. Abituati ai grandi spazi soffrivano nelle anguste e sovraffollate missioni. Ed erano indifesi di fronte ai virus e alle malattie portati dai colonizzatori.
Sei i “padres” prendevano il raffreddore, loro morivano di polmonite. Il morbillo faceva strage come la tubercolosi.
In pochi anni vennero vaccinati come e più dei pellerossa dell’Est di cui gli americani avevano deciso di sbarazzarsi in modo spietato e rapido : a colpi di fucile, cannone, mitragliatrice.

Junipero Serra, assicura padre Francisco Palau – suo compagno e primo biografo – amava e proteggeva gli indiani. E assicura “Quando morì dovettero mettere delle guardie accanto alla bara aperta per impedire che la gente strappasse ciocche di capelli e pezzi di tonaca di Junipero da adorare come reliquie”.
Ma quando conta la testimonianza del fanatismo di servi troppo addomesticati? Ma allora le frustate a chi venivano distribuite?

E allora la testimonianza di quel viaggiatore francese che, nel suo diario, annotò, dopo una visita a Carmel : “Qui è come nelle piantagioni degli schiavi che ho visto a Santo Domingo. L’unica religione è la violenza” .

Risponde Francis Guest, archivista della missione di Santa Barbara : “Non possiamo giudicare gli eventi di allora sulla base dei principi di oggi. Due secoli fa le pene corporali erano comuni anche nelle scuole.
Non si tratta di assolvere l’intero sistema coloniale spagnolo. Il papa ha riconosciuto che vi furono errori e torti da parte della Chiesa.
Ma ciò non ha nulla a che vedere con le virtù eroiche di Junipero Serra”.

Di virtù eroiche sono piene le biografie di oppressori e tiranni. Anche Cortez e Pizarro erano uomini di valore dal punto di vista militare e maestri nell’arte del combattere in territori che nemmeno conoscevano. Bruciarono le loro navi alle spalle per non tornare indietro né essi né i loro uomini.
Ma ciò non li giustifica del genocidio dei “grandi imperi del sole” dove furono accolti pacificamente ma che distrussero per un unico scopo : l’oro per tornare in patria da condottieri molto ricchi.

Il processo di beatificazione di Junipero Serra cominciò nel 1934 e, da quasi trentanni, il “postulante” – ufficiale dei francescani è Nole Mahony.
Bisogna andare a cercarlo nella chiesa di San Bonifacio in un quartiere di San Francisco zeppo di locali porno. All’angolo della strada un gruppetto di prostitute conversa di cose probabilmente molto mondane. C’è una cancellata di ferro, poi una porta sprangata.
Padre Mahony lavora in una stanza senza finestre.
Ha raccolto diecimila pagine di documenti, ha fatto incessantemente la spola con Roma e ha trovato anche il “miracolo” compiuto dal suo patrocinato come richiede la prudente procedura vaticana.

Il “miracolo” è la storia di una giovane suora di Saint Louis ammalata di lupus eritematoso. Per i medici non c’era nulla da fare e le consorelle si misero a pregare invocando in santi di loro fiducia. Ma il cappellano, che aveva studiato in California, suggerì di rivolgersi a padre Serra. Pochi giorni dopo la suora lasciò il letto, perfettamente guarita.

Con la faccenda del “miracolo” gli indiani accusano Mahohy di essere un lobbista della fede, di avere condotto una campagna costata quaranta milioni di dollari con la prospettiva di guadagnarne molti di più con l’afflusso dei pellegrini.
Del resto Kevin Starr, uno storico specializzato nello studio del passato e del presente della California, ricorda che furono dei businessmen protestanti a rilanciare, con l’aiuto di scrittori e giornalisti sul loro libro paga, il mito delle missioni e di padre Serra.
Nessun impulso ecumenico, sostiene Starr, ma un’operazione di marketing per valorizzare terre da lottizzare.

