venerdì 9 settembre 2011

I DERIVATI CAUSA DELLA CRISI? di Antonio Pagliarone


I DERIVATI CAUSA DELLA CRISI?

di Antonio Pagliarone


Ho trovato per caso l’articolo di V. Giacchè dal titolo “La crisi e suoi derivati”, un commento al monumentale libro di D, Harvey "The enigma of capital and the crises of capitalism" pubblicato in Italia da Feltrinelli. Giacchè riporta una frase del “sinistro” Professore di antropologia:

Le crisi” – dice Harvey – “servono a razionalizzare le irrazionalità del capitalismo; di solito conducono a riconfigurazioni, a nuovi modelli di sviluppo, nuove sfere di investimento e nuove forme di potere di classe… Durante una crisi come quella che stiamo vivendo attualmente, è sempre importante tenere a mente questo fatto. Dobbiamo sempre domandarci che cos’è che viene razionalizzato e qual è la direzione in cui procede la razionalizzazione, poiché questo definisce non soltanto la maniera in cui usciremo dalla crisi, ma anche le future caratteristiche del capitalismo” provocando terrore nel suo recensore che subito dopo riporta la “grande scoperta” dell’antropologo inglese secondo il quale “In gran parte delle economie capitalistiche avanzate… con la scusa della crisi del debito sovrano la classe capitalistica ha cominciato a smantellare ciò che resta dei sistemi di welfare attraverso una politica di austerità fiscale”.

Giacché ribadisce che tali “scelte” vengono fatte per ricondurre sotto le logiche del profitto servizi e prestazioni sottratte decenni fa, e trasformate in intervento pubblico, perché vengano privatizzate attraverso programmi di austerità con l’obiettivo di “personalizzare i costi della riproduzione sociale” come conclude lo stesso Harvey. Giacchè aggiunge poi che tale trasformazione garantirebbe profitti per coloro che entrano nella gestione di tali servizi (sanità, pensioni, istruzione ecc). La tesi espressa da Harvey è già stata formulata in passato anche da J Petras ed alla quale ha risposto Richards Jones con l’ottimo pamphlet del 2007 "Le parole sono più forti dei fenomeni? Nel mondo dove vive la sinistra sicuramente si" reperibile nel sito countdown nel quale egli sottolinea che:

L’argomento del deficit è sempre stato uno dei cavalli di battaglia delle banche, che non vogliono vedersi ritornare indietro soldi svalutati, e più recentemente e sempre di più, dalla finanza speculativa, che ha scoperto una relazione inversa fra andamento del tasso di inflazione delle merci (legato alla monetizzatone dei deficit fiscali) e andamento del tasso di inflazione dei beni non riproducibili (detto volgarmente “rendimento di borsa”), oltrechè come sempre del capitale industriale e commerciale, che dall’incremento del deficit pubblico in un certo periodo paventa un aumento del livello di tassazione nel periodo successivo” e lo stesso autore continua affermando che: “Malgrado l’asserto keynesiano per cui la spesa in deficit costituisce la politica determinante nel processo di riassorbimento delle recessioni sia in buona parte un mito, l’assioma opposto è perfino peggio. Il deficit fiscale non è mai stato di per sé un problema serio per il capitalismo (si ricordi l’immane deficit prodotto dal finanziamento della II guerra mondiale), e mai si è trovato un deficit fiscale all’origine di nessuna vera crisi, meno che meno di lungo periodo; è vero piuttosto il contrario, che assai sovente, anzi sempre, sono le crisi, ossia le recessioni e le riduzioni del tasso di crescita, a generare deficit nei bilanci dell’amministrazione pubblica”.

Jones, dopo aver dedicato un capitolo in cui viene criticato definitivamente il mito della sovranità monetaria del dollaro, tratta del Capitale Speculativo e ci ricorda che negli Stati Uniti “dal 1947 al 1984 i profitti del settore finanziario sono aumentati del 1.1% annuo rispetto al resto del profitti; ma dal 1984 al 2005 lo stesso aumento relativo è stato in media del 6.5% per cento annuo, innalzando nell’ultimo ventennio i profitti di questo settore all’incirca dal 15% al 35% dei profitti aggregati delle corporation americane. E mentre in questo medesimo intervallo il saggio del profitto del settore non finanziario è ristagnato (dopo essere diminuito della metà nei precedenti quarant’anni), il saggio del profitto del settore finanziario è quasi triplicato, e si trova attualmente ad un livello pari a circa tre volte e mezzo il saggio del profitto del settore non finanziario” per cui “La fisiologia della sfera speculativa e di quella produttiva sono esattamente opposte. Più capitali entrano nel circuito speculativo e più i guadagni speculativi si accrescono e più il capitale monetario ne è risucchiato” …. “Fra la finanza e il capitale produttivo non esiste un collegamento diretto, del tipo di quello che unisce i vari rami e sottorami della produzione, in quanto fra le due sfere non è attivo il meccanismo della scelta dell’investimento del capitale monetario in base al rendimento possibile. Le sfera del capitale speculativo e quella del capitale produttivo sono incommensurabili non solo perché, come si è visto, i rapporti fra esse sono soltanto unidirezionali, ma anche perché si tratta di processi con dimensioni differenti. L’accumulazione di capitale produttivo ha come orizzonte almeno l’intero periodo di ammortamento del capitale fisso che comprende lo svolgimento ripetuto di parecchi circuiti composti da più fasi consecutive necessarie (denaro - merce - produzione - merce - denaro ); l’impiego speculativo di denaro nella sua essenza non possiede alcun orizzonte o dimensione temporale e non deve percorrere nessuna metamorfosi ciclica di nessun genere

Purtroppo per il capitale “il capitale speculativo può espandersi solo a spese di quello produttivo. Sia perché i fondi di cui si alimenta sono una detrazione dall’accumulazione di capitale sia perché i profitti che realizza non derivano dalla circolazione del capitale, come invece sono i profitti industriali, commerciali e bancari, ma dal semplice esproprio di quelli che di volta in volta sono i nuovi entranti nel circuito speculativo” di conseguenza la tendenza verso la privatizzazione dei servizi pubblici o in generale dello stato sociale non è altro che un intervento di taglio della spesa a seguito della stagnazione o meglio della depressione che caratterizza un capitalismo con PIL irrisori. Tutto qui. Gli interventi dei politicanti di ogni colore debbono sottostare a questa spada di Damocle del rapporto Deficit Pil poiché quest’ultimo continua a declinare a tal punto che arriveremo al fondo del barile e allora? Sarà bello vedere lo spettacolo che sorgerà.
Infine possiamo ricordare ancora una volta che la favola del keynesismo si è rivelata per quello che era “un mito” I lavoratori hanno sempre pagato il welfare sin dalla Rivoluzione Roosveltiana. Ciò che accade è una continua sottrazione delle risorse destinate ai servizi sociali per tamponare momentaneamente il rapporto maledetto Debito-PIL- L’unico keynesismo che stiamo osservando è semplicemente il finanziamento del settore finanziario da parte dei sistemi centrali (come la FED, il FMI o la BCE) che utilizzano un salvadanaio creato dai singoli stati (grazie ai tagli) per impedire un default che si è già manifestato.
Quisquiglie utili solo a rimandare la campana a morto del capitalismo.

8 settembre 2011

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