venerdì 7 agosto 2015

PUGLIA: MORTO DI VENDEMMIA di Gianmario Leone




PUGLIA: MORTO DI VENDEMMIA
di Gianmario Leone



Lavoro. A Putignano un bracciante tunisino di 52 anni stroncato durante la raccolta dell’uva. È la terza vittima del lavoro stagionale che avviene nella regione in pochi giorni




Dopo Moha­med e Paola, mar­tedì un tuni­sino ancora senza nome. Il brac­ciante di 52 anni e padre di quat­tro figli, è dece­duto in un’azienda agri­cola di Poli­gnano a Mare. Secondo le testi­mo­nianze di alcuni com­pa­gni di lavoro si sarebbe acca­sciato davanti alle mac­chi­nette auto­ma­ti­che men­tre era intento a pren­dere il caffè, dopo aver rac­colto l’uva per 8 ore. Sin da subito si è pro­vato a ria­ni­marlo, ma nono­stante sul posto siano inter­ve­nuti il per­so­nale del 118, dello Spe­sal e i cara­bi­nieri, non c’è stato nulla da fare. L’uomo risie­deva a Fasano, in pro­vin­cia di Brindisi.

L’autopsia che dovrà sta­bi­lire le cause del decesso e se siano la con­se­guenza di un infor­tu­nio sul lavoro, sarà ese­guita que­sta mat­tina nell’Istituto di Medi­cina legale del Poli­cli­nico di Bari.

Nel pome­rig­gio di ieri invece, nella sede della Regione Puglia a Bari, l’assessore al Lavoro Leo e l’assessore all’Agricoltura Di Gioia hanno incon­trato i sin­da­cati con­fe­de­rali e di cate­go­ria per la que­stione del lavoro nero nelle cam­pa­gne pugliesi. «Abbiamo voluto — ha spie­gato l’assessore Leo — affron­tare con i sin­da­cati, lo faremo anche con le parti dato­riali, la que­stione, ognuno per le pro­prie com­pe­tenze. Abbiamo una con­ven­zione del 2013 per la lotta al lavoro nero e occorre capire come e quanto sia stata appli­cata, visto pochis­sime aziende sem­brano aver ade­rito alle liste di pre­no­ta­zione, uti­liz­zando pochis­simo dei fondi a disposizione».

Ma la que­stione del capo­ra­lato in Ita­lia, e nel Sud in par­ti­co­lare, è un’emergenza ata­vica. Che ogni anno d’estate ritorna sulle prime pagine dei gior­nali sol­tanto in pre­senza della morte dei brac­cianti. Poi, tutto torna nel dimen­ti­ca­toio, come se nulla fosse suc­cesso. Per­ché al di là delle parole di cir­co­stanza della poli­tica, siamo di fronte ad un’emergenza che in pochi sino ad oggi hanno avuto il corag­gio di affron­tare di petto.

Basta dare un’occhiata ai dati del secondo rap­porto «Agro­ma­fie e Capo­ra­lato», redatto dall’Osservatorio Pla­cido Riz­zotto per conto della Flai Cgil. Sono circa 400.000 i lavo­ra­tori che tro­vano un impiego tra­mite i capo­rali, di cui 100.000 pre­sen­tano forme di grave assog­get­ta­mento dovute a con­di­zioni abi­ta­tive e ambien­tali con­si­de­rate paraschiavistiche.

Dall’introduzione nel codice penale del reato di capo­ra­lato (art. 603 bis del codice penale dell’agosto del 2011) sono circa 355 i capo­rali arre­stati o denun­ciati, di cui 281 nel 2013.

Ottanta gli epi­cen­tri dello sfrut­ta­mento: in 55 di que­sti sono state riscon­trate con­di­zioni di lavoro inde­cente o gra­ve­mente sfrut­tato. Più del 60% dei lavo­ra­tori e delle lavo­ra­trici sotto capo­rale non ha accesso ai ser­vizi igie­nici e all’acqua cor­rente. Più del 70% pre­senta malat­tie non riscon­trate prima dell’inserimento nel ciclo del lavoro agri­colo sta­gio­nale. Per il man­cato get­tito con­tri­bu­tivo il capo­ra­lato ci costa più di 600 milioni di euro l’anno.

I lavo­ra­tori impie­gati dai capo­rali per­ce­pi­scono un sala­rio gior­na­liero infe­riore del 50% rispetto a quello pre­vi­sto dai con­tratti nazio­nali e pro­vin­ciali di lavoro, cioè circa 25/30 euro per una gior­nata di lavoro che dura fino a 12–14 ore con­ti­nua­tive. A que­sto, poi, biso­gna aggiun­gere le “tasse” da cor­ri­spon­dere ai capo­rali dovute al tra­sporto (5–10 euro), all’acquisto di acqua (1,5 euro a bot­ti­glia) di cibo (3,5 euro per un panino) e com­mis­sioni varie dovute all’impossibilità di acce­dere a beni di prima neces­sità come i medi­ci­nali o come la rica­rica elet­trica del tele­fono cel­lu­lare (circa 3 euro a ricarica).

In molti casi, i lavo­ra­tori sono costretti anche a pagare l’affitto (circa 200 euro mese a testa) degli alloggi fati­scenti nei tan­tis­simi ghetti lon­tani dai cen­tri urbani e da occhi indi­screti. Tri­ste­mente famosi in Puglia quelli in pro­vin­cia di Fog­gia: il cosid­detto «Gran Ghetto di Rignano», il «Ghetto Ghana House» a dieci chi­lo­me­tri da Ceri­gnola; il «Ghetto dei bul­gari», nei pressi di Borgo Mez­za­none, l’insediamento presso la pista dell’ex aero­porto mili­tare atti­guo al Cara (Cen­tro di Acco­glienza per Richie­denti Asilo) di Borgo Mezzanone.

La quan­tità di denaro che gira intorno al capo­ra­lato nel solo periodo della rac­colta del pomo­doro (giugno-luglio) in Puglia va dai 21 ai 30 milioni di euro.
A fronte di que­sta cifra i brac­cianti in 2 mesi di lavoro forse arri­vano a gua­da­gnare circa 400–500 euro: tutto il resto va nelle tasche del sistema del caporalato.

Che isti­tu­zioni e cit­ta­dini cono­scono fin troppo bene.



6 Agosto 2015

da "Il Manifesto"




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