Certo nessuno può sospettare il Vaticano d’essersi prestato a questi giochi. Ma adesso che Junipero Serra è alle soglie della santità, la fama di Carmel crescerà ancora (Clint Eastwood ne era il sindaco dal 1986 anche se stranamente Giuseppe Josca non lo dice . ndr) e la vecchia missione, fedelmente restaurata, ha ora un’aria di simbologia romantica, di un romanticismo della Frontiera che, in quelle terre al tempo di padre Serra, non esistette mai.
Nel giardino ci sono alberi di arance, fichi e datteri, qualcuno ha appeso di festoni di aglio tra le pentole di rame della cucina. E sui cotti del chiostro, arroventati dal sole, sgusciano grasse lucertole.

Padre Serra è sepolto nella chiesa, sotto una lastra di pietra a sinistra dell’altare maggiore.
Un anno fa, durante la sua ultima visita in America, papa Wojtyla venne qui a pregare.
Si era sparsa la voce che avrebbe annunciato la beatificazione del frate che, nel frattempo, era stato chiamato “l’apostolo della California”.
Ma non era il momento migliore.
Fuori, sul piazzale, gruppi di indiani, e numerosi bianchi solidali, eseguivano già una veglia di protesta.

Erano venuti da tutti gli stati, indossavano gli abiti tradizionali e i copricapi di piume. Bruciavano, in grandi conchiglie, erbe dall’odore acuto e inebriante.
Padre Mahony si guardò intorno e c’è chi giura di averlo sentito mormorare : “Junipero, il paradiso può attendere”.

Giuseppe Josca -  “Il Corriere della Sera”





Sono trascorsi ventotto anni da allora, anche Giuseppe ci ha lasciati, e, nel frattempo, gli studi sui primordi della storia americana si sono moltiplicati.
La maggior parte di essi sono stati scritti, come del resto i precedenti, da storici laici, imbevuti di quel laicismo americano che il nostro storico Emilio Gentile ha chiamato “La democrazia di Dio in America” dove si spiega che il Dio richiamato nella costituzione come nei tribunali americani è qualcosa di ben diverso da quello concepito dalle religioni e dalla chiese europee.
Qualcosa fatta su misura degli americani da una classe dirigente che oggi ha perso ogni fede ma fu fin dall'inizio atea, massonica, fortemente improntata alla separazione tra stato e religione.

Ricordiamoci che, escludendo quella intrapresa dal Texas come repubblica indipendente (1836-1845), la prima guerra di ignobile (il “casus belli” fu contestato al Congresso da Lincoln in persona) conquista di terre appartenenti a un’altra nazione compiuta dagli americani fu quella col Messico (1846-1848) che ebbe quale scopo principale non solo l’accaparramento di sterminati territori ma di introdurvi lo schiavismo che il regime populista messicano aveva abolito fin dai tempi del primo governo del generale Santa Anna che nei film americani passa sempre come un dittatore furbastro o un pavido cretino.

In quella guerra il fervore “antipapista” dei generali e la propaganda diffusa dal presidente Polk (si combatteva contro un paese a maggioranza cattolica) portò alla diserzione di alcuni battaglioni irlandesi e soprattutto scozzesi che, cattolici anch’essi per tradizione, disertarono per arruolarsi nell’esercito opposto.
Gli irlandesi furono adottati dai messicani col nome di “sanpatricios” , dal santo protettore della loro isola e lasciati liberi di formare un proprio battaglione.
A conflitto finito, gli scampati, sebbene arresisi, furono fatti impiccare dal generale Zachary Taylor, poi divenuto il dodicesimo presidente degli Usa.




Questo episodio fu raccontato da me, su “Filmcronache” , quando arrivò in Italia (ma solo in vhs) il film “Un uomo un eroe” (realizzato tra molti travagli e pause tra il 1990 e il 1996 ma uscito ufficialmente solo nel ‘99) fatto passare per produzione hollywoodiana anche per l’interpretazione principale di Tom Berenger.

