martedì 11 agosto 2015

LA CINA E LA SUA PRIMA CRISI CAPITALISTA di Alejandro Nadal






LA CINA E LA SUA PRIMA CRISI CAPITALISTA
di Alejandro Nadal


Il tasso di crescita dell’economia in Cina è stato oggetto di ammirazione nel mondo intero. Si aveva l’impressione che il capitalismo fosse arrivato in Cina per dimostrare tutte le sue virtù e allorquando si indicavano i difetti la maggior parte delle persone preferiva ignorarli. Oggi l’economia cinese si sta incamminando verso la crisi, la sua prima crisi capitalista di carattere macroeconomico.

I dati ufficiali in Cina mostrano che il tasso di crescita medio durante il periodo 1991-2014 è stato del 10%. Si sa che le statistiche del governo cinese sono state manipolate in maniera significativa, tuttavia, anche corrette, queste cifre dimostrano un andamento spettacolare. Tuttavia, dopo il 2010 l’economia cinese ha subito un rallentamento del 35% e nel 2014 ha registrato il tasso di crescita più basso dal 2011.
Quando l’economia cresca al ritmo di due cifre, non ci si deve stupire se compaiono drastiche distorsioni. Non facciamo qui riferimento a quelle distorsioni che gli economisti classici vogliono vedere nel sistema dei prezzi generati dall’intervento del governo nella vita economica. Questi economisti hanno sostenuto una maggiore liberalizzazione del mercato sostenendo che la “economia socialista” in Cina comporta una grave distorsione dei prezzi e degli incentivi. Essi attribuiscono, dunque, i problemi dell’economia cinese all’intervento del governo piuttosto che all’instabilità intrinseca delle economie capitaliste. Così dimenticano che oggi il Partito comunista cinese è l’amministratore di una delle più selvagge economie capitaliste della storia.
Noi, al contrario, ci riferiamo alle distorsioni strutturali che oggi colpiscono soprattutto i settori degli immobili e finanziari.

I beni immobili sono stati il settore chiave nel processo d’accumulazione capitalista e nelle trasformazioni strutturali in Cina. Uno di questi cambiamenti è stata l’emigrazione urbana: dal 1949, quando la vittoria del Partito comunista cinese si è consolidata, sono sorte 600 nuove città.
Nel 2004 è stata introdotta una riforma costituzionale sulla proprietà privata residenziale ed sono accresciuti gli investimenti nei beni immobili. Dall’anno scorso, le aspettative sull’evoluzione del mercato hanno dato impulso alla domanda e all’aumento dei prezzi delle case e degli appartamenti. Tuttavia, tra il gennaio e il dicembre del 2014 il mercato ha subito una contrazione e i prezzi delle case sono crollati.
Alcuni dati indicano che starebbe per sgonfiarsi la bolla nei prezzi dei beni immobili piuttosto che scoppiare. Nulla garantisce tuttavia che sia passato il peggio e altri indicatori sono meno ottimisti. Il numero delle superfici residenziali e degli uffici invenduti è enorme (più di 60 milioni di appartamenti non sono stati venduti) e tenendo conto del rallentamento dell’economia non sarà così facile trovare degli acquirenti.

Il freno all’espansione del settore dei beni immobili pesa enormemente sull’economia cinese: se si tiene conto delle ripercussioni sull’industria dell’acciaio, del cemento, dei vetri, dei mobili e degli elettrodomestici elettrici, il settore dei beni immobili rappresenta il 30% del Pil. Senza un recupero del settore dei beni immobili, l’economia cinese continuerà a segnare tassi di crescita inferiori e la situazione difficile che attraversano queste industrie – le quali già subiscono alti livelli di sovrapproduzione– si aggraverà.
Senza nuove iniezioni di credito, il settori degli immobili non potrà crescere. Tuttavia una buona parte dei prestiti non performanti (crediti dubbi) delle banche cinesi è legata al settore degli immobili. L’unico modo per raddrizzare il settore della costruzione sarà quello di operare una maggiore correzione dei prezzi delle abitazioni (dovuto alle sopravvalutazioni immobiliare) e degli appartamenti per attirare un numero crescenti di compratori. Questo aggiustamento dei prezzi, tuttavia, toccherà la posizione raggiunta da alcuni imprenditori del settore che si sono sovraindebitati e che non potranno pagare i loro creditori.
Il governo cinese ha fatto l’impossibile per mantenere a galla il suo sistema finanziario. Ma una delle caratteristiche del mercato azionistico e degli operatori finanziari in Cina è quello dell’eccessivo indebitamento. Si sa che questo non è di alcun aiuto quando il panico tocca la truppa degli investitori e degli speculatori.
Il crollo del mercato azionario cinese è stato spettacolare: dal 15 giugno ad oggi il valore del mercato ha subito una caduta del 30%.

Il governo ha cercato in ogni modo di sostenere il mercato: dal lancio di un programma di acquisto dei titoli e la riduzioni dei tassi di interesse fino alla sospensione delle transazioni sul 54% delle azioni quotate in Cina. Quando è apparso che niente avrebbe potuto arrestare la caduta, il governo ha dovuto interrompere le transazioni. L’indebitamento (con l’effetto di stimolo) è stato esagerato e la caduta non è altro che iniziata.
Se qualcuno ha potuto una volta pensare che il capitalismo in Cina non mostrerà il suo vero volto, deve riflettere una seconda volta e rivedere le cifre e gli indicatori riguardanti il settore finanziario e l’economia reale. È possibile che la crisi in Cina non sia che all’inizio.


29 Luglio 2015



dal sito Sinistra Anticapitalista






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