In realtà il regista era un messicano di origine india e la produzione pure, sebbene vi fossero notevoli contributi di rete televisive statunitensi.
Non era un gran film, definibile anche abbastanza mediocre come racconto in immagini, ma ebbe almeno il pregio di diffondere la conoscenza dell’avvenimento che getta una luce sinistra sulla democrazia americana la quale, mentre si muoveva contro i pellerossa all’interno, non esitava a prendersi quello che apparteneva ad un popolo il quale, a quei tempi, non era ancora divenuto un succube satellite dell’impero di Washington.
Quelli erano tempi, che peraltro stavano terminando, in cui le riviste di cinema erano lette e non solo dagli addetti ai lavori. La documentazione sui “sanpatricios” attirò l’attenzione di svariati dipartimenti universitari e di monsignor Enrique Planas, amico personale del vescovo Romero, gesuita e responsabile della filmoteca vaticana.
Nacque così un’amicizia tra un eminente religioso e un libero pensatore senza patria e senza chiese.
Purtroppo, indipendentemente da noi due, durò poco. Dopo qualche anno di attiva frequentazione ci siamo visti ben poche volte, quasi sempre in occasioni pubbliche.

Messe da parte le vicende personali, c’è ora da chiedersi perché in America fosse così necessario approvare la beatificazione di Junipero Serra da parte di un papa che, tra le tante imprese reazionarie, andò anche a Cuba e si pronunciò duramente contro il consumismo di marca statunitense.
La spiegazione può essere data in molti modi e occorrerebbe ben più del già esteso spazio che si riserva l’Almanacco.

Ma, tra le tante, val la pena ricordare che la chiesa cattolica non fu sempre schierata contro gli indiani. Per quanto il primato spetti ad alcune confessioni evangeliche protestanti e ai mormoni, e ai gesuiti fin dagli albori della penetrazione nel continente, non furono poche le congregazione religiose che si dedicarono alla salvezza del pellerossa dal genocidio.
Proprio per questo i governi federali cercarono sempre di trascinare i “papisti” dalla loro parte mentre commettevano il genocidio indiano.

E, data questa situazione, che si protrasse lungo la seconda parte dell’Ottocento, va ricordato come, nel Novecento, il cattolicesimo americano si schierò, fin dagli anni venti, nell’ondata anticomunista intrapresa dai governi precedenti il 1930 e quando, nell’immediato dopoguerra, scoppiò la nuova “caccia ai rossi”, essa fu sempre ampiamente favorevole alle commissioni anticomuniste che in realtà avevano lo scopo di vaccinare l'America dallo spirito roosveltista.

La destra cristiana, guidata dai tanti telepredicatori da strapazzo ma utilissimi nella campagna che portò all’elezione di Reagan nell’80 e nell’84, fu sempre criticata, dal punto di vista formale, dal Vaticano.
Ma anche quando, con le presidenze Bush, il partito repubblicano si stabilizzò su una nuova visione antiabortista, contraria all’omosessualità e alla bioetica e rispolverò addirittura l’antidarwinismo, nessun pontefice romano fece mancare l’appoggio alle formazioni propagatrici dell’”integralismo occidentale”.

Si può dire che solo sul razzismo e sulla pena di morte la chiesa di Roma abbia sempre espresso un parere contrastante lo status quo portandosi dietro comunità nere e latine che sono un preponderante serbatoio di voti.
In cambio di queste per anni poté nascondere nelle proprie chiese e nei suoi campus le aberrazioni pedofiliache che sono recentemente state denunciate o soppresse ma anche far accettare la canonizzazione di santi americani di cui Junipero Serra è solo un caso molto particolare.

Un altro fatto, riguardante il cattolicesimo americano, da mettere in luce, che ben pochi sanno, accadde durante la guerra nel Vietnam.
Si tratta di un episodio che meriterebbe un capitolo a sé stante dell’Almanacco, ma che qui mi limito a sintetizzare.

Poiché il governo del Vietnam del sud, sostenuto dagli americani, si dichiarava cattolico, dall’arcivescovato di Boston alle più sparute parrocchie delle tante vandee che allignano negli Usa, ci fu un sostegno quasi assoluto al conflitto.
Però, in Europa, soprattutto grazie al pontificato di Paolo VI, dichiaratamente contrario all'invasione americana, questo non avvenne.
E, dall’Italia, l’indomito La Pira, d’accordo col pontefice, riuscì a recarsi in Vietnam e a spingere il governo del nord a cercare un accordo per la pace.

In ciò fu coinvolto positivamente anche Amintore Fanfani che, nel ’65, andò negli Usa e favorì la trattativa “decisa per intercessione della Madonna” dal suo amico La Pira, comprendente un viaggio di Ho Chi Minh a Washington e colloqui col senato nonché col presidente Johnson, ben contento di mettere fine ad una guerra della cui “escalation” era il principale accusato, ormai certo dell’opposizione di buona parte degli americani compresi tanti militari che combattevano e morivano nella penisola indocinese.

La Pira e Fanfani si appoggiarono successivamente anche sui movimenti dell’ambasciatore Giovanni D’Orlandi a Saigon il quale, su mandato ufficiale di Fanfani stesso, tra il ’66 e il ’67, stese prima un piano di pacificazione sul territorio stesso della guerra e poi un altro piano atto a preparare la conferenza di Parigi (che si sarebbe tenuta dal ’67 al ’68) in chiave di fine definitiva del conflitto.
Ma, come testimoniò poi Bertrand Russell, messo segretamente al corrente dell’operazione, Ho Chi Minh aveva chiesto almeno, altrettanto segretamente, come prova di buona volontà, che cessassero i bombardamenti su tutto il territorio vietnamita. In cambio si proponeva di attenuare notevolmente la spinta verso Saigon delle sue armate.

Però, quando Fanfani, con in mano una lettera del papa, si recò, per la seconda volta, negli Usa, scoprì presto che gli accordi segreti a cui tanto aveva lavorato insieme a La Pira, D’Orlandi, Paolo VI e Russell, erano già stati scoperti e rifiutati dal segretario di stato MacNamara senza che Johnson ne fosse stato messo subitaneamente al corrente.
A quel punto il presidente non poté rivelare che un suo ministro aveva agito senza il suo mandato e fu impossibile far arrivare Ho Chi Minh in Usa.
L’ “escalation” bellica continuò selvaggiamente.

Ma chi fu a rivelare tutto ai “falchi” americani fuori e dentro il governo?
Fu l’archivescovo di Boston - James Cushing - il quale, a nome di tutta la chiesa cattolica americana, aveva deciso di boicottare lo sforzo del governo e del papato stesso.

Sembra che fu da allora che papa Montini, pontefice fortemente conciliare, iniziò a rinchiudersi sempre più in se stesso, tramandando quell’idea di papa travagliato e dubbioso che, anche per tante altre cause, si porta dietro nella memoria degli anni Settanta.

Chi voglia approfondire questo tema, che mette in risalto come l’Italia degli anni Sessanta avesse un peso mondiale destinato poi a sfumare per sempre, può vedere due programmi di Rai Storia : la discutibile ma efficace trasmissione della serie “Italiani” intitolata “Paolo VI, il papa audace” e quella più breve ma più compiuta di “Il tempo e la storia” dal titolo “Paolo VI e il Vietnam" curata dall’ineguagliabile storico Alberto Melloni, il maggiore storico odierno della chiesa cattolica e del Concilio.
Tra le scarse fonti librarie spicca, per autenticità di testimonianza, il volume di Mario Sica (ai tempi della guerra giovane collaboratore di D’Orlandi) “L’Italia e la pace in Vietnam” edito nel 2013 dalla casa editrice Aracne.
Ma vale la pena dare un’occhiata non fuggevole agli scritti dello stesso Melloni sull’argomento nei suoi molteplici libri.


Kateri Tekawittha



Va infine segnalato, per offrire adito al contradditorio, che papa Benedetto XVI, canonizzò, nel 2013, Kateri Tekawittha, la prima santa pellerossa.

Appartenente ai Mohwak (una delle nazioni già massacrate alla fine del Settecento) Kateri Tekawittha (1656-1680) era figlia di un leader della nazione Irochese. Quando un’epidemia di vaiolo (diffusa dai coloniali americani con il solito dono di coperte infette) le sterminò la famiglia e la tribù, si avvicinò nel giro di circa sette anni, al cristianesimo.
A convincerla furono dei missionari francesi che le diedero il battesimo nel 1675.
Menomata nel volto e nel corpo dalla morbo che anch’ella aveva contratto pur essendone guarita, si votò alla verginità ed entrò in contrasto con le tradizioni degli algonchini presso cui era andata a vivere.
Fu però l’atteggiamento sempre più bellicoso dei bianchi americani nei confronti della sua razza a farle accogliere il consiglio, di un altro missionario gesuita, a recarsi in Canada, a Montreal, sotto la protezione del locale governatorato britannico.
Lì morì a soli ventiquattro anni. Un "miracolo” fu la sparizione dei segni del vaiolo dal volto nel momento del decesso.

Papa Ratzinger ha così definito questa donna - divenuta patrona nel Canada nel 1885 quando fu resa beata da papa Leone XIII, al momento della canonizzazione : “Kateri Tekawittha ci impressiona per l’azione della grazia nella sua vita di assenza di sostegni esterni, per il coraggio nella vocazione tanto particolare nella sua cultura. In lei fede e cultura si arricchiscono a vicenda.
Queste affermazione confermano l’idea che la povera Kateri abbia meritato la santità più per essere stato il primo caso, tra i pellerossa, di attiva conversione e per la sua visione del corpo sacrale della donna, che per autentici documenti che ne comprovino la proba esistenza.

Non si può comunque dire che l’amara esistenza di santa Kateri – segnata dall’oppressione dell’uomo bianco – abbia dissuaso papa Bergoglio dal fare santo Junipero Serra nel 2015.

Del resto, pur causando, anche questa volta, una fortissima rivolta nel nord America (specie dopo che s’è finalmente trovato un modo di risarcire i pellerossa dal furto delle loro terre, sebbene in modo opinabile e tutto da verificare nel tempo; vedi Almanacco precedente) papa Francesco è andato avanti.

Non c’era da aspettarsi altro da questo pontefice tanto simpatico che, in pratica, ha per ora cambiato ben poco della chiesa cattolica se non tentando un cauto adeguamento a fatti e concezioni ormai nell’uso comune, mentre, a parole – tante parole – ha detto tutto e il contrario di tutto.
Ma poi, diciamolo senza peli sulla lingua, perché una figura così fuori dal tempo come il papa, sovrano assoluto di uno staterello che attinge la propria ricchezza alle concessioni concordatarie di Mussolini e Craxi, capo inequivocabile di spiriti che per venerarlo ne accettano i dogma più chimerici, non dovrebbe santificare delle persone, antiche o recenti, le quali, già dal momento della beatificazione, si staccano dal loro autentico agire terreno per entrare in una prassi leggendaria e dogmatica quanto quella di Zorro, Maciste e Robin Hood, nella tradizione popolare dei re che guarivano le scrofole ?

Sta di fatto che, anche se i giornali e le televisioni italiane si sono ben guardati dal parlarne adeguatamente (il papa ha sempre ragione, qualsiasi cosa affermi) negli Stati Uniti che Junipero Serra fosse un vendicatore di torti non va giù che a qualche integralista cattolico o repubblicano fanatico.

Mi pare che solo Luca Celada – su “Il Manifesto” del 12.02.2015 – sia stato libero di scrivere accuratamente quel che pensava sulla faccenda.
E per questo riporto il suo articolo sebbene alcune parti siano estrapolate da Wikipedia, l’enciclopedia telematica, che talvolta informa adeguatamente ma talvolta si serve di fonti controvertibili o scarne di informazioni cruciali sui temi e personaggi che tratta.
Anche qui ho lasciato integro il testo apportando solo alcune modifiche nella grafica a vantaggio dei lettori sul web.

*****

JUNIPERO SERRA . UN SANTO CONQUISTATORE  (2015)

Papa Francesco si appresta a canonizzare padre Junipero Serra, il francescano inflessibile che, nel Settecento, evangelizzò a colpi di frusta e moschetto gli indigeni dell’alta California per conto del re di Spagna.
A Los Angeles, la maggiore diocesi cattolica degli Usa, esplode la protesta dei discendenti di quelle popolazioni, e dei maya messicani, che chiedono invano un’udienza al loro vescovo affermando :
“chi ha massacrato il nostro popolo non può essere adorato tra i giusti di Dio e della chiesa universale”.

Col decreto di martirio per Oscar Arnulfo Romero, papa Francesco ha fatto un altro passo per distanziarsi dai suoi predecessori conservatori Wojtyla e Ratzinger, dando un importante segnale di apertura politica alla “teologia della liberazione”, così cruciale per il suo continente d’origine.

Però, prima della beatificazione di Romero, il papa argentino santificherà il frate francescano Junipero Serra, ricordato anche come “l’evangelizzatore dell’Ovest” per l’opera missionaria svolta in California.
Una canonizzazione ben più convenzionale che non è stata bene accolta dai discendenti degli evangelizzati.
Davanti alla cattedrale di Nuestra Senora di Guadalupe di Los Angeles, infatti, folti esponenti del movimento Mexica e degli indiani americani, hanno ripetutamente contestato una decisione che, secondo loro, riabilita un protagonista del genocidio e del soggiogamento delle popolazione native.

Junipero Serra, originario di Majorca, e successivamente trasferitosi in Messico, fu flagellante, fervido predicatore, e infine protagonista di un capitolo tardo della “conquista spirituale” del nuovo mondo ad opera degli spagnoli.

La sua parabola californiana ha inizio nel gennaio 1769, quando il viceré della Nuova Spagna ordina al governatore della Baja California – Gaspar De Portolà – di organizzare una spedizione per assicurare una presenza spagnola permanente nelle province settentrionali dell’alta California.

Nominalmente la Spagna aveva avanzato diritti territoriali su tutta la parte occidentale del continente fino all’attuale Oregon sin da quando Juan Rodriguez Cabrillo aveva esplorato le coste californiane alla fine del Cinquecento.
Ma, a parte qualche sporadica ricognizione marittima nel Seicento, gli spagnoli non ebbero mai interesse a risorse sufficienti per una vera colonizzazione dei territori settentrionali.
Dalla seconda metà del Seicento, però, l’alta California cominciava a essere oggetto di crescenti attenzioni da parte dei russi che premevano verso sud dai propri avamposti in Alyeska (Alaska).
Josè De Galvez, prefetto reale di Carlo III, opinò quindi che fosse il caso di rafforzare la presenza spagnola nelle province di confine.

La missione affidata a Portojà serviva inoltre ad implementare la soppressione della Compagnia di Gesù, decretata nel 1767, e trasferire le missioni gesuite nelle mani dei più docili francescani e domenicani.
Allo scopo – e ironicamente per il papa gesuita che lo sta per canonizzare – nella spedizione militare di Portolà aveva un ruolo centrale il priore francescano Junipero Serra.

Partita da La Paz, la compagnia di Serra percorre la Baja California verso nord e, a partire dall’attuale San Diego, il frate presiedette alla fondazione delle missioni, a un giorno di cammino l’una dall’altra, che compongono il Camino Real, dall’attuale confine Usa-Messico fino alla valle di Sonora sopra San Francisco.

La “conquista” dell’alta California fu l’epilogo di quella iniziata due secoli prima, senza la grandeur (e la rapacità) delle gesta di Pizarro e Cortes.
Mancavano ancora molti decenni alla scoperta dell’oro della Sierra Nevada e i territori erano abitati da pacifiche tribù rurali dedite all’agricoltura e alla pesca di sussistenza.

Anche i “conquistatori” erano ugualmente modesti.
Le missioni erano comunque di importanza fondamentale alla colonizzazione : ognuna dotata di chiesa, presidio militare e “alloggi” in cui venivano segregati gli indiani convertiti, ancoravano l’insediamento che, per ordine di Galvez, doveva “occupare e fortificare San Diego e Monterrey per Dio e il re di Spagna”.
Una formula nota dalle precedenti incursioni spagnole nell’America del nord, in gran parte limitate, fino ad allora, alla provincia argentiera del Nuevo Mexico, dove la “conquista spirituale”, condotta da Jean De Onate, settant’anni prima, era stata particolarmente efferata.

Nel 1598, ad esempio, una rivolta degli Acuna a cui gli spagnoli avevano requisito le scorte invernali fu sedata con un massacro di ottocento uomini, donne e bambini. Altri cinquecento venne fatti schiavi ed ad ogni maschio al di sopra dei venticinque anni – un’ottantina – il governatore ordinò che venisse amputato un piede.

Nella gestione coloniale spagnola le missioni cattoliche, oltre che le anime, amministravano i lavori agricoli forzati cui erano destinati i “selvaggi” per la loro “acculturazione”, che proibiva l’uso della lingua e dei costumi indigeni, e imponeva la conversione cattolica.
Il vaiolo, che i coloni avevano portato con se, fece il resto, provocando una decimazione da cui le tribù occidentali non si ripresero più.
All’epoca della guerra tra Usa e Messico nel 1848, quando gli anglosassoni si annessero a loro volta quei territori, la popolazione indiana della California era sostanzialmente inesistente.

Serra era un dottrinaio tradizionalista convinto. Ebbe infatti numerosi contrasti col governatore della provincia – Felipe De Nieves – di inclinazione più illuminata.
La sua epistemologia missionaria era anacronistica rispetto all’incipiente pre-modernità che ispirava (almeno teoricamente . nrd) la guerra d’indipendenza americana e che, di lì a poco, avrebbe spazzato l’Europa dalle barricate francesi.

Gli indiani che subirono la sua metodica conversione tentarono alcune ribellioni. Come quella dei Kumeyaay che, nel 1775, giunsero ad incendiare San Diego. Ma, alla lunga, l’indottrinamento forzato di Serra ebbe la meglio.

In una terra evangelizzata a colpi di frusta e moschetto, la sua opera vive oggi primariamente nei programmi di quarta elementare, quando ogni scolaro californiano è tenuto a costruire un modellino di una missione del Camino Real come sorta di omaggio ad un remoto (estraneo . ndr) e folcloristico passato.

In realtà, come nella sottomissione del continente sudamericano, anche nel Nord la religione fu l’espressione pervasiva del suprematismo europeo.
Il che spiega la rabbia che ha accolto la notizia della canonizzazione di Serra nella comunità indigena, californiana in particolare e americana in generale, che comprende numerosi indios immigrati dal centro America, i cui antenati furono vittime degli spagnoli.

“Proprio in questa zona dove siamo adesso vive una folta comunità zapoteca” spiega Olin Tezcatlipoca – organizzatore del picchetto davanti alla cattedrale per contestare la canonizzazione di Serra. Prosegue : “Del santo aveva ben poco, La sua beatificazione è un insulto che si aggiunge al crimine del genocidio, un affronto come questa cattedrale costruita su terra sacra ai tongeva che una volta abitavano queste terre”.

La chiesa, modernissima, è stata progettata da Rafael Moneo che, come Serra, guarda caso è catalano (dov'è finita quella di architettura tradizionalista descritta da Giuseppe Josca nell'88 ?  ndr).

Mentre le originali lingue indiane della California sono ormai estinte, paradossalmente oggi, a Los Angeles, non è inusuale ascoltare su un autobus conversazioni in purpecha, zapoteco e nahuatl, la lingua degli aztechi.
Ci sono persino scuole in cui vengono attivamente insegnate lingue precolombiane, tuttora parlate dai ceppi indigeni arrivatati dal Chiapas, Oaxaca e Michaocan.

A scapito dell’abbondante mitologia sulla scomparsa dei Maya, nel 2015 può capitare, in qualunque giorno, di sentire, al supermercato o fuori da una scuola californiano, una conversazione in lingua dell’”antico impero del sole”,

Il movimento Mexica, che ha organizzato la protesta in loco conto il “santo conquistatore” rappresenta centinaia di migliaia di individui solitamenti designati, nei censimenti anagrafici, come “hispanic american indians”.
“Il termine giusto” – spiega invece Tezcatlipoca – “è nican tlac, cioè : la gente di questo continente. Perché siamo tutti un unico popolo senza i confini che hanno portato spagnoli come Serra che fu l’architetto intellettuale dello sterminio dei nostri avi”.
E’ quello che vogliono esporre nel colloquio che hanno chiesto a Josè Horacio Gomez, vescovo di Los Angeles.

La richiesta di udienza per ora è rimasta senza risposta.
Ma i Mexica non si arrendono.
“E’ facile per un papa bianco dirci che è passato tanto tempo e che è ora di passare oltre. Nessuno si azzarderebbe a chiederlo agli ebrei. Per noi è la stessa cosa.

Luca Celeda - "Il manifesto"

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Già, nessuno si azzarderebbe, a parte i fanatici integralisti islamici e i neonazisti di tutto il mondo e 
anche qualche razzista italiota, di chiederlo agli ebrei.
Ma ormai anche il genocidio curdo e il dramma armeno sono a conoscenza di tutti.
E dei massacri effettuati nel Congo dal colonialismo privato di Leopoldo del Belgio i cui scherani usavano far tagliare un braccio o una gamba agli indigeni ribelli o semplicemente inadatti al lavoro più duro nelle miniere (usanza poi rimasta fino agli anni Sessanta!) sono al corrente tutti coloro che hanno minimamente studiato la storia dell’Africa moderna.

Sugli indiani d’America, invece, gli ultimi degli ultimi nella nazione più potente del mondo, si parla ancora in riferimento al cinema e alla letteratura, al fumetto in generale e alle graphic novels in particolare, alcune delle quali, anche in Italia, raccontano come se la loro esistenza odierna non esistesse.

Meglio guardarsi i film western degli anni cinquanta, come “Le sette città d’oro", dove, pur falsando il passato, maturava, nascosta tra le pieghe della trama, una comprensione del popolo pellerossa che oggi è diventata una moda, troppo frequentemente legata a una visione di spiritualismo naturista e postbuddista, cioè privo di ogni concreto aggancio sociale.
I versi che ci sono tramandati da quella civiltà sono davvero poetici e intrisi di una schietta visione, profondamente umanitarista, dell’uomo e della natura.
E anche il peyote è buono per dimenticarsi del logorio della vita postmoderna.
Ma, per quanto mi riguarda, certo folclore pseudoanimista mi fa la stessa impressione delle cento mode e mille diritti di minoranze nati, in questi ultimi anni, per mettere gli uni contro gli altri e dimenticare che c’è un unico nemico nel mondo d'oggi che economicamente – e non solo – opprime sia gli indiani d’America che il nuovo proletariato italiano.

Fine

I diritti dell’articolo di Giuseppe Josca e di Luca Celeda sono rispettivamente di “Il Corriere della Sera” e di “Il Manifesto” a cui  Scenario è pronto a restituirli se richiesti.

copyright©Scenario.riproduzione riservata

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Nella foto : Rita Moreno, interprete femminile di “Le sette città d’oro”. Nata nel 1931 come Rosa Dolores Alverio, nativa di Puerto Rico, debuttò a Hollywood fin 1950 e per molti anni fu utilizzata in ruoli di indigena o “selvaggia”. Successivamente, negli anni Sessanta, si fece strada nel teatro e nella prosa televisiva, vinse un Oscar con “West Side Story”, iniziò a partecipare a film importanti (“Conoscenza carnale”) prese un Golden Globe, un Emmy, un Grammy e un Tony Award nonché un premio Bafta in Gran Betagna. E’ l’unica attrice latina ad aver conseguito tanti riconoscimenti cui va aggiunta la “Presidential medal of freedom” per il suo impegno a favore delle minoranze ispaniche negli Usa. E’ considerata la decana, insieme a Raquel Welch e Linda Cristal, della comunità femminile latino-americana a Hollywood che ha recentemente prodotto un documentario, ancora in lavorazione al momento, sulla loro vita "mascherata" nell’enclave anglosassone. Non siamo riusciti a trovare una foto passabile del suo aspetto al tempo in “Le sette città d’oro” quando era continuamente costretta a portare parrucche incatramate e scomposte per impersonare native pellerossa, indios, jivaro ecc.



da  L'almanacco di Teresio Spalla . novembre 2016


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